L’inconfessabile “Melting Pot” della politica italiana

Matteo Renzi e, sullo sfondo, Silvio Berlusconi (Credits: Tuttorete.com/Facebook)

Paolo Sorrentino è un regista maledettamente geniale. In una scena della pellicola “Il Divo”, incentrata sulla VII legislatura e sulle ultime vicende politiche di Giulio Andreotti, è così che immagina il teatrino allestito per l’elezione del nono Presidente della Repubblica italiana: Franco Evangelisti (alias “limone”), braccio destro di Andreotti, si aggira furtivamente in cerca di voti per il “Transatlantico”, il lungo corridoio marmoreo del primo piano di Montecitorio, così chiamato per il lussuoso arredamento che ricorda quello di una nave da crociera. Paolo Cirino Pomicino (alias “o’ministro”), ministro del bilancio di quella legislatura, delinea intanto ai deputati del PSI il quadro politico svantaggioso che li attenderebbe se Andreotti non salisse al Quirinale. 

Una sequenza di un minuto e mezzo basta a sintetizzare i tratti più controversi di quella che è stata la dinamica politica del Paese per quasi mezzo secolo, ancor meglio condensata dalle parole di un ancora una volta mostruoso Toni Servillo, che in quel film interpretava proprio Giulio Andreotti:  “La vedi questa gente? La vedi l’opposizione? Gli andreottiani sono ovunque, non sono solo nella DC: io sono trasversale.

Interessi personali e scambi di favori non hanno però certo battezzato soltanto le elezioni dei Presidenti della Repubblica. Quelle raccontate nel film, si credeva sarebbero state le ultime battute prodromiche alla fine di un intero sistema politico, che ha permeato il Paese dal 1948 al 1993. Crisi delle ideologie e laicizzazione della società accrescevano la difficolta per i partiti italiani ad adempiere al ruolo di canale privilegiato tra società e istituzioni.

Scena da film "Il Divo". Il mercimonio per il P.d.R.

C'è chi vorrebbe un Presidente della Repubblica forte e chi invece lo preferirebbe debole, c'è chi tiene alla sua esperienza e chi invece lo vuole donna, c'e chi cerca il volto giovane e chi il personaggio simbolo. Al di là del fatto che da 15 giorni assistiamo a questo dibattito surreale sul Presidente della Repubblica che si alimenta di notizie inventate ogni 24 ore, resto convinto che in questo momento l'Italia abbia bisogno semplicemente di una persona coraggiosa. Chi ha #coraggio non prende scorciatoie, ascolta la propria coscienza e cambia il Paese prendendosi la responsabilità delle proprie scelte. L'Italia ha bisogno di un Presidente tutto d'un pezzo, non del prodotto del solito mercimonio tra politicanti.

Pubblicato da Luigi Di Maio su lunedì 19 gennaio 2015

Le indagini della magistratura sulla corruzione, passate alla storia come “Tangentopoli”, avrebbero poi assestato l’ultimo colpo ad una Prima Repubblica già in profonda crisi. Da quelle circostanze nacque la spinta ad abbandonare le pratiche della democrazia consociativa a favore di un sistema maggioritario. La manifestazione più vistosa di questo sentimento è arrivata con il referendum del 18 aprile 1993, che ha infatti registrato l’80% di consensi favorevoli ad un sistema elettorale maggioritario in luogo del precedente sistema proporzionale puro. Il messaggio sembrava chiaro: il popolo italiano non vuole le “larghe intese”. Qualche mese dopo con il “Mattarellum” pensavamo di esserci lasciati definitivamente alle spalle le pratiche della mercificazione dei seggi e degli scambi di poltrone.

Eppure oggi si ha la sensazione di essere ricatapultati nelle logiche del proporzionalismo: persino l’Andreotti del film sarebbe probabilmente sbiancato nell’osservare la situazione politica delle legislature contemporanee e constatare che il clientelismo e il trasformismo propri della sua scuola, non erano altro che un pallido fantasma delle pratiche che si sarebbero riaffermate 25 anni dopo.  

“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere! “

Sono queste le parole con le quali Nietzsche espone ne “La Gaia Scienza” il concetto di “eterno ritorno”, spesso allegorizzato nell’Uroboro, un serpente che si morde la coda,  simbolo della concezione ciclica del tempo. D’altro canto Nietzsche non è l’unico pensatore che rintraccia una certa tendenza degli eventi a ripetersi nel tempo e che sconfessa l’utilità del messaggio ciceroniano “Historia magistra vitae”; una tendenza che, secondo una preoccupante eterogenesi dei fini, ben si concilia con la memoria da pesce rosso che sembra caratterizzare una buona parte del popolo italiano e che finisce per attualizzare la massima aristotelica del “Ogni popolo ha il governo che si merita”.

Uroboro

Pubblicato da Memecrazia Cristiana su sabato 22 luglio 2017

Amore che vieni, da me tornerai”

Multipartitismo

Multipartitismo e ingovernabilità erano e sono ancora oggi all’ordine del giorno. Partiti che raccolgono percentuali minime di consenso tentano di intercettare pacchetti sicuri di voti facendosi portatori di istanze, spesso e in larga parte, monoprogrammatiche o monotematiche. Questa logica un tempo era sposata ad esempio dal Partito Radicale, che a cadenza simbiotica con la scadenza della legislatura cambiava l’oggetto  della propria attività politica (l’anticlericalismo, il divorzio, l’aborto, la libera sessualità, le carceri, l’antimilitarismo); oggi tentano di farlo liste civiche o presunti partiti neofiti come +Europa (la cui leader, Emma Bonino, è curiosamente stata figura di spicco proprio nei sopracitati radicali).

Altre volte, ad arricchire il microcosmo del multipartitismo contribuiscono parlamentari uscenti dai partiti delle ultime legislature in seguito a scissioni interne, come è accaduto durante l’insediamento di Renzi a Palazzo Chigi, quando il neo-fondato partito NCD di Alfano è uscito da Forza Italia per garantire la sopravvivenza della maggioranza in cambio di una comoda poltrona al dicastero degli Esteri. Il minimo denominatore comune di simili scenari è quello di partiti che incamerano gradi minimi di consenso, ma che si ritrovano paradossalmente a rappresentare l’ago della bilancia della coalizione di maggioranza, esercitando un potere di condizionamento sproporzionato rispetto al grado di investitura democratica di cui godono: tutto ciò soltanto in chiave “governabilità”. Una volta questa almeno veniva garantita da Pannela, che sebbene non facesse parte della coalizione pentapartito (se ne distaccò nel 1955 uscendo dal Partito Liberale Italiano) si avvicinò al Psi e spesso appoggiò i provvedimenti del Governo, come accadde per il referendum sulla contingenza (1985) ; oggi da Alfano. La storia non solo si ripete, ma ti schernisce.

Larghe intese

Prima del 1994 le coalizioni sono sempre state formate dopo le elezioni attraverso negoziati tra le varie forze politiche. Purtroppo la presunta svolta referendaria non ha lasciato un’impronta concreta a lungo termine e, sebbene oggi le coalizioni vengano annunciate pubblicamente prima delle elezioni, non di rado vengono sconfessate il giorno dopo lo spoglio delle urne con atarassica nonchalance dai capi partito, che sposano le “larghe intese” in nome di logiche scambiste.

Conventio ad excludendum

In passato per mezzo secolo si è escluso dalla coalizione di governo un partito che si assestava attorno al 30% di consensi; oggi è cambiato il soggetto della conventio ad excludendum, ma non la dinamica: la DC nel 1953 approvava ancorandola alla questione di fiducia alla Camera la “legge truffa”; qualche anno fa l’Ulivo fece lo stesso a pochi mesi dal voto, sabotando nell’indifferenza generale quello che secondo i sondaggi era il primo partito in corsa alle prossime elezioni. 

“Turatevi il naso”

Negli anni ’70 Indro Montanelli chiedeva di turarsi il naso e di votare la DC.  La Balena Bianca gli faceva schifo, per corruzioni e legami con la mafia, ma da vecchio anticomunista invitò i suoi lettori a fare argine contro il “sorpasso” del PCI per evitare che questo salisse al potere. Oggi è Renzi che, nel disperato tentativo di arginare l’epistassi di voti che aspetta il PD il 4 marzo, ha invitato gli elettori a turarsi il naso e votare per lui per impedire ai “populisti” di ottenere la maggioranza. E pensare che il “fetore” delle sue liste è probabilmente emanato da quei 29 indagati da lui candidati senza passare dalle primarie sulle quali nacque il suo partito.

Alfano e Renzi a Porta a Porta (Credits: Facebook)

Peccati capitali

Come è possibile che un neonato sistema, che si imperniava sulle dichiarazioni di rinnovamento della vecchia classe politica e delle dinamiche del parlamentarismo proporzionale, accolto con tutti i buoni auspici di una forte investitura popolare, si sia risolto in un panorama che in molti punti si appiattisce su quello che lo ha preceduto?

La prima beffa fu assestata con il passaggio alla legge Calderoli (Porcellum) nel 21 dicembre 2005 che, sebbene di fatto reintroducesse un meccanismo proporzionale di voto, cercava di raddrizzare il tiro di una totale sconfessione della volontà degli italiani – espressa con il referendum di 12 anni prima – attraverso l’introduzione di due correttivi: premio di maggioranza (dichiarato incostituzionale dalla Sentenza  n. 1/2014 della Corte Costituzionale) e clausola di sbarramento, che secondo il Centrodestra avrebbero comunque garantito governabilità (previsione che si è rivelata troppo ottimistica e alquanto fallace, viste le numerose disaggregazioni post elettorali alle quali sono più volte andate incontro le coalizioni vincitrici).

Questi correttivi erano presenti anche nell’Italicum, “la legge che ci invidierà tutta Europa” secondo il direttore d’orchestra, Matteo Renzi, che ne ha promosso la adozione, e che forse ignorava gli evidenti vizi di incostituzionalità, sanzionati ancora una volta da una sentenza della Corte Costituzionale del 2017. A prescindere da certi “dettagli”, non esattamente di portata ininfluente, l’aspetto più allarmante di questa legge elettorale è che non sarebbe stata neppure applicabile, perché pensata per un assetto istituzionale esistente soltanto in via eventuale, e cioè dopo il passaggio della riforma costituzionale bocciata dal referendum del 4 dicembre 2016, e dunque (fortunatamente) inesistente.

I livelli più alti di perizia della nostra classe dirigente si sono però raggiunti con quest’ultima legge elettorale: il Rosatellum, che fa un’accurata cernita dei peggiori aspetti dei suoi precedenti e li ripropone. Lo fa reinserendo i listini bloccati, presenti anche nel Porcellum e già sanzionati dalla sentenza della CC. Lo fa impedendo il voto disgiunto, che permetterebbe di esprimere la propria preferenza anche per un candidato separato dal partito che si vota. 

Lo fa violando il principio di neutralità, che dovrebbe caratterizzare una qualunque legge elettorale, e che invece in questo caso avvantaggia evidentemente le coalizioni (che sono assolutamente mutevoli) e svantaggia chi corre in lista da solo (M5S e LeU). Lo fa andando contro la Raccomandazione del Consiglio d’Europa adottata dalla Corte di Strasburgo, che invita i Paesi a non cambiare le regole del gioco a pochi mesi dal voto. Lo fa portandoci all’elezione di un ennesimo Parlamento illegittimo per mezzo di una legge che verrà probabilmente dichiarata incostituzionale, che, come è accaduto nelle ultime tre legislature sorrette da una maggioranza eletta con il Porcellum (che intanto era già stato dichiarato incostituzionale), difficilmente verrà sciolto una volta eletto.

Ettore Rosato, ideatore della legge elettorale italiana 2017, per questo chiamata “Rosatellum” (Credits: Un Giorno da Pecora Radio1/Facebook)

L’attuale Presidente della Repubblica infatti, sebbene certamente maggiormente “sobrio” e super partes rispetto al suo predecessore – che a tratti sembrava essersi dimenticato che gli italiani nel 1946 optarono per la repubblica e non per la monarchia -, secondo molti non ha comunque adempiuto in maniera congrua alla sua funzione di organo di tutela della costituzione in più occasioni: non lo ha fatto quando ha promulgato questa stessa legge elettorale e, prima di lei, l’Italicum, e neppure quando poco più di un anno fa non ha sciolto le camere nel momento in cui il 60% degli italiani ha rispedito al mittente una riforma costituzionale sulla cui base il partito che governa(va) il Paese aveva costruito la propria identità programmatica.

Infine, lo fa se si guarda alle dinamiche che hanno portato alla sua approvazione, che rimanifestano l’irriducibile tentazione di blindare il passaggio alle Camere con la fiducia (senza che si capisca però perché si debba dare la fiducia al Governo per una legge che è stata scritta anche dalla Lega e Forza Italia). Due sono i precedenti, entrambi non esattamente ricordati per le illustre circostanze nelle quali si svolsero: il primo risale all’anno 1923, l’Italia vestiva la camicia nera e il Duce poneva la questione di fiducia sulla legge Acerbo; il secondo, già menzionato, è stato tanto apprezzato dalla storiografia moderna da essere ribattezzato “legge truffa”.

Intanto il PD, quando gli chiedono conto del disastro, si comporta come se non ne fosse stato il principale artefice  e risponde ”non è il massimo, ma non si è potuto fare di meglio”. In realtà non si è voluto fare di meglio, già dall’Italicum e già dai suoi vizi. Non lo si è voluto fare neppure quando si è scelto di non rimodellare la legge uscente dalla sentenza della Corte Costituzionale per renderla applicabile al Senato, perché quella si, sarebbe stata una legge elettorale equa. Renzi però si è reso conto che affiancandosi in bicicletta ai finestrini delle macchine al casello di Rignano non riusciva a convincere molti elettori a votare PD, e che anzi avrebbe soltanto rischiato di essere asfaltato (non soltanto alle urne). Dunque si è provvidamente sentito in dovere di bucare le ruote dei suoi concorrenti già ai blocchi di partenza.

"Pensaci!" – Lo spot del PD per le elezioni politiche

Una famiglia italiana, in auto, alla vigilia del 4 marzo.Spoiler: finale a sorpresa.Questo voto è importante, pensaci.

Pubblicato da Partito Democratico su martedì 20 febbraio 2018

Delitto (quasi) perfetto

Siccome dunque la legge è fatta di proposito per creare ingovernabilità, sondaggisti e politologi hanno continuato a lanciare l’allarme “ingovernabilità”, come se non fosse un effetto matematico controllabile, ma più aleatorio dell’umore della Lorenzin in menopausa. In questo modo verrà riabilitato il “voto utile”, che però non dovrà andare al maggior partito per non creare instabilità.

Intanto, colui che ha inventato la categoria del populismo antieuropeista viene raddobbato con le vesti di “amicone” della Merkel e “compagno di merende” di Junker. Il Cavaliere appone il “Berlusconi Presidente” sul simbolo di Forza Italia, nonostante sia proprio la Corte di Strasburgo di quell’Europa che dovrebbe difendere dalle ondate populiste ad emettere la sentenza di incandidabilità. Contemporaneamente nel Centrodestra in periodo di campagna elettorale diventano tutti più accomodanti e docili e sembrano ignorare le “irrilevanti”scaramucce programmatiche, riguardanti ad esempio il tema delle migrazioni, il rapporto con il Centrosinistra, le relazioni con l’Europa, le questioni sulla riforma della legge Fornero, l’incertezza sull’eventuale candidatura da appoggiare nei ministeri chiave.

Dopo tutto si è già inserito nel meccanismo elettorale la possibilità di votare si la coalizione, ma anche il singolo partito, dando per scontato che gli italiani siano dei completi analfabeti funzionali e che quindi non si rendano conto che un meccanismo del genere non serva soltanto a distribuire seggi e cariche all’interno della coalizione, ma sia funzionale alla possibilità per ogni lista di riscrivere le alleanze il giorno dopo le elezioni. D’altra parte il Centrosinistra, in un eccesso di generosità, ha già raso al suolo alcuni suoi (buoni) candidati dalle liste, per candidare invece nei collegi una ventina di ex berlusconiani perché Berlusconi è in over-booking e non può farli eleggere tutti.  In un tale scenario le possibilità più papabili sono guarda caso le uniche due favorevoli ai fautori di questa legge elettorale.

Governo di “larghe intese” PD – Forza Italia

Matteo Renzi respinge le accuse di voler adottare un “Patto del nazareno bis” dopo il voto del 4 marzo (Credits: Election Day/ Facebook)

Tutti lo sanno ma nessuno ne parla, o meglio, lo ammette. I leader dei due schieramenti continuano a respingere questa ipotesi, ma i fatti che hanno accompagnato queste settimane di campagna elettorale e i meccanismi inseriti nel Rosatellum sono più eloquenti di qualunque dichiarazione. A tutto ciò si aggiunge il fatto che Berlusconi non è de facto candidabile come premier della coalizione di Centrodestra, sebbene “se ne freghi” come ha dichiarato pubblicamente, e difficilmente accetterà di sostenere l’insediamento a palazzo Chigi di Salvini o Meloni. Il Cavaliere si è poi già tradito esprimendo il suo avvallo per un governo di mediazione a guida Gentiloni, che continua a raccogliere consensi trasversali da tutti, tranne che da chi dovrebbe ottenerli veramente: il popolo italiano.

L’ultima volta che il premier uscente si è misurato con il “bagno di folla”, questo è più che altro somigliato ad una doccia fredda. Erano le primarie del PD per la candidatura a Sindaco di Roma del 2013: Gentiloni arrivò terzo su tre, dietro Marino e a Sassoli. Adesso improvvisamente è diventato idolo delle masse e figura più accreditata per fare il premier di una coalizione PD – FI  e, se ce ne sarà bisogno (e visti gli ultimi sondaggi, probabilmente ce ne sarà), un pezzo di Lega maroniana, di Liberi e Uguali e qualche espulso del M5S. Se ciò accadesse vorrà dire che avremo il quinto governo consecutivo “all’insaputa” degli elettori: questo è il vero problema democratico dell’Italia.

Il Centrodestra raggiunge la maggioranza

La coalizione di centrodestra (Credits: Silvio Berlusconi/Facebook)

Già la soglia del 38/39% potrebbe essere sufficiente per permettere ad una maggioranza dello stesso schieramento di emergere, visti gli effetti della distribuzione dei seggi (probabilmente non debitamente considerati e sottostimati da Rosato e dal PD) e dato che il flusso di voto si manifesta in maniera disomogenea sul territorio nazionale.

Qualora poi dovessero comunque mancare un certo numero di seggi per la  formazione di una maggioranza, già abbiamo avuto modo di osservare lo straordinario camaleontismo che caratterizza molti deputati, o in ragione di “scambi di poltrone”, dei quali ha dato prova l’ultimo governo Renzi, o più rudemente in cambio di somme di denaro, come ha dimostrato la sentenza in prescrizione che condanna Berlusconi per la compravendita di voti in Senato e che contribuì a causare la caduta del Governo Prodi nel 2008. D’altro canto poi Forza Italia ha già aperto le proprie liste, dove si garantisce “l’indennità totale” per i candidati espulsi dal M5S per la mancata restituzione di parte dei propri stipendi. Ci si immagina dunque che, in ragione di queste considerazioni, per il Centrodestra non sia un’impresa tanto inverosimile quella di racimolare una maggioranza di governo .

Assistiamo da giorni ad interventi di “forza maggiore”  che continuano a spiegarci chi vorrebbero come premier e tentano di condizionare l’andamento delle elezioni. Junker lancia l’allarme mercati se l’Italia non avrà un governo stabile; Napolitano parla all’ISPI e apre su Gentiloni, “essenziale per la governabilità”; Letta fa lo stesso tirando in ballo la “la drammaticità della situazione”; persino Prodi rinnega la vicinanza ai “compagni che sbagliano” di LeU e appoggia il Centrosinistra. Fortuna che l’assolutismo empirico l’Italia se lo è lasciato alle spalle nel XVIII secolo e che per partecipare alla “lotteria Chigi” il biglietto è uguale per tutti e passa per il vaglio degli elettori, che oggi come non mai sono chiamati a restituire un segnale forte a questa classe politica e alle insidie democratiche dei loro lacchezzi. Se così non sarà, questa volta non avremo di che lamentarci.  

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