Raqqa is Being Slaughtered Silently: nella tana del lupo

Cosa vuol dire fare il giornalista in Siria? Cosa significa operare nel bel mezzo di una guerra civile che contrappone due forze criminali, due ombre, una più nera dell’altra, che soffocano il Medio Oriente?

Da quando Raqqa, città a nord della Siria vicina al confine con la Turchia, il 13 gennaio 2014 è stata conquistata e successivamente resa la principale roccaforte dello Stato Islamico, il livello di sicurezza per i reporter nazionali e internazionali si è drasticamente abbassato, quasi ad annullarsi. Pressoché tutte le testate si sono attivate per richiamare i propri giornalisti e questo ha causato un vuoto d’informazione preoccupante, trasformando Raqqa nella città più censurata al mondo. Secondo i dati raccolti da Commitee to Protect Journalism (una ONG indipendente impegnata nella tutela della libertà di stampa), dal 2013 ad oggi sono stati assassinati più giornalisti in Siria che in qualsiasi altra parte del mondo. A partire dal 2011, anno della Primavera Araba che ha portato il regime di Bashar al Assad a scontrarsi, prima, con le forze ribelli e in seguito anche con le frange estremiste di al Nusra e ISIS, sono stati uccisi ben 87 giornalisti e altrettanti si contano tra i dispersi, probabilmente rapiti e mai più restituiti alla proprie famiglie. La Siria è, da tre anni, in fondo ad ogni classifica riguardante la libertà di stampa e i dati di CPJ confermano come, nonostante si possa pensare il contrario, il regime sia stato responsabile del 57% degli assassini; questo dimostra quanto Assad abbia temuto e continui a temere un’informazione svincola dal proprio controllo.

L’assenza di una benché misera copertura mediatica nella zona è stata in parte colmata dal coraggio di un gruppo di giornalisti e attivisti locali che nell’aprile 2014 hanno lanciato una campagna d’informazione rivoluzionaria dal nome Raqqa is Being Slaughtered Silently, con l’obiettivo di pubblicare e diffondere online contenuti in arabo e in inglese per documentare la vita nella Raqqa jihadista.

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La prima volta che ISIS ha crocefisso uno dei suoi prigionieri, a dare la notizia a tutto il mondo è stato un attivista di RBSS. “Eravamo già oppositori di Assad, ma dopo che la nostra città è stata liberata e dopo che ISIS si è preso la nostra libertà, abbiamo deciso di lanciare RBSS per rendere pubblici i suoi crimini”, ha spiegato uno di loro in un’intervista a VICE News.

Fin da subito si è aperta una vera e propria “caccia agli infedeli” da parte degli alti ranghi dello Stato Islamico e le prime persecuzioni hanno portato all’uccisione di tre attivisti: Al-Moutaz Bellah Ibrahim è stato sequestrato e assassinato nel maggio del 2014. Ibrahim Abd Al-Qader è stato ucciso nel suo appartamento in Turchia, al confine con la Siria, nell’ottobre del 2015 e Ahmad Mohamed Almossa è stato assassinato nel dicembre del 2015 a Idlib, nel nordovest della Siria, da alcuni uomini incappucciati, sicari di ISIS. L’organizzazione di RBSS può essere paragonata a quella di un commando contro spionistico: 12 giornalisti all’interno della roccaforte jihadista documentano e riprendono i massacri che avvengono all’interno della città e, tramite un gruppo segreto online, trasmettono i reportage ad altri 4 attivisti residenti all’estero e incaricati di diffondere il materiale appuratamene filtrato alle testate giornalistiche e sui social networks tramite gli account ufficiali Facebook e Twitter. In un intervista al Times Abdelaziz Alhamza , uno dei fondatori del gruppo, ha dichiarato:  “Esiste una ricompensa per chiunque uccida uno di noi. Non conosco la cifra, ma sono sicuro che è consistente”.

Alhamza, come molti attivisti del movimento RBSS, attualmente è in esilio in Germania dopo che la minaccia jihadista in Turchia, dove risiedeva per facilitare la condivisione dei reportage e mantenersi al sicuro, si stava facendo troppo grande per poter essere ignorata. Sempre al Times, ha raccontato che suo fratello minore è affogato tentando di scappare dalla Siria via mare e che negli ultimi 5 anni ha perso tanti familiari e amici da non ricordarseli tutti. Alcuni, come un suo amico medico, hanno accolto l’invito di ISIS e si sono arruolati non perché ne condividessero fermamente gli ideali, ma piuttosto perché la destabilizzazione economica e sociale provocata dalla guerra civile espone i “non allineati” a condizioni di vita proibitive per cui le soluzioni sono due: restare e combattere per uno dei due schieramenti o tentare la fuga alle condizioni che ormai conosciamo.

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Lo scorso 25 novembre a New York, Alhamza ha ricevuto, in rappresentanza dell’intero movimento, il premio International Press Freedom indetto proprio da CPJ. Nel suo discorso di ringraziamento ha posto l’accento sulla responsabilità occidentale: «Questa bella città, New York, ha una popolazione di circa 8 milioni e mezzo di abitanti. Immaginate che più di due milioni di persone venissero obbligate a lasciarla e che la città rimanesse senza insegnanti, dottori o postini. La gente guarda la sofferenza della Siria e pensa che è lontanissima da loro. Ma la distanza da Damasco a Roma è quasi la stessa che c’è da New York a Miami».

Robert Cohen, giornalista e opinionista per il New York Times, ha paragonato Raqqa is Being Slaughtered Silently all’organizzazione “Rosa Bianca”. Fondata nel 1942 da un gruppo di universitari bavaresi, questa operava in opposizione al Terzo Reich hitleriano mediante la distribuzione gratuita di opuscoli informativi riuscendo a diffonderne sei prima di venire arrestati e giustiziati. Il secondo di questi opuscoli muoveva una pesante critica alla popolazione tedesca accusandola di “dormire nella propria ignoranza” mentre la Gestapo torturava e massacrava migliaia di ebrei nei campi di concentramento. Cohen, con questo paragone, rimprovera agli Stati Uniti e ai suoi alleati l’incapacità di trovare una soluzione unanime alla guerra siriana e soprattutto di mettere in sicurezza la popolazione civile con strategie congiunte.

L’impegno e il sacrificio di giovani coraggiosi come Alhamza e gli altri attivisti di RBSS non dovrebbero destare nell’occidente solamente un’effimera indignazione. Raqqa, per quanto lontana possa sembrare ai nostri occhi non è situata in un universo parallelo, non è il teatro di scontri che solleticano l’interesse di una cerchia ristretta di esseri umani. Quello che sta accadendo in Siria potrebbe, un giorno, ripresentarsi in Europa e nonostante si tratti di una possibilità piuttosto remota sicuramente non vorremmo che il nostro appello d’aiuto cadesse nel vuoto senza risposta.

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Perché scrivo? Vi dico la verità? Non lo so. Probabilmente è a causa della mia memoria a breve termine. O forse perché lo ritengo l'unico modo per riordinare i miei pensieri.Troppi e troppe volte dimenticati qua e là nella mia testa. Cos'altro faccio? M'incuriosisco del Mondo, delle sue mille (o cinquanta?) sfumature. Lo analizzo, lo fotografo, lo scopro. Quasi dimenticavo, m'interesso anche di sport, letteratura, musica e fotografia. Un po' di tutto e un po' di nulla, insomma.

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