L’offensiva saudita nel caos dello Yemen – Parte 2

Ribelli huthi a Sana'a

Segue la parte 1

Come visto, è proprio nell’ottica d’impedire la riabilitazione internazionale dell’arcinemico iraniano e d’emanciparsi dall’affidamento sull’alleato occidentale per la cura dei propri interessi regionali che la coalizione sta operando in Yemen. Proprio in tal senso, le potenze sunnite riunitesi il 28-29 marzo al summit annuale della Lega Araba hanno decretato la nascita di un esercito comune in modo da far fronte allo spauracchio iraniano nato dalla questione yemenita: a prescindere dalla fondatezza o meno della minaccia iraniana, gli Stati arabo-sunniti hanno deciso di creare un proprio strumento di tutela regionale in modo da poter contrastare efficacemente un risveglio iraniano avvallato (se non favorito) dal placet occidentale.

A condizionare le scelte saudite in favore dell’intervento ha poi sicuramente influito la recentissima successione dinastica che ha portato al trono re Salman il 23 gennaio. Nelle convinzioni del nuovo regnante la confusione yemenita è una sfida diretta alla credibilità dell’Arabia Saudita e più specificatamente agli Al Sa’ud: è infatti la percezione della fragilità della monarchia (minata da faide interne al casato regnante e dall’incerto equilibrismo tra tradizionalismo religioso e riformismo modernizzante) a dettare la necessità di una condotta risoluta tale da identificare chiari obbiettivi e minacce per la propria sicurezza nazionale.

Occorre poi chiarire la natura dell’ostilità che lega Riyad e Tehran. La divisione sunniti-sciiti non spiega del tutto la contrapposizione: il timore saudita è infatti dovuto al modello politico ed ideologico propugnato dalla Repubblica islamica nata dalla rivoluzione iraniana del ’79 e all’attrattiva che tale modello può esercitare sulle masse arabe (sfidando quindi la primazia saudita nel mondo musulmano dovuta alla custodia dei luoghi santi dell’islam). L’Iran infatti riesce a coniugare, molto meglio di quanto sia riuscito a fare il modello saudita, un’architettura istituzionale e costituzionale funzionale all’osservanza integrale della legge islamica, facendo dell’Iran una potenza da molteplici punti di vista. Semmai la contrapposizione sciiti-sunniti nasce dal sospetto saudita che Tehran possa usare lo sciismo come mezzo di propagazione della propria rivoluzione islamica, come avvenuto nelle province orientali saudite, a maggioranza sciita, nel ’79.

L’attacco della coalizione però potrebbe non raggiungere i propri obbiettivi. Bisogna ricordare che il governo yemenita non possiede più il controllo su tutti i segmenti del proprio esercito, e nelle poche zone rimastegli sotto controllo (soprattutto quelle attorno Aden) il sostegno popolare è minato dal risentimento per la repressione del movimento indipendentista meridionale. In una tale situazione sembra probabile che sarà Al-Qaeda nella Penisola Arabica a trarre il maggiore vantaggio: la polarizzazione confessionale indotta dall’avanzata huthista ha favorito i gruppi sunniti più radicali come AQPA, permettendo loro di arruolare nuove reclute. Parallelamente i raid della coalizione, indebolendo gli huthi, stanno creando le premesse per una futura avanzata del gruppo jihadista (che già controlla parecchi territori nel sud e nell’est del paese). È poi da ricordare che con gli attentati di Sana’a del 20 marzo anche lo Stato Islamico ha fatto il suo ingresso in Yemen, accrescendo una minaccia jihadista che un decennio di operazioni dei droni statunitensi non è riuscita a temperare.

Un secondo risultato insperato dell’intervento potrebbe poi essere quello di inserire effettivamente l’Iran nel conflitto yemenita. Se la coalizione riuscirà a riportare successi costringendo gli huthi e i loro alleati locali a retrocedere, allora potrebbe realmente concretizzarsi la possibilità di uno scontro per procura tra Riyad e Tehran, con quest’ultima intervenuta in soccorso degli sciiti yemeniti una volta riabilitata internazionalmente dall’occidente con l’accordo sul nucleare. Inoltre questo scenario sembrerebbe accreditato dallo scarso favore incontrato dalla proposta iraniana per la risoluzione del conflitto (suddivisa in cessate-il-fuoco per tutte le parti in causa, assistenza umanitaria, ripresa del dialogo tra le parti in causa, e formazione di un governo di unità nazionale) presso gli Stati arabi e dagli alleati occidentali, il cui scopo è quello di proteggere Hadi. Nello stesso senso spinge poi la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU adottata il 14 aprile, la quale impone pesanti condizioni alla fazione ribelle (tra le tante misure, il divieto di invio d’armi e l’obbligo di ritirarsi dai territori conquistati inclusa la capitale Sana’a), minacciandone poi altre: in un clima internazionale così nettamente anti-huthista, pertanto, è perfettamente ipotizzabile che Tehran possa decidere di abbandonare il ruolo più o meno terzo giocato fin’ora e schierarsi più assertivamente a favore degli huthi.

L’interpretazione del conflitto in chiave confessionale da parte del governo yemenita e dei sauditi potrebbe quindi diventare autorealizzatrice. Quello che è iniziato come un conflitto di natura esclusivamente locale (generato da una transizione politica complicatissima), potrebbe quindi trasformarsi in un conflitto di natura confessionale per via dell’impostazione impartitagli dalla coalizione. È possibile infatti che l’Iran decida di cavalcare l’onda e colga l’opportunità fornitagli dai sauditi (riconoscendogli uno spazio politico in Yemen che prima era del tutto marginale) per estendere la propria area d’influenza su una zona nella quale mai in precedenza ne ha avuta, grazie ad un ipotetico supporto, questa volta sì incisivo e reale, ai ribelli huthi. L’ipotesi di un conflitto per procura ai confini meridionali del regno saudita è quindi un’ipotesi che di giorno in giorno si fa sempre più concreta, date anche le recenti dichiarazioni dei dirigenti iraniani a condanna dell’intervento; con l’ulteriore rischio di infiammare il conflitto confessionale all’interno della regione.

Non è dato sapere quale saranno gli effetti a lungo termine dell’intervento: sembra lecito però pensare che casa Sa’ud per risolvere un problema ne abbia creati molti, ma molti di più.

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Studente triennale del SID, interessato di politica internazionale ma per fortuna non solo di quella. Italiano di nascita ma latinoamericano per vocazione, mi piace pensare di poter avere qualcosa d'interessante da dire.

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