Nauru Files: c’è del marcio in Australia

L’immigrazione è il tema più scottante degli ultimi anni: con il crescere della pressione alle frontiere europee, più di un politico ha cercato lontano dal Vecchio Continente la soluzione ad una problematica che rischia di dividere l’Unione, come ha ben mostrato il recente voto inglese sul Brexit. L’Australia sembrava allora la risposta perfetta: con un’operazione politico-militare mirata denominata “Sovereign Borders”, infatti, dal 2013 questo lontano Paese tiene lontano dalle proprie coste tutti coloro che tentano di arrivarci clandestinamente, via mare.

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Lo scopo è quello di respingere e, successivamente, deportare chi vuole cercare fortuna in Australia per vie traverse: chi ci prova può andare incontro a due sole opzioni. La prima è quella di vedere la propria barca trascinata al porto di partenza, come un pacco ritornato al mittente. La seconda è quella di essere inviato nei centri di identificazione appositi, che non si trovano però sul suolo australiano: fin dal 2001, infatti, il governo di Canberra paga l’affitto per i campi situati nell’isola di Nauru – la repubblica indipendente più piccola del mondo – nella vicina Micronesia e in Papua Nuova Guinea. Lì i vari casi vengono esaminati: coloro a cui viene riconosciuto il diritto d’asilo possono decidere se vivere in Papua Nuova Guinea o in Cambogia, tutti gli altri vengono respinti e rimpatriati – spesso in Indonesia, tramite operazioni non molto rispettose della sovranità territoriale del Paese.

Il sistema australiano sembra quindi semplice ed efficace ad uno sguardo superficiale: altro non è che il sogno non molto segreto di molti partiti europei, Lega Nord in primis. Eppure, non ci vuole una grande immaginazione per individuare tutti i problemi legati a un’operazione tanto massiccia. Certo, è un sistema che funziona: secondo i dati di Canberra, i clandestini arrivati sulle coste australiane nel 2013 sono stati 20.647, mentre nel 2015 sono passati a 4. Enorme è però, intanto, il costo per i contribuenti australiani: si stima che ogni anno circa 2 miliardi di euro vengano spesi soltanto per la detenzione dei richiedenti asilo nei campi offshore – ai quali vanno aggiunti i 300 milioni di euro per il mantenimento dell’operazione. Il costo più grande è però, ovviamente, quello umanitario: già nel 2003, ben prima dell’irrigidimento ulteriore delle politiche australiane in tema di immigrazione, dozzine di rifugiati avevano cominciato uno sciopero della fame come risposta alle condizioni di detenzione disumane alle quali erano sottoposte. Negli anni organizzazioni come Amnesty International hanno più volte denunciato una situazione degradante e precaria all’interno dei campi, con scarsi risultati.

Non deve allora stupire l’ultimo scandalo che ha colpito il governo australiano nelle scorse settimane: la sezione australiana del celebre giornale The Guardian ha infatti sollevato una bufera pubblicando oltre 8 000 pagine di incident reports provenienti dal centro d’accoglienza di Nauru. I documenti, scritti da guardie, insegnanti ed altri lavoratori presso il centro, riportano fedelmente la condizione di degrado fisico e mentale che vivono quotidianamente le persone detenute dal governo australiano su questa piccola isola. Tentativi di suicidio, stupri frequenti, abusi a danno di bambini, scioperi della fame sono all’ordine del giorno. I report documentano infatti la quotidianità nel campo, e fanno parte dei requisiti contrattuali voluti dal governo australiano per essere costantemente al corrente di ciò che accade in quelle lontane isole distanti da Canberra.

I Nauru Files (consultabili qui) – così vengono chiamati questi documenti – sono il più grande insieme di file provenienti dal sistema di detenzione australiano e, come ogni leak che si rispetti, hanno ottenuto grandissima risonanza internazionale. Se infatti alcuni dei casi erano già stati raccontati dai giornali, molti erano infatti stati fatti passare sotto silenzio da un governo che viene ora chiamato assassino e criminale, avendo per anni chiuso gli occhi davanti a una crisi umanitaria di tale portata.

Protestanti a Melbourne chiedono la chiusura dei campi d'accoglienza di Manau e Nauru. (Foto di Refugee Action Collective Victoria)
Protestanti a Melbourne chiedono la chiusura dei campi d’accoglienza di Manau e Nauru. (Foto di Refugee Action Collective Victoria)

Davanti all’Australia House di Londra è stata organizzata una lettura pubblica di alcune delle testimonianze più strazianti e in tutto il Paese si sono tenute proteste popolari che chiedono la chiusura dei campi e l’accoglienza, almeno di quelle persone che effettivamente “meritano” l’asilo secondo il diritto internazionale. C’è però chi pensa che, in fondo, tutto questo rumore non dispiaccia al governo di Malcolm Turnball, leader del Partito Liberale: secondo Stewart Motha, vice-decano di Birbeck (University of London) – che ha vissuto con la propria famiglia di etnia Tamil in Australia dopo essere fuggito dalla persecuzione politica durante la guerra civile in Sri Lanka – la crudeltà dei campi di detenzione sarebbe parte integrante della politica australiana in tema di immigrazione. “È qualcosa che l’Australia vuole che succeda e che vuole che il mondo sappia che succede: in questo modo, spera di tenere alla larga quelli che prendono in considerazione di sbarcare sulle sue coste.Un deterrente perfetto, insomma, che il Guardian non avrebbe fatto altro che pubblicizzare.

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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