Matti da Slegare: Favola d’una Vita Annunciata

Di Giovanni Battista Martino

Il raggiungimento della maggiore età rappresenta il momento di svolta del processo di crescita di ognuno. Nonostante tutto nella nostra società paia complottare per sospingerlo più in là nel tempo, l’incapacità di vivere questo momento, di superare lo scoglio dell’autonomia e della responsabilità che ne costituisce la ragione più profonda, è talvolta legato ad una patologica difficoltà nel mettersi in contatto con sé stessi, con le proprie qualità e le proprie propensioni e, solo attraverso queste, con le persone che ci circondano. E’ questo il senso più profondo di Matti da Slegare, delicata favola comica portata in scena al Teatro Verdi di Gorizia da Giobbe Covatta ed Enzo Iacchetti, con la regia di Gioele Dix, martedì 28 marzo scorso, e tratta dalla commedia Elling & Kjell Bjarne del drammaturgo norvegese Axel Hellstenius (a sua volta in parte ispirata al romanzo Brødre i Blodet di Ingvar Ambjørnsen e soggetto di Elling, film del 2001 diretto da Petter Næss e candidato all’Oscar come migliore film straniero nel 2002).

La scena si apre sull’interno della camera di un ospedale psichiatrico e ci fornisce un quadro intenso e rivelatore della routine sui cui binari scorre l’amicizia tra Elia (Enzo Iacchetti) e Giovanni (Giobbe Covatta), due cinquantenni diversi ma costretti nella stessa struttura dall’identica incapacità di affrontare la vita in maniera autonoma. Elia è un uomo sensibile e delicato, colto ma clinicamente bugiardo e afflitto da evidentissimi tic neuro-motori: cresciuto all’ombra di una madre rigida e protettiva, alla morte di questa verrà ricoverato nella struttura perché incapace di farsi carico da solo dei suoi bisogni più elementari; Giovanni, invece, ossessionato dal sesso e dalle donne, viene ricoverato da adolescente quando, per sfuggire alle violenze di una madre alcolizzata, fugge di casa completamente nudo.

Da questa stanza, dunque, si dipana l’azione: la direzione dell’ospedale, infatti, considerando i due pazienti pronti per un processo di inserimento nella vita quotidiana, decide di affittare per loro un appartamento in centro, nel quale dovranno vivere da soli; un modo, questo, per costringerli a prendere contatto con la realtà attraverso la gestione diretta e responsabilizzante dei mezzi per far fronte loro necessità più immediate. Sotto la tutela dell’assistente sociale Francy (Irene Serini), donna dai modi bruschi e diretti, e superando enormi difficoltà, Elia e Giovanni impareranno ad uscire per fare la spesa, ad utilizzare il telefono (per cui Giovanni, molto candidamente e molto dispendiosamente, scoprirà l’esistenza delle linee erotiche), ad uscire per andare al cinema e al ristorante.

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La nuova routine dei due amici, ancora parzialmente dipendenti l’uno dall’altro ed entrambi dall’aiuto di Francy, viene una sera stravolta quando, sentendo dei mugolii provenire dal pianerottolo, i due s’imbattono in una donna che, ubriaca, si sente male davanti alla porta di casa loro. Giovanni, mosso dal sentimento di profonda generosità che inizia gradualmente a dar forma alla sua coscienza, decide di portarla dentro e soccorrerla: scopriamo così che la donna si chiama Rita La Capria (Sara Damonte), abita al piano di sopra ed è incinta. Quest’ultimo fatto colpirà profondamente anche Elia, che, del tutto involontariamente, si ritroverà a comporre dei versi bellissimi e si renderà finalmente conto di possedere, anche lui, una qualche capacità e qualcosa che valga la pena di comunicare.

Ecco dunque la chiave di volta dell’intera storia, l’elemento che finisce per conferirle il carattere delicato di una favola a lieto fine, a dispetto del tono talvolta leggermente grossier che il registro comico richiede e che Gioele Dix riesce a maneggiare con la cura, l’equilibrio e la maestria di un attore di peso che ne dirige altri due: Giovanni, all’inizio apparentemente mosso dall’unico desiderio di avere – finalmente – un rapporto sessuale, scopre nella sua profonda generosità e nel suo invincibile candore un’inesauribile fonte d’amore per Rita La Capria, per il bambino che questa partorirà e cui lui farà da padre, e soprattutto per sé stesso e per il mondo, al punto da ripulirsi letteralmente ed acquisire finalmente la capacità di prendersi cura di sé stesso e di chi gli è caro. Elia, dal canto suo, acquisito il nuovo linguaggio della poesia ma ancora dubbioso circa le sue capacità di utilizzarlo appieno, decide di inserire le sue composizioni nelle scatole di cereali biologici che acquista per poi disseminare nei vari supermercati della città, il che lo rende una celebrità nazionale in incognito. Solo Francy, di cui Elia è segretamente innamorato, riuscirà a smascherarlo, dimostrandogli così che una comunicazione in profondità è possibile, che due anime affini possono fondersi in una danza d’aria e di fuoco sulle note di una canzone che nasce dalla quotidianità: anche Elia, dunque, è guarito e può finalmente affrontare la vita da persona adulta, con tutte le gioie, i dolori e le responsabilità che questo comporta.

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Lo spettacolo, in definitiva, è davvero riuscito: Enzo Jacchetti e Giobbe Covatta si sono dimostrati entrambi in grado di rendere un ritratto leggero, divertente e al contempo tenero e profondo dei personaggi loro affidati, disegnandone il carattere in chiaroscuro, mettendone in risalto le sfumature e le contraddizioni, in maniera da risultare credibili e a tratti persino commoventi; e tutto questo con un equilibrio ed una compostezza che testimoniano della profonda comprensione da parte del regista Gioele Dix delle dinamiche del palcoscenico e delle modalità d’interazione tra le diverse personalità attoriali. Lo spettatore esce dunque dal teatro divertito ma commosso, colpito dalla sensazione che le due ore e sedici minuti dello spettacolo siano passate in un attimo, ma anche soffuso d’una sorta di gaia gratitudine per essere stato trasportato su di un terreno tanto importante per la comprensione della realtà quanto potenzialmente sgradevole, e di esserne tornato più sereno e più ricco.

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