Murakami ed il connubio raffinato tra solitudine ed erotismo

South of the Border, West of the Sun. Tra musica e parole. (Fonte: Flickr)

Smooth. Basta una parola, un suono, per definire l’atmosfera che Haruki Murakami vuole e riesce a dare al suo romanzo del 1992, A sud del confine, a ovest del soleLo scrittore giapponese d’annata 1949 si è sempre caratterizzato per l’inserimento di canzoni, accompagnatrici di una solitudine che si trasforma in ricerca di risposte ed affermazione di indipendenza dei protagonisti, nelle sue opere narrative che così divengono calme, morbide, armoniose. Complice di questa scelta è l’esperienza lavorativa precedente dell’autore, il quale gestì un jazz bar – il Peter Cat – nel centro di Tokyo durante gli anni ’70, un momento della vita che ha vissuto e che egli riesce a raccontare in ogni suo romanzo con la giusta dose di realismo, in grado di far riflettere il lettore non solo sulla narrazione dei protagonisti nel quotidiano, ma anche sulla evoluzione economica e psicologica rispettivamente del Giappone e dei suoi cittadini.

Una educazione sentimentale riguardo persone e luoghi che coinvolge noi e Hajime, figlio unico di una famiglia che lo ha sempre fatto sentire isolato e quasi smarrito, incapace di farlo sentire a casa come invece ha fatto Shimamoto, una dolce ragazza affetta da poliomielite caratterialmente simile a lui. A dodici anni il primo incontro, da lì la scoperta per Hajime della definizione d’amore eterno. Nella prima donna incontrata nella storia, la più importante evoluzione.

Shimamoto rappresenta l’infanzia del protagonista, l’amore magnetico, la passione ed il desiderio che riempiono il cuore del protagonista solo con interrogativi mai risolti; Izumi è quella esperienza adolescenziale che segna la persona profondamente con ricordi vividi simili ad “uno spazio buio, duro come il ghiaccio sotterraneo“; infine Yukiko è l’emblema della maturità, quasi vittima della confusione di Hajime ma che si dimostra, nella sua serenità innocente, fedele e disponibile al suo compagno in ogni momento della sua vita.

Era esistita, ma ora era scomparsa dalla mia vista, era svanita. Se in un luogo non esistono realtà intermedie, le mezze misure non possono esistere. A sud del confine esisteranno pure i forse, ma non a ovest del sole.

Continui intrecci con il jazz condiscono questa narrazione del quotidiano immensamente naturalein primis il pezzo che ha dato metà nome al romanzo, South of the Border – con riferimento alla versione mai rilasciata di Nat King Cole -, passando poi per Robin’s Nest di Oscar Peterson, ispirazione per il nome del bar gestito da Hajime, dunque toccando la raffinatezza smooth di The Star-Crossed Lovers di Duke Ellington. Una dolcezza musicale, questa, capace di stabilire i confini all’interno dei quali si svolge la vicenda, linea guida nell’interpretazione della mente del protagonista. A ciò poi s’aggiunge l’attenzione che Murakami dedica alla descrizione dell’erotismo, forma d’arte che si presenta davanti al lettore come un’altra fase, un altro aspetto di Hajime quasi nascosto dalle sue paure e timidezze che mai sono state soffocate dalla ricchezza raggiunta grazie al suo business: un uomo adulto che sente mancanze ed insicurezze emotive risalenti alla sua infanzia, viste come fantasmi durante il resto della sua vita. La passione in questione si nota anche in altri suoi romanzi come La ragazza dello Sputnik (1999) ma qui, causa l’atmosfera dell’intera vicenda, viene raccontata con meno intimità e più piacere, più Eros.

In tutto questo “realismo magico”, però, si mostrano i lati più oscuri dei personaggi: gli smarrimenti condivisi ma mai sconfitti, soltanto soffocati da frammenti d’amore nel corso del tempo, la confusione del ritorno, la fragilità delle menti di fronte a ciò che c’era e a ciò che ci sarà nelle loro vite. Sentimenti mai risolti, conflitti silenziosi e sfoghi improvvisi, illusioni che si manifestano agrodolcemente al lettore, coinvolgendolo e colpendolo al cuore. Da qui il connubio raffinato tra solitudine ed erotismo, tra quel buio dell’individuo ed il suo sfogo tramite quella passione elegantemente descritta da Murakami, che afferma:

Sono molto timido: mi vergogno quando scrivo quelle scene. Ma devo farlo poichè l’amore è la porta simbolica verso il dolore. Nella realtà non si prova l’uno senza l’altro.

Un amore sempreverde, eterno e colmo di speranze, che assilla Hajime, ed un dolore che appartiene alla sua vita come alla nostra, poiché può succedere davvero. Anche a noi.

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Studente di Scienze Internazionali Diplomatiche, ex telecronista di eSport e amministratore di diversi siti e community per i quali ho svolto anche l'attività di giornalista e recensore di vari titoli nel mercato videoludico. Ho un debole per la scrittura, in particolare poesie, e per la fotografia.

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