L’Italia è il paese che amo

Il 2 e 3 giugno 1946 si tenne, a suffragio universale, il referendum istituzionale attraverso il quale gli italiani vennero chiamati a decidere sulla forma di governo che da quel momento in poi avrebbe caratterizzato il Paese. Ogni anno, il 2 giugno si celebra la Repubblica, la nascita della nazione: ogni anno, mentre a Roma viene deposta la corona d’alloro all’Altare della Patria e si svolge la maestosa parata militare, qualche voce si leva a commentare come non ci sia nulla da festeggiare.

Il bipolarismo dei cittadini italiani nei confronti del Bel paese potrebbe essere proverbiale. Un esempio su tutti è l’ex premier Silvio Berlusconi: dall’ormai storico l’Italia è il Paese che amo” quando scese in politica nel 1994, alla conversazione con Lavitola nel 2011 in cui affermava di non vedere l’ora di andarsene da “questo Paese di merda“, il passo non è poi così lungo. Per quanto siamo e siamo stati presi in giro dal resto del mondo, non c’è nessuno di più duro verso la nostra penisola di noi stessi.

Ogni qual volta venga scoperto l’ennesimo scandalo che coinvolge la nostra classe dirigente, siamo tutti pronti a citare l’eternamente valido Dante: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!” Impariamo ben presto a lamentarci e sminuirci, ad elencare tutto ciò che non va: l’economia oppressa dal debito, dalla poca competitività, dalla corruzione, il sistema giudiziario inefficiente, il crimine organizzato, la politica, la musica neomelodica di scarso gusto. Come non dar ragione al giornalista del New York Times Frank Bruni, che poco tempo fa scriveva, nel suo brillante “Italy Breaks Your Heart“, “Sono abituato al teatrale pessimismo degli italiani, al loro talento per il lamentarsi. Ricorda quasi uno sport, o un pezzo d’opera, recitato con un fluido gesticolare e intonazioni musicali“? Siamo un popolo tremendamente drammatico e aspramente critico verso noi stessi, eppure sono dell’idea che anche questo faccia parte del fascino dell’essere italiani.

Chi dice che gli italiani non sanno quello che vogliono? Su certi punti, anzi, siamo irremovibili. Vogliamo la grandezza senza spese, le economie senza sacrifici e la guerra senza morti. Il disegno è stupendo: forse è difficile da effettuare“, scriveva Ferdinando Martini. Ricchi di queste contraddizioni, perseveriamo nel dimenticare sbadatamente che c’è tanto, tantissimo da amare qui.

Si potrebbe parlare per ore della storia che permea il centro di ogni città e borgo, della dolcezza della campagna in primavera, del proverbiale sole, del sospiro di meraviglia che si leva davanti ai nostri paesaggi, del profumo inebriante della cucina. Ma dato che, come soleva dire Antoine de Saint-Exùpery per bocca del Piccolo Principe, “Agli adulti piacciono i numeri“, è giusto citare qualche dato che viene a volte ignorato per dare importanza a quelli che sono gli indubbi, moltissimi problemi che affliggono il Paese.

Impossibile non cominciare partendo dal patrimonio culturale: a nessuno può sfuggire come l’Italia detenga il maggior numero di World Heritage Sites dell’UNESCO, con un totale di 50 siti su 1.007 al mondo. Quello degli italiani artisti, mercanti e navigatori potrà essere uno stereotipo ormai datato, ma è assolutamente impossibile scindere il Paese dall’enorme mole di cultura millenaria che lo caratterizza e lo valorizza di fronte al mondo intero. “Noi italiani siamo come dei nani sulle spalle di un gigante, tutti. E il gigante è la cultura, una cultura antica che ci ha regalato una straordinaria, invisibile capacità di cogliere la complessità delle cose. Articolare i ragionamenti, tessere arte e scienza assieme, e questo è un capitale enorme. E per questa italianità c’è sempre posto a tavola per tutto il resto del mondo,” dice Renzo Piano, solo uno dei nostri tantissimi vanti. Non conosco il numero di artisti, poeti, architetti, inventori, scienziati, scrittori, musicisti, scultori italiani che hanno arricchito il mondo nel corso della storia, ma mi piace credere che siano sull’ordine delle migliaia.

Restiamo tuttora nella classifica delle dieci maggior economie globali. Su un totale di 5.117 categorie merceologiche registrate nel 2012, il numero di prodotti nei quali l’Italia detiene le prime posizioni al mondo per surplus commerciale erano nel complesso 935, che è la somma di 235 primi posti, 377 secondi posti e 323 terzi posti.

L’Italia ha il quinto avanzo commerciale dei beni manifatturieri tra i paesi del G20 al netto di energia e minerali, con un saldo positivo nel 2014 di 95 miliardi di euro. Considerando il totale dell’industria, compreso l’interscambio di prodotti energetici, la bilancia commerciale italiana rimane comunque positiva, con un saldo pari a 42 miliardi di euro.

Per quanto riguarda esclusivamente l’agricoltura, siamo il campione europeo per numero di imprese biologiche – il 17% delle imprese dell’Unione, ovvero 43.852 – ed emettiamo il 35% di gas serra in meno rispetto alla media UE. Se si ha voglia di pensare ancora un po’ più in grande, siamo il primo paese al mondo per quantità di prodotti “distintivi“, con 268 prodotti DOP e IGP e 4.813 specialità tradizionali regionali.

Molti di questi dati si trovano all’interno del sito ministeriale extraordinarycommonplace.com, pubblicizzato da un video divenuto velocemente virale: “Italy – The extraordinary commonplace“, che mira a smentire i principali pregiudizi riguardanti il popolo italiano.

Pizzaioli? Latin lover? Festaioli? Gesticolatori? Eterni bambini? Amanti del cibo? Dediti alla dolce vita? Maniaci del calcio? Il video vorrebbe screditare questa visione approssimativa che il mondo ha nei nostri confronti. Avendo vissuto per vent’anni in questo paese, però, non capisco il perché: è tutto vero. Sì, amiamo la pizza e siamo tutti concordi sul fatto che nessun altro al mondo sia capace di farla come si deve. Sì, mettiamo l’amore sopra ogni cosa, o quasi. Sì, come dice Beppe Severigni nel suo articolo per il New York Times, “nessuno è più bravo di noi a trasformare una crisi in una festa”. Sì, siamo dell’idea che, benchè la nostra sia una lingua musicale e dolcissima, muovere le mani nel mentre aiuti a comunicare il messaggio. Sì, spesso non siamo capaci di assumerci le nostre responsabilità e combiniamo pasticci, ma avremo sempre quel valore aggiunto di creatività, immaginazione e furbizia che fanno la differenza. Sì, riteniamo che il cibo sia dannatamente importante e sì, c’è un motivo per cui “la dolce vita” è un termine intraducibile: non rinunceremo mai, se non controvoglia, a un bicchiere di vino e una serata in compagnia, a un aperitivo, a un tramonto, alla bellezza. Sì, perdiamo le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre: i mondiali sono il momento in cui più in assoluto ci sentiamo italiani. E tutto ciò non ci rende necessariamente meno professionali, meno seri, meno capaci di stare al mondo. Non ci rende mafiosi o scansafatiche o mammoni, né bigotti, ignoranti e retrogradi (non tutti, almeno).

Non è raro sentir dire, in bocca a uno di noi, che il problema non è l’Italia, ma gli italiani. Tutti i pregi che abbiamo hanno probabilmente il loro corrispettivo in difetto, ma tutto sta nel rendersene conto. Innamorarsi non significa dimenticare i difetti, ma ritenere più importanti i pregi e credere, in cuor proprio, che anche grazie a noi si possano valorizzare questi ultimi e cercare di alleviare i primi. Questo di certo non accade rinchiudendosi in sè, lamentandosi, restando indolenti: mi si spezza il cuore ogni qual volta sento qualcuno di diverso da Giorgio Gaber dire che non si sente italiano.

Non ha senso mentire e dire che per i giovani qui sia facile vivere: la fuga di cervelli ha delle ragioni serie e profonde. Eppure, se dovessi mai essere anch’io ad emigrare, so per certo che questo luogo mi mancherebbe come ogni volta che mi trovo all’estero. Gli altri paesi saranno pure più organizzati, gli autobus saranno più puntuali e la burocrazia meno gravosa, il traffico meno terrorizzante e le file più ordinate. Ma, come scriveva giustamente Pavese, “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo.” Potrò pur scherzare e rivendicare la mia appartenenza regionale, fingendo un campanilismo che credo alla mia generazione appartenga un po’ meno che a quelle precedenti. Potrò pur lamentarmi dell’inglese che parlano i miei compatrioti all’estero e un po’ intimamente vergognarmi della loro costante espansività. Dovrò spiegare tante, troppe volte che non ho mai visto un mandolino in vita mia e che a Venezia non si canta “O’ Sole Mio”. Probabilmente verrò associata a Don Vito Corleone, Berlusconi, Renzi o Salvini,  ma l’Italia è il paese che amo.

Per tutto questo festeggio questo 2 Giugno e festeggerò sempre, e in cuor mio biasimo chi decide, anche oggi, di sputare su un piatto su cui eppur si mangia così bene.

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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