La fine della net neutrality negli USA

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La polvere si è posata. I commissari della FCC (Commissione Federale per le Comunicazioni) hanno lasciato l’aula della votazione, giovedì 14 Dicembre 2017, e hanno firmato la fine della legislazione Obama. La net neutrality, lo leggerete ovunque, è finita.

Cosa cambia? Le regole in vigore dal 2015 prevedevano la classificazione degli ISPs (Internet Service Providers) come common carrier, ovvero utenza pubblica come l’acqua o il gas, regolata dal Titolo II del Communication Act del 1934. La recente riforma riclassifica la fornitura di servizi internet sotto il Titolo I, ovvero come servizio di informazione. Questo fa sì che a controllarne il rispetto non sarà più la FCC ma l’FTC (Commissione Federale per il Commercio), che dovrà unicamente garantire il rispetto della concorrenza (e non dei consumatori).

L’unica cosa che si chiede agli ISPs in cambio di questo “regalo di Natale anticipato”, come è stato chiamato, è stata di avvertire gli utenti in caso di cambi dei costi e delle tariffe. Maggiore trasparenza insomma. Ma, così facendo, si affida la libertà della rete alle buone intenzioni di compagnie che per la loro stessa natura mirano a profitti sempre maggiori.

La minaccia, poi, è che il ricorso alla FTC sia troppo lento, costoso e molto difficile (in quanto non sarebbe facile dimostrare una violazione che inneschi tale ricorso). Questo lascerebbe molta più briglia agli ISPs per modificare i servizi offerti. Quello che si teme è un internet a più velocità, dove i ricchi, che possono permetterselo, abbiano una rete veloce e i più poveri, invece, una rete lenta e inutilizzabile.

Sulla nuova Commissione incaricata del controllo, la commissaria Clyburn (D) ha detto: “[…]the FTC is an agency with no technical expertise in telecommunications; the FTC is an agency that may not even have authority over broadband providers in the first instance; the FTC is an agency that if you can even reach that high bar of proving unfair or deceptive practices and that there is substantial consumer injury, it will take years upon years to remedy”.

FCC riunione pubblica (Credits Flickr)

La contestazione in aula dei commissari dem è servita a poco e la proposta è passata 3-2. Gli interventi dell’opposizione hanno sottolineato la scelta affrettata della Commissione e denunciato il danno che i consumatori subiranno. Entrambe hanno poi assicurato di aver “sentito” e di continuare a sentire le voci di quanti si oppongono alla riforma di legge, nonostante la FCC nel suo insieme le abbia ignorate.

C’è un altro fatto, forse poco noto, che merita attenzione in questa vicenda. Poco prima dell’incontro di giovedì, ben diciotto Attorney General – che sono ufficiali dell’esecutivo con funzione di consulenza per il governo e, in certi casi, anche responsabilità di pubblica accusa – hanno firmato una petizione per far posticipare il voto sulla net neutrality.

Lo hanno fatto perchè, durante la fase di dibattito pubblico che ha preceduto la riunione della Commissione, al sito dell’FCC sono arrivati moltissimi commenti (7.5 su 22 milioni) spam, prodotti da account intestati a defunti, a falso nome o provenienti da account russi. Questo ha portato ad un’inchiesta sulla trasparenza del sito stesso. L’FCC, però, si è sempre rifiutata di collaborare.

Ma anche se tutti i commenti fossero stati leciti e “in regola”, rimane comunque il fatto che la Commissione non ne abbia tenuto conto: le preoccupazioni dei consumatori non figurano infatti né nel testo della proposta né in altri documenti. Verranno forse considerati in futuri procedimenti legali. E molti procedimenti seguiranno.

A questo proposito, quello di Eric Schneiderman è un nome che sentiremo ripetere molto spesso. Avvocato e politico, classe ’54, è l’Attorney General dello stato di New York e ha annunciato, lo stesso 14 dicembre, di voler fare causa alla Commissione. Molti altri lo hanno seguito; fra i primi, a tuonare è stato l’Ufficio di Seattle (WA), con l’Attorney General Bob Ferguson, seguita dagli Stati dell’Oregon, Iowa, Illinois, Massachusetts. Si prevede che se ne aggiungeranno molti altri, probabilmente gli stessi che avevano firmato la petizione.

Ci sono stati persino due senatori repubblicani che hanno scritto a Pai di ripensare la proposta, mentre alcuni singoli Stati stanno attualmente cercando di far passare leggi che aggirino la nuova normativa prima che venga pubblicata ufficialmente. Rimane da vedere cosa deciderà il Congresso in merito e quasi tutti i consumatori sperano in un ribaltamento dell’esito della votazione.

Infine, viene da chiedersi come mai un governo arrivato al potere grazie al sostegno popolare, specie sul web, e che si nutre di fake news diffuse in rete voglia alienarsi e ostacolare la sua base. Il giornale online The Verge, infatti, ipotizza che a soffrire di più per la fine della net neutrality saranno canali d’informazione conservatori, la linfa vitale del governo Trump. Ma è ovvio che il potere economico e il peso politico delle multinazionali tlc siano più significativi. Meno scontato è capire qual è il calcolo politico dei Repubblicani a meno di un anno delle elezioni di mid-term.

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