Luci e ombre del Paese in cui nessuno vuole vivere: l’Eritrea

Gli italiani dovrebbero provare a capire chi sono e da cosa fuggono gli eritrei, dato che condividiamo con loro un periodo, seppur breve, di storia coloniale. Invece abbiamo rimosso da tempo l’epoca in cui il Regno d’Italia volle diventare “impero”, avventurandosi nel Corno d’Africa per ritagliarsi una fetta nel panorama della grandi potenze internazionali: i modi estremamente subdoli con cui lo fece sono un’altra storia.

Quella che viviamo oggi, invece, racconta di circa 4mila persone che sbarcano sulle nostre coste ogni mese (dati UNHCR), formando il gruppo più numeroso per nazionalità ad arrivare via mare, pari al 22% del totale. Ma prima di arrivare a salpare nel Meditteraneo si deve attraversare il Sahara e arrivare in Libia o Egitto, punti di snodo centrale per chi scappa e per chi ci guadagna sopra.

I disperati che bussano alle nostre porte sono il frutto di disinteresse verso i diritti umani, da parte di tutto l’Occidente. La Guerra Fredda è arrivata anche laggiù, tra gli indipendentisti eritrei, supportati in parte dalla Cina, e l’Etiopia, supportata dall’URSS. Quando poi, nel 1993, è arrivata l’indipendenza, è diventato presidente Isaias Afewerki: da allora i conflitti con Etiopia e Yemen non sono mai finiti del tutto, ed il Presidente è anche accusato di finanziare il gruppo terroristico Al-Shabaab, vicino ad Al-Qaeda.

E dire che l’Eritrea sarebbe soggetta all’embargo internazionale, deciso dall’ONU nel 2009. Ciò non impedisce, riporta un documento del 2014 del Centro Studi Internazionali, ad Asmara di inviare soldi e armi ai radicalisti islamici, avversari del governo di Adis Abeba, attraverso il Kenya. E, mentre ciò accade “fuori casa”, all’interno del Paese il regime ha creato un clima di terrore diffuso, denunciato nel 2015 dall’Alto Commissariato ONU dei Diritti Umani: attraverso la leva obbligatoria, l’impossibilità di ottenere un passaporto prima dei 60 anni e un sistema di spionaggio degno della Stasi (i servizi segreti della Germania Est), il Paese si è garantito l’appellativo di “Corea del Nord africana”.

I motivi del silenzio internazionale sono molteplici: l’Eritrea è la quarta industria aurifera del continente, e diverse multinazionali (in primis la canadese Nevsun) sfruttano le ricche miniere. Inoltre, la popolazione si divide in modo uguale tra cristiani copti e musulmani sunniti: in pratica una pentola a pressione che potrebbe esplodere da un momento all’altro, se qualcuno non assicurasse di tenerla sotto controllo. In più, è uno Stato che risente tantissimo degli investimenti cinesi, da anni interessanti all’Africa, grazie alla mano d’opera a bassissimo costo.

Il presidente eritreo Isaias Afewerki

La popolazione, secondo quanto riportato dagli osservatori dell’ONU, è alla fame, ma il governo nega la crisi alimentare. Nonostante ciò, “la Commissione Europea – scriveva Repubblica nel luglio dell’anno scorso – sta negoziando con l’Eritrea un nuovo pacchetto di aiuti allo sviluppo, di oltre 300 milioni di euro. A molti non è chiaro come queste risorse verranno impiegate e, al momento, non risultano accordi con il governo eritreo sul rispetto dei diritti umani”. Perché il nodo cruciale rimane questo: l’Eritrea è un Paese illiberale e per finanziarlo la comunità ha bisogno di garanzie.

Ci sono anche però voci contrastanti a quelle dell’ONU, in particolare contro Sheila Keetharuth, Special Rapporteur per l’Eritrea. Su di lei e il suo operato ha scritto Daniel Wedi Korbaria sul sito Eritreaeritrea.com: “Un’istituzione internazionale dell’ONU non dovrebbe recarsi in Etiopia per redigere il suo Rapporto contro l’Eritrea, e se ci deve proprio andare è, caso mai, per costringere il governo dei tigrini (etiope, ndr) al rispetto delle leggi internazionali e quindi a restituire il maltolto all’Eritrea: Badme e i suoi territori occupati ancora illegalmente”.

La Special Rapporteur dell'ONU, Sheila B. Keetharuth

La tesi dell’articolista è che dietro all’esodo eritreo ci sono interessi delle ong e organizzazioni umanitarie: queste “fanno tutto ciò in nome dei diritti umani e, complici di questo crimine, si autocelebrano a vicenda. Così prosperano con sostanziosi finanziamenti e continuano ad esistere grazie alla migrazione. Cosa farebbero tutti questi lavoratori dell’umanitario se non ci fossero i migranti?” Una domanda che congela il sangue, suona tanto di complottismo ma non può essere ignorata per partito preso.

Ciò che sta accadendo nel Corno d’Africa, comunque la si pensi, non è così chiaro come viene raccontato, né da una parte, né dall’altra. Per chi ha bisogno di nuove fette di mercato, un Paese così ricco e strategicamente ben posizionato non può che far gola, mentre la questione dei diritti civili e politici rimane spesso in secondo piano rispetto a interessi più “importanti”.  Certamente la partita sul terrorismo, che vede attorno al tavolo sia l’Occidente che l’Africa, vede partecipare anche l’Eritrea: ora bisogna solo vedere come si schiererà l’ambiguo  governo di Afewerki.

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Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

2 Comments on Luci e ombre del Paese in cui nessuno vuole vivere: l’Eritrea

    • Buongiorno, la ringrazio per aver apprezato il mio pezzo. Valuterò la sua proposta. Sarei stato più contento, però, se avesse citato il mio nome o almeno la fonte di Sconfinare nell’articolo pubblicato sul suo sito.

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