L’incerto futuro della Corea del Sud

Oggi in Corea del Sud si tengono le elezioni presidenziali, in un momento estremamente complicato per gli equilibri della penisola coreana. Dopo lo scoppio dello scandalo che aveva coinvolto l’ex-presidente conservatrice Park Geun-hye e le imponenti manifestazioni di piazza che ne invocavano la caduta, la corte costituzionale sudcoreana si è espressa il 10 marzo in favore della destituzione della presidente, confermando così il voto di dicembre del parlamento che l’aveva sospesa dalle sue funzioni. Il primo ministro Hwang Kyo-ahn, che ne aveva assunto le funzioni ad interim, ha dunque proceduto a convocare le elezioni.

I candidati di punta sono tre e i temi attorno a cui è ruotata la campagna elettorale sono principalmente legati al recente deterioramento della situazione nella penisola. Il favorito è il liberale Moon Jae-in, appartenente al partito di sinistra Minjudang fino ad oggi all’opposizione. Moon si è fatto portatore di una politica diametralmente opposta a quella messa in atto dal governo di Park, proponendo un approccio più conciliante e meno duro rispetto alla vicina Corea del Nord: le sue parole d’ordine sono state la riapertura del dialogo con Pyongyang e la ripresa della collaborazione economica. Tacciato di anti-americanismo, come del resto è tradizione per gli esponenti liberali sudcoreani, Moon ha tentato di addolcire la propria immagine durante la campagna elettorale dichiarando di non essere pregiudizialmente contrario al THAAD ma esprimendo tuttavia la propria ferma intenzione di bloccarne il dispiegamento per consentire una profonda riesamina. Se da una parte il sistema anti-missile permetterebbe di rafforzare il legame strategico con gli Stati Uniti di fronte alle minacce della Corea del Nord, dall’altro esso non potrebbe nulla contro l’artiglieria di Pyongyang che dal confine potrebbe comunque colpire Seul (dove abitano circa la metà dei sudcoreani) e provocherebbe ritorsioni economico-commerciali da parte della Cina, la quale ritiene che tale dispositivo possa essere usato degli Stati Uniti in funzione anti-cinese.

C’è poi Ahn Cheol-soo, guida del Partito del Popolo, il quale corre con un programma piuttosto centrista per tentare di sottrarre voti ai due schieramenti tradizionali: pur sostenendo il THAAD come elemento necessario per la sicurezza della Corea del Sud e proponendo un aumento delle spese militari (una posizione molto vicina a quella degli USA), egli ha anche proposto l’avvio di un dialogo con i nordcoreani. Infine c’è Hong Jun-pyo, del partito conservatore ribattezzato Partito della Libertà di Corea, sulle cui possibilità di vittoria è gravato fin dal primo momento lo scandalo della corruzione della presidente Park. Hong ha riproposto la linea dura, tipica dei conservatori, contro le provocazioni di Pyongyang affermando il proprio sostegno assoluto al THAAD e al dispiegamento di testate nucleari statunitensi in Corea del Sud. Ha rimarcato poi la propria fedeltà all’alleanza con gli Stati Uniti, criticando gli altri due candidati per i propositi di dialogo con la Corea del Nord.

Nel precario equilibrio in cui l’Asia nord-orientale si è venuta a trovare nei primi mesi del 2017, la campagna elettorale sudcoreana e la politica internazionale della regione si sono però intrecciate sempre più a fondo. Gli avanzamenti tecnologici della Corea del Nord stanno avvicinando il paese allo sviluppo di un proprio arsenale missilistico, una tappa fondamentale per poter diventare una potenza nucleare. Lo stato di avanzamento del programma è incerto ma esiste un consenso che per il 2020 Pyongyang potrebbe aver acquisito la tecnologia necessaria a produrre un missile intercontinentale ICBM col quale minacciare direttamente gli Stati Uniti con le proprie testate nucleari. Da qui la priorità conferita da Trump alla questione nordcoreana.

Tuttavia, nonostante gli sforzi dell’amministrazione per rassicurare l’alleato, la Corea del Sud ha visto con crescente apprensione l’atteggiamento tenuto da Trump durante la crisi con Pyongyang dello scorso aprile. Il presidente statunitense ha infatti minacciosamente alzato il tono nei confronti della Corea del Nord senza tuttavia consultare i sudcoreani, i più diretti interessati dalle manovre militari nel caso dello scoppio di un conflitto. Il rapporto tra Seul e Trump è diventato poi ancora più complesso quando, il 26 aprile, gli apparati militari dei due paesi (in un tentativo di presentare un fatto compiuto al nuovo presidente sudcoreano) hanno dispiegato rapidamente il THAAD in un distretto rurale del sud. Pochi giorni dopo, però, Trump ha dichiarato che la Corea avrebbe dovuto sostenere il costo del sistema anti-missilistico, stimato attorno al miliardo di dollari, e solo la pronta smentita del consigliere per la sicurezza nazionale H. R. McMaster ha calmato gli animi dei sudcoreani che obbiettavano che l’accordo raggiunto nel luglio 2016 per il dispiegamento non prevedeva nulla di simile. Non va poi dimenticata la forte critica lanciata dal vice-presidente Mike Pence ai rapporti economici tra USA e Corea del Sud, puntando il dito contro l’accordo di libero scambio KOR-US (entrato in vigore nel 2012) per i $23,2mld di deficit commerciale bilaterale.

La marginalizzazione della propria posizione sul dossier nucleare nordcoreano (a favore della Cina) e la sconsiderata impulsività di Trump nello scagliarsi contro Pyongyang hanno considerevolmente indispettito i sudcoreani. Il risentimento verso gli Stati Uniti non ha fatto poi che aumentare in seguito ai commenti fuori luogo sul costo del THAAD e alla minaccia di rimettere in discussione il KOR-US. Tale disillusione nei confronti del tradizionale alleato ha quindi favorito l’avvicinamento di molti sudcoreani alle posizioni di Moon, deprimendo d’altro canto le già modeste possibilità dei conservatori che dell’alleanza con gli USA fanno il cardine della propria politica estera. Due immagini esemplificano bene la crisi vissuta dalla destra sudcoreana nei rapporti con gli USA: la prima sono le proteste dei cittadini del distretto rurale e conservatore in cui è stato installato il THAAD contro la presenza statunitense che fa del distretto stesso un potenziale obbiettivo nordcoreano. La seconda è invece la critica del candidato Hong alla poca affidabilità dimostrata da Trump minacciando Pyongyang di attacco preventivo al culmine delle tensioni del mese scorso senza però avere le forze necessarie.

Negli ultimi sondaggi elettorali disponibili infatti, Moon con più del 40% dei consensi detiene un largo vantaggio su Ahn, fermo a quota 20% e incapace con la sua posizione non abbastanza risoluta verso Pyongyang di attirare quell’elettorato conservatore disilluso dopo la destituzione di Park. Tale operazione è invece riucita assai bene a Hong, il quale è riuscito a convincere una parte dei propri elettori tradizionali a tornare a fidarsi dei conservatori sottraendo così consensi a Ahn e piazzandosi terzo al 17%. Dato il sistema elettorale sudcoreano che premia il primo arrivato, sembra assai probabile la vittoria del candidato liberae Moon.

La Corea del Sud si avvia dunque a chiudere la decennale esperienza conservatrice e ad aprire una nuova fase della propria politica estera, contraddistinta da una maggior autonomia dagli Stati Uniti che potrebbe pure risultare in una netta distonia nel caso in cui l’approccio conciliante di Moon alla Corea del Nord fosse sabotata dall’aggressività che Trump ha dimostrato nelle settimane scorse. L’alleanza sembra tuttavia destinata a tenere nonostante le turbolenze, non fosse altro che per il ruolo centrale che vi attribuiscono i militari sudcoreani.

Non va poi dimenticato come difficilmente la Corea del Sud accetterà di far fronte a Pyongyang attraverso la collaborazione con l’altro grande alleato asiatico degli Stati Uniti: il Giappone. La memoria storica dell’imperialismo nipponico impedisce infatti ai sudcoreani di vedere nel paese del Sol Levante un alleato al punto che ancor’oggi la diffidenza reciproca è ancora il minimo comun denominatore delle relazioni nippo-sudcoreane, come dimostra la vicenda della statua delle comfort women. D’altra parte, l’intento del primo ministro giapponese Abe Shinzo di rivedere la costituzione pacifista per lasciare più spazio alle forze armate viene visto con allarme dai sudcoreani, che reputano non sincere e insufficienti le scuse avanzate da Tokyo per i misfatti delle forze nipponiche.

Infine il nuovo presidente della Corea del Sud dovrà anche tentare di riparare i rapporti con la Cina, guastati dal THAAD. Pur avendo varato misure sanzionatorie informali contro Seul, Pechino resta una delle principali controparti per l’economia sudcoreana e le sue leve su Pyongyang ne fanno un interlocutore necessario per tentare di risolvere la questione nucleare nordcoreana.

Di fronte all’imprevedibilità di Trump, alla corsa di Kim Jong-un verso la bomba nucleare, allo stallo nei rapporti col Giappone e alle sensibilità strategiche della Cina, la Corea del Sud sarà obbligata a formulare con grande attenzione la propria futura politica estera per far fronte alle incertezze a cui va incontro. A prescindere da chi venga eletto sta sera.

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Studente triennale del SID, interessato di politica internazionale ma per fortuna non solo di quella. Italiano di nascita ma latinoamericano per vocazione, mi piace pensare di poter avere qualcosa d'interessante da dire.

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