Maisa Saleh e il suo impegno per la Siria: “Un paese violentato”

Prima dell’inizio della sua battaglia Maisa era un’infermiera. Solo allo scoppio della rivoluzione è diventata attivista, per il suo forte credo nello stato di diritto e nella democrazia. Chiuso l’ingresso in Siria ai giornalisti stranieri, diventare giornalista è stata per lei, siriana, una necessità. Armata solo di parrucca bionda, a volto coperto ha trasmesso da Damasco le tredici puntate di “Dalla capitale”, programma tv in cui racconta la verità delle zone sotto il controllo dell’opposizione. Una verità in cui ogni giornalista libero è un terrorista e in cui essere arrestati è un fatto normale. Anche Maisa è stata arrestata: per uno scambio con prigionieri libanesi e iraniani ha conosciuto le carceri e le loro torture, che vanno dalla tristemente celebre “sedia tedesca” ai comportamenti disumani, di routine in un paese in guerra. Ma non serve entrare nelle carceri per capire la realtà siriana, questa è evidente di per sé: negli anni 2011-2012, in un paese di 24 milioni di abitanti vi sono stati 200.000 morti, 100.000 arrestati e 3 milioni di bambini sono rimasti privi di istruzione.

Maisa Saleh è una giornalista siriana. Quest’anno, al festival di Internazionale che si è aperto il 3 ottobre con la sesta edizione del premio giornalistico Anna Politkovskaja, giornalista russa assassinata nel 2006, Maisa Saleh ha ricevuto il premio di fronte alla sala gremita del Cinema Apollo di Ferrara.

La vincitrice ha raccontato la sua storia ai microfoni di Francesca Caferri di Repubblica. Durante l’intervista Maisa si è dimostrata pronta a spiegare quello che è accaduto e sta accadendo in Siria. Si è rivelata diplomatica nel rispondere a domande provocatorie sull’Occidente, ma è apparsa più riservata nel parlare della propria storia personale e familiare. Soprattutto nel parlare della sorella rapita dallo Stato Islamico.

Maisa ha tenuto a precisare che la rivoluzione siriana non è islamica. Ha avuto inizio nelle moschee perché erano l’unico luogo di riunione. I giovani indossavano bandane con scritto “Allah è grande” perché era il solo modo per ottenere aiuti materiali per la loro causa. Non è islamica, Assad e il suo regime l’hanno voluta far apparire tale.

Ha parlato dello Stato Islamico quando le è stato chiesto di sua sorella. Si è limitata ad annuire e a citare la critica di Raed Fares (mente della rivoluzione creativa siriana) all’occidente, alla sua noncuranza per il terrorismo di Assad e l’apertura da lui voluta delle carceri, da cui sono usciti molti dei militanti dell’Isis. A parte questa citazione, Maisa ha giustificato la condotta dell’occidente e ha rivelato un grande rispetto per il lavoro dei giornalisti occidentali. Il suo tono è divenuto aspro solo nel commentare il sostegno illusorio dell’Onu.

Con le parole di Anna Politkovskaja, il giornalismo di Maisa si può in tal modo ritrarre: “Il mio è un giornalismo di appunti appassionati a margine della vita come la si vive oggi in Siria. Perché per il momento non riesco a fare un passo indietro e a sezionare quanto raccolto, come è bene che sia se si vuole analizzare un fenomeno. Io vivo la vita e scrivo di ciò che vedo.”

Oggi, al sicuro in Turchia, Maisa continua a fare la giornalista e continua a portare avanti questa rivoluzione iniziata ma non ancora conclusa.

Monica Adami

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