L’ordine delle cose: Andrea Segre a èStoria

Andrea Segre (a sinistra) dialoga con il pubblico. (foto di Natalie Sclippa)

– di Benedetta Albiero e Natalie Sclippa

L’ordine delle cose di lunedì 14 maggio è stato questo: una proiezione cinematografica di circa due ore e una lunga chiacchierata dopo.

Nell’ambito del festival “èStoria”, per concludere un percorso di auto-formazione interno all’associazione “Libera”, è stato fatto conoscere anche al pubblico goriziano l’ultimo lavoro del giovane regista Andrea Segre, “L’ordine delle cose” per l’appunto. C’è un minimo comune denominatore – una sorta di invisibile ma pesante filo rosso – che scorre fra i precedenti documentari e questo film, il primo vero e proprio: l’immigrazione.

Concetto complicato e ostico, declinato qui in modo sorprendentemente semplice e delicato: spinta al movimento, desiderio di evasione, propulsione al cambiamento. Pulsioni che animano Swada, donna somala rinchiusa in un centro di detenzione – questo è il termine da utilizzare – in Libia. Ed è in questo luogo di infernale immobilità che due universi, per prassi legislativa da mantenere separati, collidono: quello di Corrado, funzionario italiano del Ministero degli Interni, e quello della già citata Swada, i due personaggi centrali.

Lasciando sullo sfondo trama, intreccio, narrazione quello su cui è essenziale concentrarsi sono gli spunti sollevati dal regista stesso e dagli spettatori al termine della visione. Calato il sipario sulla macchina da presa, il palcoscenico si è popolato di interventi, chiarimenti, affermazioni, ma soprattutto dubbi. Perché si parla ancora di emergenza? Quali sono, ad oggi, i rapporti e gli accordi bilaterali fra Italia e Libia? Dov’è l’Europa?

La sala gremita prima della visione de “L’ordine delle cose” di Andrea Segre. (credits: facebook)

Segre ha risposto a tutti gli interrogativi, rivelando una compiutezza e una lucidità disarmanti, forse più della finzione artistica. Le numerose interviste realizzate e le informazioni raccolte hanno condotto alla formulazione di un pensiero chiaro e centrale, in grado di riassumere al meglio tutte le contraddizioni di questo argomento: la visione occidentale prevalente, il nostro vademecum rispondono ad una volontà di “esternalizzazione” del problema.

Dal considerare dovere altrui occuparsi di quella che -erroneamente- è ancora presentata come un’emergenza epocale, all’assimilare gli individui in arrivo ad una massa altra, negativa e refrattaria alle regole e alle istituzioni. Il desiderio di mobilità è identico ed ugualmente presente nelle diverse comunità umane; quello che cambia è la possibilità di ottenere, con metodi legali, il riconoscimento del diritto alla partenza. Questa è l’alterità, il tratto che divide e separa alla radice un europeo in partenza per l’Australia, da un africano con l’obiettivo di giungere nel vecchio continente.

Politiche migratorie e opinione pubblica hanno elevato alla massima potenza questa caratteristica, proponendosi come unica finalità la riduzione dei numeri, il blocco della quantità, senza interrogarsi sulla provenienza, al di là del mero dato geografico, di questa moltitudine. Respingere l’altro perché diverso è stato ed è tutt’ora l’imperativo dominante.  La ricerca delle soluzioni possibili non spetta in toto ad una platea di un cinema dopo 120 minuti di osservazione, questo non è in discussione. Certo è che forse, dopo queste due ore, il cuore del dilemma è apparso più definito, dai contorni più netti: il nostro ordine delle cose deve essere protetto dalla differenza, dall’estraneità, da ciò che sta e proviene da fuori; solo così si garantisce il privilegio di un’esistenza. Ma è davvero così? Cambiando l’ordine delle cose, è pensabile cambiare le cose stesse?

Curiosi, abbiamo interpellato lo stesso regista che si è lasciato coinvolgere nella nostra discussione e ha potuto dissipare alcuni dubbi – leciti e voluti visto il calibro della proiezione – che si erano moltiplicati nelle nostre menti.

Un scena del film (Credits: Tommaso Lingeri/Facebook)

Qual è il vero modo per aiutare queste persone e allo stesso tempo venire incontro alle difficoltà dello Stato italiano? Come agiscono i funzionari con cui lei ha parlato?

I funzionari agiscono una funzione, quindi applicano un ordine. Il problema è come viene impostato quell’ordine, in base a come l’opinione pubblica riesce ad esprimere le proprie esigenze: se l’esigenza è ridurre il numero di sbarchi, nella visione comune è più semplice pagare qualcuno che faccia il lavoro sporco al posto nostro. Se invece la direzione del problema è riuscire a garantire il diritto delle persone di muoversi, gestendo la probabilità di assorbire il flusso, allora si spendono i soldi in un altro modo.

Faccio un esempio: lavorare sui punti di partenza. Un cittadino italiano per muoversi intorno al mondo deve fare una richiesta, ma se dal consolato italiano non danno alcun tipo di risposta, la persona ci proverà comunque, illegalmente, ad andare. In modo identico succede al cittadino del Mali, del Ciad, del Burkinabè: se io non ho nessuna possibilità di chiedere e ottenere il diritto di migrare illegalmente, pagherò qualcuno per arrivarci lo stesso. È un punto di tensione storica e umana molto alta. Secondo me la riduzione del numero di sbarchi non è la soluzione giusta.

Un altro aspetto che emerge in modo dirompente è la disumanizzazione delle persone: i funzionari, infatti, cercano di trattarli sempre come numeri e non possono conoscere le loro storie. Cosa ci può dire a riguardo?

È tutto legato al modo in cui viaggiano. Noi siamo abituati così: mentre cresciamo abbiamo voglia di muoverci fuori da casa nostra e questo è un nostro diritto, abbiamo un rapporto soggettivo con le nostre azioni. Se ad un certo punto ci vietassero di fare qualcosa, lo Stato negherebbe la nostra soggettività e cercheremmo di confonderci in modo tale da arrivarci comunque. Scomparire come singoli e diventare numero, in modo tale di dissolversi come entità umane per aggirare il diritto.

Oggi le nostre vite non sono vincolate nella sola Italia: i nostri vestiti probabilmente sono prodotti in Thailandia o da qualche altra parte… La nostra presenza è inglobata in un tessuto globale; come mai i nostri diritti devono essere legati alla nostra appartenenza nazionale? È contraddittorio. Lo sforzo nuovo è diventare cittadini del mondo: il modello quantitativo del numero degli sbarchi ci distrae dal nucleo vero del problema, questo è il nuovo obiettivo. L’etnicizzazione del diritto è uno dei più grandi incubi della nostra storia; in un secondo scivoli in quel baratro dei “senza diritti”. Il principio è riuscire ad aumentare i viaggi regolari; se questo è lo scopo a cui puntiamo, possiamo arrivare all’allargamento di quei diritti.

Migranti vengono salvati nel contesto dell’operazione Triton. (credits: Wikipedia)

Ritorniamo quindi alla storia raccontata nel film. Ad un certo punto, il collega francese lascia l’incarico, ritenendo troppo stancante e difficile la continua precarietà delle operazioni libiche. Questa può essere una metafora esplicativa dell’abbandono dell’Italia da parte dell’Unione Europea?

Nei film, volutamente, si creano delle situazioni ambigue, non possiamo spiegare tutto. L’Italia per otto/dieci anni non ha minimamente sviluppato un sistema d’asilo e la quantità di richiedenti asilo che noi eravamo pronti a accogliere nel Paese era di quattro-cinquemila individui e, in quegli anni, abbiamo fatto finta, le facevamo transitare e le mandavamo via oppure si arrangiavano. Il sistema era inesistente; questo fino al 2015, quando l’Unione Europea ha imposto all’Italia di sviluppare dei controlli efficaci dopo lo sbarco, finanziando le operazioni. Questo ha generato un aumento molto alto di persone che chiedono un permesso d’asilo, ovvio visto che prima non si faceva nulla. L’Italia faceva finta di farlo, mostrando le immagini degli arrivi, ma poi non venivano prese misure serie.

Nel 2014, su 140mila persone sbarcate in Sicilia, solo 8mila hanno fatto richiesta d’asilo. Da quell’anno, abbiamo dovuto cominciare a prendere le impronte e il governo Letta ha trasformato le richieste d’asilo da 5mila a 25mila, istituendo dei progetti d’accoglienza che però risultavano d’emergenza – non per impreparazione o incapacità ma per convenienza e furbizia – appaltando poi “agli amici degli amici”. In tutto ciò, noi continuavamo a denunciare l’assenza dell’Unione; anche questi progetti di accoglienza sono stati finanziati dall’Europa: in due anni sembra che il numero sia aumentato visibilmente ma questa è soltanto la conseguenza dei controlli.

Un’ultima domanda. L’ordine delle cose di Corrado, protagonista del film, che potrebbe essere paragonato ad una moderna Antigone – diviso tra senso dello Stato e impulso ad aiutare – all’inizio sembra essere scardinato ma poi si risolve. Com’è l’ordine delle cose a quattro anni dall’inizio della produzione del film: è dinamico o statico?

Il presente diventa troppo velocemente passato. Io ho iniziato a fare questo film 3 anni fa per descrivere il tempo di oggi, nel quale la maggior parte dell’opinione pubblica europea è stata abituata ad avere a che fare con questa questione in modo problematico, negativo, esterno, difficile da gestire. L’ordine da preservare è quello interno, da tenere separato dal problema esterno. L’abitudine a questo tipo di rapporto fa sì che sia normale avere qualche milizia violenta da finanziare per torturare e violentare le persone affinché le tengano lontane dal continente. Questo è il punto di arrivo molto pesante e l’opinione pubblica lo accetta: un punto di crisi civile e storico drammatico, su cui bisogna riflettere. Chiaramente, per fortuna, l’Unione Europea è complessa e non monolitica, dove ci sono persone che tentano di cambiare il sistema, introducendo nuovi modi di affrontare gli sbarchi. Un esempio è la riforma del Trattato di Dublino.

Andrea Segre ha aperto un dibattito complesso, che coniuga in modo paradossale emotività e razionalità degli individui. Pensare all’altro come persona deve essere il primo passo verso una vera conoscenza e integrazione. Che questo possa essere lo step iniziale verso un mondo un po’ più umano.

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