L’India Moghul e il ruolo della donna

India, seconda metà del XVI secolo. L’Impero Moghul, fondato nel 1526 dall’ex governatore del Ferghana Zahir ad-Din Muhammad Babur, di nobile lignaggio ma militarmente debole, era allora governato dal nipote Jalal ad-Din Muhammad, conosciuto come Akbar I, e aveva appena intrapreso il suo momento di massimo splendore.

Mentre lo Shahanshah consolidava il proprio potere nel Subcontinente indiano, dotando l’esercito di nuovi equipaggiamenti di provenienza occidentale ed allargando i confini del regno, al contempo la corte Moghul si caratterizzava per una vivacità intellettuale ed un eclettismo culturale, resi possibili dalla pace conquistata dopo innumerevoli battaglie.
Akbar patrocinava l’arte e la letteratura, era interessato alle tradizioni e religioni indiane, tanto da favorire un sincretismo religioso “di Stato” (la Dîn-i llȃ) che le comprendesse, ed amava la pittura e l’architettura, promuovendo nuovi stili caratteristici. È in questo contesto ricco di vitalità che si colloca la peculiare figura femminile di Golbadan Begum, “Principessa dal corpo di rosa”, figlia di Babur e sorellastra del futuro Padishah Humayun, il padre di Akbar, rimasta famosa per aver scritto lo Humȃyûn-nȃma, la “Storia di Humayun”.

Golbadan nasce a Kabul nel 1523, un momento difficile per Babur, che aveva appena riconquistato le provincie afghane e che stava preparando l’ultimo di una lunga serie di attacchi all’India, destinato ad essere il colpo fatale per il decadente Sultanato Lodi. A due anni, Golbadan viene adottata da Maham Begum, moglie favorita del sovrano e madre dell’erede al trono Humayun, entrando così a far parte della cerchia più intima e prestigiosa della famiglia reale. Insieme a lei, viene adottato anche il fratello ‘Abu Naser Muhammad Hendal, uno dei protagonisti della sua opera.

Lo Shahanshah Babur e la sua corte.

Quando, nel 1530, Babur muore, lascia al figlio Humayun un regno altamente instabile: ad ovest, gli Uzbeki e le tribù afghane compiono scorribande nel Kabulistan e nel Punjab, territori affidati al fratello Kamran; a sud, il governatore del Gujarat, Soltan Bahadur Shah, si ribella apertamente all’erede Mughal, mentre, ad est, cresce minacciosa la potenza di Shir Shah Suri, influente capo afghano. La famiglia reale stessa è tutt’altro che unita: Hendal tradisce il fratello e assedia Delhi e la capitale Agra; Askari, un altro fratellastro, abbandona la propria provincia in mano ai nemici, e Kamran si rifiuta di unire le proprie truppe all’esercito Moghul in battaglia contro Shir Shah Suri.

Tuttavia, Humayun poteva contare sulla lealtà e l’affetto di Golbadan. Questa principessa colta, versata in poesia e in letteratura, si rivela per lui una preziosa alleata, tanto da affidarle una missione diplomatica presso Hendal, che stava progettando di passare tra le fila dei traditori, e da inviarla da Kamran, sospettato anche lui di doppiezza. Sebbene Golbadan si sforzi di mettere fine alle divergenze tra i fratelli, tra il 1540 e il 1543 Humayun perde tutti i suoi territori, spartiti tra Shir Shah Suri e Kamran, ed è costretto a rifugiarsi presso lo Shah di Persia Tahmasb.

Nel 1546, al ritorno di Humayun in India, forte di un’armata di dodicimila soldati persiani pagata allo Shah con una poco sentita conversione allo Sciismo duodecimano, i nemici battono in ritirata opponendogli poca resistenza anche perché, nel frattempo, Shir Shah Suri è morto e il suo impero si è frantumato. Seguono diverse battaglie tra Humayun e Kamran, appoggiato dalle tribù afghane, ed in una di queste muore Hendal. Nella sua storia, Golbadan lamenta così la perdita dell’amato fratello: “Ahimè qual giorno fu quello in cui il mio Sole si nascose dietro la nuvola”. Alla fine, nel 1553, Kamran viene catturato. Gli Emiri ne chiedono a gran voce la morte, ma Humayun rivela ancora una volta il suo mite carattere, evitando al fratello la fine e limitandosi a farlo accecare. Con questo episodio si chiude il racconto di Golbadan.

In realtà, Humayun visse ancora due anni e mezzo durante i quali, dopo aver debellato le ultime sacche di resistenza nei territori indiani, riuscì a riconquistare le città di Delhi e Lahore. La sera del 20  gennaio 1556, Humayun muore cadendo dalla scala che portava al terrazzo della propria biblioteca, dove si era recato per veder sorgere Venere e osservare il richiamo della preghiera serale.

Tomba di Humayun.

La “Storia di Humayun” è davvero molto peculiare nel suo genere. L’impronta femminile nel racconto è evidente specialmente nel tratteggio psicologico dei personaggi, oltre che nelle descrizioni della vita di corte e dell’harem che ci presenta Golbadan. Riguardo il protagonista della vicenda, Humayun, Golbadan sa coglierne i punti di forza e le debolezze: ad esempio, apprendiamo che, come il padre, il sovrano Moghul faceva uso consistente di oppio, anche se, più che dipendenza, il suo era un modo per evitare gli obblighi di corte.

Ciò è particolarmente evidente quando Golbadan ci racconta di un litigio avvenuto tra Humayun e la moglie Bega Begum, la quale si lamentava della frequente assenza del re nei padiglioni a lei riservati. Rimproverato dalla consorte, egli risponde che la propria mancanza deriva dal fatto di fumare oppio e del conseguente intorpidimento dei sensi; tuttavia, Bega Begum non sembra per niente soddisfatta della risposta, e, anzi, risponde in maniera accusatoria, affermando che le sue sono solamente scuse.

Questo aneddoto dimostra l’attenzione particolare di Golbadan per le dinamiche di corte, specialmente quando vi sono coinvolte le donne. Un’altra figura femminile della storia che tiene testa al Padishah è la moglie favorita Hamida Begum, futura madre di Akbar. Humayun la incontra per la prima volta alla corte di Shah Hosayn Arghun, sovrano del Sindh presso cui si era rifugiato mentre fuggiva da Shir Shah Suri: se ne invaghisce immediatamente e ordina alla madre di organizzare il matrimonio.

Quella che doveva sembrare una facile unione, appoggiata dalla madre di Hamida e dal suo precettore, diventa però una struggente attesa per il re, costretto a fare i conti con il rifiuto iniziale della principessa. Questa, difatti, si rifiuta esplicitamente di incontrarlo per ben quaranta giorni, e alla domanda di un’altra principessa sul perché di tanta ostinazione e se si volesse sposare, ella rispose: “Certo che mi sposo, ma voglio sposare qualcuno cui la mia mano possa arrivare fino a toccargli il colletto, non qualcuno cui non possa nemmeno lambire la veste.”.

Hamida Banu Begum.

È grazie a questi e ai molti altri aneddoti sulla famiglia reale e l’ambiente di corte se oggi possiamo giustamente ritenere lo Humȃyûn-nȃma una preziosa finestra sulla vita e le tradizioni della società Moghul, i suoi sovrani e i suoi protagonisti femminili. Golbadan passa in rassegna con dovizia di particolari tutto ciò che costituiva usi e costumi della propria epoca, ponendo l’accento sul suo valore etnografico: feste di nozze o circoncisione, preparazione di cibi, descrizioni di abiti e luoghi di ritrovo e svago.
Inoltre, il suo lavoro è arricchito dalle importanti testimonianze dirette su come si svolgevano le politiche di corte anche in relazione alle signore dell’harem, alla loro importanza ed influenza nelle decisioni di governo e, in generale, al ruolo per nulla marginale della donna nella storia delle relazioni.

About Riccardo Valle 15 Articles
Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

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