L’Italia invia un nuovo ambasciatore in Egitto

L’annuncio è arrivato nella giornata di lunedì 14 agosto dal titolare della Farnesina, il ministro degli Esteri Angelino Alfano: Roma ha designato Giampaolo Cantini come proprio rappresentante a capo dell’ambasciata al Cairo, dopo sedici mesi di assenza causati dal ritiro del suo predecessore Massari e dall’omicidio di Giulio Regeni, ricercatore friulano di 28 anni, torturato e morto in circostanze misteriose al Cairo nel febbraio 2016.

Ad aprile vi era stata tra Italia ed Egitto un’interruzione totale dei rapporti diplomatici a causa della scarsa collaborazione della magistratura e dello stato egiziano all’indagine sulla morte del malcapitato Regeni, tuttavia l’esecutivo guidato dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha scelto di riallacciare i rapporti con il paese guidato dal generale Al-Sisi – insediatosi con il colpo di stato militare da lui guidato nel 2013, deponendo il governo del leader della Fratellanza Musulmana Mohammed Morsi -, con l’intento di approfondire le indagini e la collaborazione con le istituzioni egiziane.

Il Presidente egiziano al-Sisi

Una motivazione che però ha suscitato grandi polemiche e proteste dai partiti d’opposizione: su tutti il Movimento 5 Stelle che contesta al governo Gentiloni e al precedente governo Renzi (del quale lo stesso Gentiloni ricopriva la carica agli Esteri) una mancata risposta all’articolo pubblicato dal New York Times e uscito il 15 agosto – un giorno dopo l’annuncio dell’invio del nuovo ambasciatore. Nello stesso si parla di un passaggio di informazioni importanti e dettagliate sull’operato del governo egiziano nei confronti di Regeni, insinuando dunque delle responsabilità da parte degli esecutivi italiani.

Renzi e Gentiloni negano di aver mai ricevuto prove rilevanti ed è lo stesso autore dell’articolo, Declan Walsh, corrispondente del Times al Cairo, ad affermare che tutto ciò che gli Stati Uniti riferirono agli italiani era un sicuro coinvolgimento, anche indiretto di al-Sisi nell’omicidio Regeni, per cui sarebbe stato a conoscenza dei fatti. Lo stesso Walsh conclude il suo lungo pezzo ammettendo che gli americani non rivelarono nulla di più per paura di bruciare la propria fonte ed elabora quattro possibili scenari sulla morte di Regeni, nessuno dei quali però è confermato o accompagnato da prove inconfutabili.

Un grande clamore per niente dunque, che non ha portato a nuovi elementi d’inchiesta, ma ha sicuramente contribuito a mettere sotto torchio il governo italiano. Nel frattempo la famiglia Regeni si è detta indignata e profondamente offesa dall’atteggiamento dell’esecutivo e a ottobre partirà per il Cairo nel tentativo di comprendere le vere cause della morte del figlio, sulla quale permangono ancora molti dubbi e incertezze, al di là dei numerosi depistaggi sul conto del giovane ricercatore friulano.

Se però l’invio di un nuovo ambasciatore quasi sicuramente non approfondirà le indagini sul caso Regeni, la mossa di Palazzo Chigi è da leggersi come un riavvicinamento ad un paese troppo importante per l’Italia e influente nello scenario del Mediterraneo. Non si tratta di un legame esclusivamente energetico (Eni è molto attiva nel paese), bensì di un fenomeno di importanza strategica: Sisi è il sostenitore numero uno del generale Haftar, a capo della Cirenaica e del parlamento di Tobruk, non riconosciuto dalla comunità internazionale.

Per Roma la stabilizzazione e la riunificazione della Libia è una priorità assoluta, specialmente in chiave immigrazione, dopo il recente accordo tra il ministro degli Interni Minniti e le principali organizzazioni non governative. L’Italia deve guardarsi anche dalla Francia di Macron, il quale smentendo clamorosamente i toni europeisti e collettivi della campagna elettorale, ha assunto un atteggiamento alquanto intraprendente e di primo piano sullo scenario internazionale e sullo scacchiere libico.

Haftar e il premier libico Al-Serraj (a capo del governo legittimo di Tripoli) sono infatti stati invitati all’Eliseo e ad una storica stretta di mano; negli ultimi due mesi i rapporti tra Roma e Parigi si sono raffreddati anche a causa della discussione sui cantieri navali di Saint-Nazaire e al veto dei francesi a concedere la quota di maggioranza a Fincantieri.

Il caso Regeni ha rotto una forte e solida relazione bilaterale tra Italia ed Egitto e non va dimenticato che oltre all’estrazione petrolifera, l’Italia manteneva forti rapporti commerciali con il Cairo, infatti nel 2015 risultava il primo partner europeo per il paese guidato da al-Sisi; non vi sono elementi per affermare presunte responsabilità straniere in questa rottura, tuttavia le risorse egiziane, siano esse materiali che politiche, fanno gola a molti, su tutti la Francia, desiderosa di vendere i propri armamenti all’Egitto.

Se dunque l’Italia, come nel caso dei due marò, non è riuscita ad imporsi e a pretendere dall’Egitto la verità sulla morte del giovane ricercatore, vi è da registrare una sostanziale ma nota incapacità di esercitare il proprio peso politico a livello internazionale nella difesa e tutela dei cittadini italiani. Una visione strettamente realista impone però, di guardare all’impossibilità di rinunciare ad un partner così importante e rilevante sullo scenario mediterraneo, al centro del quale vi è proprio l’Italia e dal quale giungono le maggiori problematiche attuali per Roma.

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