CIAK! Sconfinare – Loving Vincent: una vita per la vita

Chiunque si sia recato nelle sale cinematografiche tra il 16 e il 18 novembre, con l’intenzione di vedere un film documentario sulla vita di Vincent Van Gogh, non avrà avuto ciò che si aspettava. Perché, in effetti, ciò che i produttori di questo inusuale film, realizzato attraverso il lavoro di 125 artisti, sono riusciti a fare, va al di là dell’immaginabile.

Non è un racconto quello che i registi D. Kobiela e H. Welchman propongono agli amanti del pittore olandese, bensì un’esperienza che sconfina in molti campi e attraverso pittura, musiche e voci crea a sua volta un’opera d’arte. Il film è il primo ad essere stato interamente realizzato da una crew di più di cento pittori che, nel corso di diversi anni di lavoro, hanno dipinto 65 mila tele a olio che sono state poi utilizzate per il montaggio.

John Sessions nei panni di Père Tanguy

Non vi è una sola scena in cui compaiano gli attori in carne ed ossa – Robert Gulaczik per Vincent, Jerome Flynn in veste di Paul Gauchet, Douglas Booth come Armand Roulin – ma essi hanno posato come modelli per i vari personaggi, che a loro volta sono identificabili nei quadri che Vincent dipinse nel corso della sua vita. La verità è che l’approccio completamente originale ingegnato dai produttori permette di addentrarsi un po’ più a fondo nel mondo di un genio, di un uomo che, in vita, soffrì tanto quanto una volta morto fu amato.

Jerome Flynn posa come Paul Gauchet

Essere accettato nella sua persona e nella sua arte – chi abbia letto le celebri Lettere a Theo lo sa bene – è esattamente ciò che egli voleva; una volta resosi conto che la sua apparenza stravagante, trasandata e il suo carattere lunatico e spesso oscuro gli impediva di entrare in empatia con i suoi simili, Vincent si dedicò sempre più anima e corpo a ciò che più amava, la sola cosa che lo distogliesse dai suoi problemi: la pittura.

Poiché di problemi ne aveva, e non pochi, a cominciare da quelli economici, cui l’amato fratello cercò fino a quel fatidico luglio 1891 di sopperire. Uno dei maggiori pregi della pellicola è proprio quello di non sottovalutare il ruolo fondamentale che il fratello minore ricoprì nella vita breve e infelice di Vincent. Un’accurata analisi psicologica del personaggio, nonché della sua infanzia, sostenuta da citazioni dell’artista, è ciò che esula Loving Vincent dall’essere una sterile biografia e ne fa uno dei maggiori tributi che siano mai stati proposti

Vincent amava la vita; la amava e ammirava in ogni sua forma e solo attraverso il pennello riusciva a comunicarlo. Quei pochi che lo apprezzarono e non si allontanarono da lui avevano percepito questo amore, mentre coloro che si scostavano e lo guardavano con diffidenza erano spaventati dalla sua purezza, dal suo sguardo senza veli, dai suoi modi senza secondi fini. Il disagio, le paure e le crisi di un’anima semplice quanto smarrita sono stati resi in modo fedele e toccante, per raggiungere non solo appassionati, ma anche curiosi che per la prima volta approcciano l’universo di Vincent.

Robert Gulaczik ritratto come Vincent Van Gogh

Il 27 luglio 1981 Vincent rimase mortalmente ferito da un colpo di pistola, a detta sua aveva tentato di uccidersi mentre era nei campi. Un evento mostruoso e che ancora non si riesce a spiegare con sufficiente chiarezza, che ha lasciato dubbi nella mente di molti che hanno studiato il caso. “Vorrei solo che mi accettassero per quel che sono” disse egli: sembra che, infine, la solitudine che lo tormentava lo sopraffece e gli impedì di riscuotersi, convinto com’era che “non ci sia nulla di più artistico che amare la gente”, ma schiacciato dall’irraggiungibilità per se stesso di questo amore.

“Pazzo”, veniva chiamato. Ma d’altro canto, quando mai il genio sboccia nella normalità? Quante volte nella storia si è sentito di un illuminato che non sia stato almeno una volta incompreso, emarginato e deriso, prima di venir innalzato sulle vette dell’immortalità dalla memoria collettiva e perpetua?

 

 

About Alessandra Veglia 13 Articles
Studentessa del Terzo anno del Sid, caporedattrice per Sconfinare. Scrivere è per me una terapia, alla stessa maniera dello sport e dell'arte. La passione per le lingue e le culture straniere segue passo passo. Per il momento nessun progetto di vita concreto, spero in un'ispirazione improvvisa che sorga in qualche luogo ameno, come la cima di una montagna, una spiaggia deserta o la doccia di casa.

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