L’Islanda in autostop: tra i Vichinghi dei nostri giorni

Non lo sanno in molti, ma esiste un modo adatto a spiriti poco atletici per viaggiare in un posto come l’Islanda senza spendere nulla: l’autostop. O il Couch Surfing. O le due cose messe insieme, che, qualora vadano ad aggiungersi alla prospettiva di un viaggio in totale libertà nel luogo che occupava i vostri sogni da molto tempo, renderanno il tutto un’avventura indimenticabile. Ma non sono qui per raccontarvi del brivido di emozione che mi sfiora ogni vertebra se rifletto su quanto questo viaggio in Islanda mi abbia dato, o del sorriso quasi commosso che non riesce a non spuntarmi quando in preda alla nostalgia mi riguardo le foto. No, sono qui per parlarvi degli Islandesi. Di questi 300.000 – o poco più – biondissimi individui di cui non si sa molto, ma che invece molto hanno da raccontare.

Dal contadino sul pick-up alla famigliola dai capelli rossi in viaggio, dall’ex Professore di Biogenetica di Harvard al ventisettenne sulla sedia a rotelle, tutti gli Islandesi con cui per un motivo o per l’altro sono entrata in contatto (perché mi hanno ospitata o mi hanno dato un passaggio tra i vari chilometri di distese vulcaniche, steppe e ghiacciai della loro terra) si sono mostrati più che disposti a parlarmi di loro, ma soprattutto a parlarmi della loro Islanda, di cui vanno tutti, dal primo all’ultimo, fierissimi. Sì, gli Islandesi adorano la loro isola e adorano parlarne, sfoggiando un patriottismo genuino ed innocuo.

Il popolo che, secondo le statistiche, legge di più in assoluto. Un Paese che può vantarsi di non avere un esercito (a cosa gli servirebbe, in fondo?) e che insieme a ciò rifiuta, nella sua mentalità più profonda, l’idea di violenza; o che può vantarsi di aver avuto il primo Premier dichiaratamente omosessuale al mondo, e per di più donna.

Un popolo che continua a parlare una lingua antichissima (derivazione diretta dal norreno, il norvegese antico) e gelosamente custodita, che permette ai giovanissimi di leggere senza fatica le saghe del tredicesimo secolo grazie anche a un comitato presente all’Università di Reykjavík, il quale ha lo specifico compito di tradurre letteralmente in islandese le numerose parole provenienti dall’esterno. Pizza? “Impasto piatto”. Batteria? “Pietra che brucia”. Facile, direi! Lingua che peraltro viene definita, dai pochi non madrelingua che la parlano, come un tatuaggio sul fondoschiena: impararla è doloroso, ci si mette tanto e quasi mai si riesce a sfoggiarla. E che curiosamente offre un gran numero di sinonimi per la parola “verde” e neanche uno per dire “per favore”. Bizzarra, originale.

Come gli Islandesi. Gente che dall’alto della propria modernità e della propria tecnologia avanzata non sembra aver problemi a parlare di case infestate dai folletti o di gnomi che attraversano la strada. Gente che non fa aspettare un’autostoppista più di venti minuti, che parla un inglese perfetto, che mangia pizza prosciutto cotto e banana. Un allevatore di cozze che vive in una casa blu dal tetto rosso su un’isoletta che si affaccia direttamente sull’Oceano Artico, che ospita gratuitamente viaggiatori da tutto il mondo senza aspettarsi nulla in cambio, e ottiene invece infinita riconoscenza e affetto.

Un popolo tollerante, rilassato, ironico (“se ti perdi in una foresta islandese… alzati in piedi”. Niente alberi, da quelle parti!), poetico ed enigmatico, che può permettersi di lasciare le porte delle case aperte perfino nella capitale, che ospita un totale di circa 150 detenuti in tutto il suo territorio, che fa trovare ai turisti di fine luglio sbarrati i cancelli della sede della Corte Suprema non perché i giudici siano in ferie, bensì perché “non hanno attualmente nulla da fare”. Un popolo che per il Gay Pride riempie Reykjavík dei colori dell’arcobaleno e accompagna i suoi bambini per mano, mentre divertiti ammirano il sindaco che, interamente vestito di rosa, balla su uno dei carri della sfilata, facendosi riconoscere solo per il tatuaggio sul braccio sinistro. Un posto definito, prima della devastante crisi del 2008 (dalla quale si stanno riprendendo velocemente), “alla fine della storia”. E che, soprattutto, riesce a produrre ogni anno dei capolavori della musica sperimentale e non.

Un popolo, per tirare le somme, che per il viaggiatore estasiato fa da sfondo agli incredibili paesaggi locali, ma che merita di essere conosciuto più a fondo. Un popolo che, se non si fosse capito, vorrei davvero continuare a scoprire, anche solo per trovargli un difetto.

Takk fyrir. Grazie mille.

Alcune foto del viaggio

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Leggi anche “L’Islanda in bicicletta”:

il racconto e le foto del viaggio di Lorenzo Alberini

tra “laghi, vulcani e ghiacciai”.

About Irene Manganini 7 Articles
Riccia, romana, 2° anno SID, adora Sconfinare, dentro cui si è trovata molto per caso. Non sa ancora bene cosa farà nella vita, nel frattempo si dedica con anima e corpo alla sua passione per l'umanità intera.

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