Lo Stupro di Nanchino e gli orrori del Giappone militarista

“Stupro” è una parola forte, che indica la peggiore tra le forme di violenza: una brutale sopraffazione verso un soggetto incapace di difendersi, un sopruso che gran parte delle volte rimane celato alle cronache.
Emblematicamente, con questo termine viene ricordata la drammatica serie di efferati delitti perpetrati a danno della popolazione di Nanchino da parte dell’Esercito giapponese nei mesi a cavallo tra 1937 e 1938.

a nanchino

I fatti di Nanchino si collocano entro la più ampia cornice delle guerre di espansione nella regione cinese, intraprese dal vicino Giappone militarista per estendere il suo potere sull’immenso territorio asiatico. Nel 1931, con un pretesto funzionale all’invasione, le truppe giapponesi avevano conquistato la zona della Manciuria e dato vita al Manchukuò, uno stato fantoccio cinese. Ma le ambizioni territoriali egemoniche dello stato del Sol Levante erano consistenti e la volontà di saziarle si tradusse nella cosiddetta “seconda guerra sino-giapponese”. Le previsioni giapponesi prospettavano la resa della Cina entro poche settimane dallo sbarco, ma la resistenza delle forze messe in campo dai nazionalisti di Chiang Kai-shek fu inaspettata. Solamente dopo estenuanti mesi di combattimento, la città di Shangai capitolò e le truppe nipponiche, assetate di vendetta, si mossero in direzione della città di Nanchino. Sfruttando a proprio vantaggio la sua posizione geografica, accerchiarono la città da tre diverse direzioni per non lasciare scampo ai soldati cinesi. Prima che il sole sorgesse, nella mattinata del 13 dicembre 1937, i giapponesi oltrepassarono le mura di Nanchino e la occuparono. Dal quartier generale del comandante in capo delle operazioni, Asaka Yasuhiko, venne diramato l’ordine di sterminare i prigionieri di guerra. Nei giorni che seguirono, vennero sistematicamente eseguite migliaia di esecuzioni di combattenti cinesi che si erano consegnati al nemico: molti caddero sotto i colpi delle mitragliatrici, alcuni furono decapitati, altri infilzati con le baionette, altri ancora fatti esplodere con le mine, svariati addirittura sepolti vivi.

Il comandante Iwane Matsui entra a Nanchino, 1937
Il comandante Iwane Matsui entra a Nanchino, 1937

Durante l’assedio della città le truppe giapponesi, con inaudita barbarie, si macchiarono di crimini disumani abbandonandosi alla cieca devastazione di tutto ciò che passava loro appresso. Durante i rastrellamenti, con il pretesto di uccidere possibili soldati disertori, assassinarono centinaia di migliaia di civili inermi per le strade o nelle zone poco fuori città. Le donne furono prelevate e stuprate ripetutamente dai militari nipponici che poi le uccidevano con le baionette, al fine di eliminare qualsiasi testimonianza scomoda. Le torture a cui i cinesi furono sottoposti rasentano la macabra fantasia: crocifissioni, mutilazioni d’ogni genere, incendi umani, ibernazioni per il freddo, costrizioni a compiere incesti, sbranamenti con i cani, impalamenti.

Quando Nanchino fu assediata contava mezzo milione di civili, novantamila soldati e decine di migliaia di sfollati provenienti dalle campagne circostanti; quando i giapponesi, dopo le prime sei/otto settimane di occupazione, posero un freno alle atrocità, lo scarto approssimativo superava le trecentomila unità
, una cifra superiore alle vittime combinate dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. La stima delle effettive vittime dello Stupro di Nanchino rimane una questione incerta e dibattuta, per la natura sommaria delle esecuzioni e per il silenzio che avvolge questo genocidio. Alcuni storici giapponesi, minimizzando gli avvenimenti, si rifiutarono di parlare di centinaia di migliaia di vittime, eppure gli studi più approfonditi non temono di fissare a quattrocentomila il bilancio di morti. Tutti numeri comunque che lo stato del Sol Levante non ha mai ammesso. Al contrario, durante il lungo assedio di Nanchino e a seguito della sua liberazione, il Giappone lanciò un’importante campagna propagandistica volta a nascondere al mondo i crimini connessi. Tentativi talmente ridicoli da indurre gli osservatori stranieri a smascherarli tali senza troppe difficoltà.

Nel 1946, dopo la resa incondizionata del Giappone, ebbero luogo i processi ai criminali di guerra di Nanchino, anche se furono molti coloro che sfuggirono al giudizio e proseguirono le loro esistenze senza pagare alcun prezzo. Il fardello della responsabilità ricadde sul generale Matsui Iwane, comandante in capo delle operazioni in Asia centrale all’epoca dei fatti, mentre un accordo fra Giappone e USA permise all’imperatore Hirohito e a tutti i membri della casata, dunque anche al principe Asaka, di essere esonerati dai processi e nondimeno restare al potere. Questo fu di certo uno dei motivi per i quali lo Stupro di Nanchino non permeò le pagine dei libri di storia, come invece fecero altri eccidi di massa di egual spessore.

Ufficiali del Tribunale militare internazionale e i resti rinvenuti da una fossa comune di Nanchino, 1946
Ufficiali del Tribunale militare internazionale e i resti rinvenuti da una fossa comune di Nanchino, 1946

Ciò che sconvolse maggiormente l’opinione pubblica fu scoprire, a seguito dell’istituzione del Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente, che lo Stupro di Nanchino rappresentò solamente il più atroce degli innumerevoli orrori che le truppe nipponiche avevano compiuto in Asia. Riprovevole condotta frutto dell’indottrinamento militarista e della rigida divisione in ranghi della società del Giappone novecentesco, uniti al radicato disgusto nei confronti del popolo cinese. Nanchino divenne triste metafora del comportamento giapponese nel corso dell’intero conflitto mondiale successivo. Un “olocausto d’Oriente” che non si fermò alle sole mura della magnifica capitale cinese del tempo, ma interessò tutti i territori calpestati dalle truppe al comande di Hirohito.

Fonte: Iris Chang (2000); Lo Stupro di Nanchino, l’olocausto dimenticato della II guerra mondiale; Corbaccio; Torino.

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