L’Italia ha una nuova politica nel Corno d’Africa

Conte all'aeroporto di Asmara, con il Presidente eritreo Afewerki (Credits: Raimoq Gallery - IIIRራ/Facebook)

Assente dal Corno d’Africa dagli anni ’90, dopo la stagione dispendiosa della Cooperazione di Craxi, l’Italia sembra essere tornata a puntare nella regione. Con ambizioni che vanno oltre la questione migratoria. 

La breve visita di due giorni del Premier Conte in Etiopia ed Eritrea, compiuta tra l’11 e il 12 ottobre, è solo l’ultimo tassello, in ordine temporale, di un nuovo corso della politica estera italiana nel Corno d’Africa. Dopo decenni di basso profilo che hanno allontanato l’Italia dalle sue ex colonie, iniziati dallo scoppio quasi parallelo di Tangentopoli in casa nostra e della guerra civile in Somalia, Roma ha infatti intrapreso da alcuni anni un riavvicinamento a questa regione, su vari livelli.

La necessità di ridurre i flussi migratori verso le proprie coste ha fatto sì che il governo giallo-verde spingesse con decisione in questa direzione, ma già gli esecutivi precedenti avevano già iniziato a tracciare la strada. A partire da quello Renzi, che con Paolo Gentiloni al Ministero degli Affari Esteri ha varato le nuove “Linee operative della Cooperazione Italiana allo Sviluppo in Africa Orientale” nel giugno 2014, nelle quali sono stati illustrati i principali settori d’intervento nell’area già attuati, in corso e da avviare. L’estate successiva, l’allora Presidente del Consiglio si recò in visita in Etiopia, in occasione della terza Conferenza Onu per il finanziamento allo sviluppo, e in Kenya.

Il viaggio più importante per analizzare la nuova apertura di Roma al Corno avvenne però nel luglio 2014, quando il Viceministro degli Esteri Lapo Pistelli si recò in Somalia, Gibuti, Eritrea, Sudan ed Etiopia. Quello sforzo diplomatico, iniziato già sotto il governo Letta, fu particolarmente importante anche perché toccò Asmara, nella quale l’ultima missione ufficiale italiana risaliva al 1997, compiuta dall’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro: all’epoca la si definiva ancora la “Corea del Nord africana”, prima che il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali – seguito a ruota dal Presidente somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo – riaccogliesse nella comunità internazionale il regime di Isaias Afewerki.

Da destra a sinistra: il Presidente della Somalia, Mohamed Farmajo; il PM dell’Etiopia, Abiy Ahmed; il Presidente eritreo, Isayas Afeworki insieme in Etiopia (Credits: Vecchia e Nuova Somalia/Facebook)

Proprio la recente pace siglata tra Addis Abeba e Asmara a Gedda il 17 settembre, che ha messo fine alla guerra tra i due scoppiata per ragioni di confine nel 1998, ha offerto l’assist politico ideale per Palazzo Chigi. Essendo il primo capo di governo europeo a far visita ai due ex nemici, Conte ha così messo in evidenza l’interesse italiano a ricoprire un ruolo importante nella regione, confermato dal successivo incontro a Roma con l’omologo somalo Farmajo. Al centro delle discussioni con i leader politici locali, tra i quali anche il Vicepresidente della Commissione dell’Unione Africana, Kwesi Quartey, sono stati il contrasto all’immigrazione e lo sviluppo economico.

Il primo tema è sicuramente quello su cui il governo vorrebbe fare più perno, poiché da quest’area proviene circa il 25% delle persone che tentano di raggiungere la Libia; il secondo, invece, è l’asso nella manica di Addis Abeba, il cui tasso di crescita nel periodo 2009-2016 è stato del 10% secondo l’African Development Bank, vera e propria locomotiva economica della regione. Roma, insieme all’Unione Europea, contribuisce cospicuamente all’Intergovernamental Authority on Development (IGAD), tanto da co-presiedere l’IGAD Partner Forum, l’iniziativa dei donatori internazionali dell’istituzione; ad esso va aggiunto il fondo fiduciario per l’Africa (EUTF for Africa) dal valore di 1,8 miliardi di euro, nato dal vertice de La Valletta ne novembre 2015.

Sottolineato da un report dell’Osservatorio di Politica Internazionale, però, sia gli italiani che gli altri partner/competitor europei sono “decisamente indietro rispetto a Cina, Turchia e monarchie del Golfo”: soprattutto il gap con Pechino è difficilissimo da colmare, vista la sua capillarità in tutti i settori, incluso quello militare con l’apertura della prima base cinese all’estero, a Gibuti. Questa risponde all’esigenza di intervenire in chiave anti-pirateria e, all’occorrenza, anti-terrorismo; le stesse motivazioni per cui – sempre nell’ex colonia francese sono dislocati un centinaio di soldati italiani, impegnati in diverse missioni navali internazionali tra gli stretti di Bab al-Mandeb, Hormuz e l’Oceano Indiano: Ocean Shield (NATO), EUCAP “Nestor”, EUNAVFOR “Atalanta” ed EUTM-Somalia (tutte e tre dell’UE).

Credits: ISPI – Istituto per gli studi di politica internazionale/Facebook

Come ha scritto il Viceministro degli Esteri, Emanuela del Re, in una lettera al Corriere della Sera: nel biennio 2017-2018 l’Italia ha donato oltre 81 milioni di euro per interventi di sviluppo e umanitari in Etiopia, Somalia ed Eritrea, e ha erogato crediti di aiuto all’Etiopia pari a 47 milioni di euro”. Tanti altri potranno aumentare in futuro, ha continuato l’esponente dell’esecutivo nel suo intervento, se la regione riuscirà finalmente a stabilizzarsi. Questo è sicuramente un obiettivo che non rientra solo nell’agenda romana, ma anche in quella cinese, che ha già realizzato la nascita della Djibouti International Free Trade Zone (DIFTZ), un progetto da 3,5 miliardi di dollari che copre un’area di 4.800 ettari.

In questa nuova edizione del “Grande Gioco” in salsa africana, Cina e Italia sembrerebbero giocare dalla stessa parte: il grande lavoro qui finora svolto dalla prima è, infatti, strategico per la Belt and Road Initiative (BRI), la stessa che si vuole far arrivare fino a Trieste. Come già scritto, però, anche i paesi del Golfo rivestono un ruolo centrale, soprattutto alla luce della crisi qatariota: proprio Abu Dhabi, infatti, era presente dal 2010 con sue proprie truppe sul confine tra Gibuti e l’Eritrea, in seguito all’aggressione di quest’ultima al primo; entrambe, però, intrattengono buone relazioni con Riyad e Dubai, così che l’anno scorso il Qatar ha deciso di ritirarsi. Questa mossa ha scosso ulteriormente la situazione, diventata ancora più calda dopo la richiesta di Mogadiscio di ritirare le sanzioni ONU contro Asmara.

Il futuro di un possibile, vero ritorno nel Corno dipende quindi da molteplici fattori. La necessità di arginare il fenomeno migratorio rappresenta, certo, la spinta più incisiva nella politica dell’attuale alleanza M5S-Lega, ma accanto a ciò c’è anche la ricerca di nuovi sbocchi commerciali in un’area in continua evoluzione. L’instabilità politica e sociale rappresenta però una variabile che può modificare completamente lo scenario, visto anche che il teatro di guerra yemenita sembra giungere a una conclusione; la presenza iraniana e i relativi timori americani/sauditi/israeliani fanno sì che non si possa parlare solo di affari: in ballo c’è il controllo politico del principale corridoio marittimo da e per l’Occidente.

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Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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