Net neutrality a rischio? Il caso USA e la situazione europea

Internet connects the World (Credits: Pexels)

Giusto una settimana fa, si è ricominciato a parlare di net neutrality e il dibattito sul sul destino si è riacceso. Innanzitutto, cosa si intende per net neutrality?

Il termine fu coniato nel 2003 da Tim Wu, professore di diritto alla Columbia Law School. Significa che le compagnie che forniscono servizi internet devono trattare tutti i dati allo stesso modo e non discriminare tali dati o far pagare diversamente i consumatori, indipendentemente da: user, contenuto, piattaforma, sito, tipo di apparecchiatura collegata o metodo di comunicazione. Non esistono insomma “autostrade” e “strade provinciali” in cui i dati viaggiano a velocità diversa, né il consumatore si vede costretto a pagare di più per avere un servizio più veloce.

A scatenare nuove polemiche in materia è stata una dichiarazione di Ajit Varadaraj Pai, presidente della Commissione Federale per le Comunicazioni statunitense (FCC), rilasciata il 21 novembre 2017, che fa sapere di una bozza di modifica della normativa vigente. Questa proposta verrà votata il 14 dicembre 2017Nel comunicato, dopo aver contrapposto la regolamentazione vigente sotto Clinton e quella entrata in vigore durante la presidenza Obama, l’ex consulente legale di Verizon sostiene che le attuali leggi ostacolano la spesa per la costruzione ed espansione della rete a banda larga. E non solo.

Preoccupa maggiormente, infatti, la sua seconda affermazione: il compito di proteggere la privacy dei consumatori dovrebbe passare dall’FCC alla Commissione Federale per il Commercio (FTC)Per capire il peso di questa dichiarazione, bisogna sapere qual è la norma attualmente in vigore. Ad aprile 2015 fu pubblicata una nuova serie di regole a protezione della net neutrality. Innanzitutto, la banda larga venne riclassificata come vettore – in inglese common carrier. Il common carrier, nella legislazione americana, è soggetto all’autorità di un organo regolatore, attualmente l’FCC.

L’autorità che dovrebbe occuparsene se passerà la proposta di Pai, ovvero la Commissione Federale per il Commercio, non ha nessun potere legislativo in materia di controllo della tutela della privacy dei consumatori da parte degli Internet Service Providers (o ISP, cioè le compagnie che forniscono l’accesso e l’utilizzo di internet), secondo Tom Wheeler, il predecessore di Pai.

Ajit Pai giura come commissario dell’FCC al suo primo mandato, Washington, DC., maggio 2012 (Credits: Wikipedia Commons)

La dichiarazione di Pai ha provocato una spaccatura nell’opinione pubblica americana. La maggior parte degli utenti si è schierata contro la proposta di riforma di legge, così come hanno fatto le principali compagnie tecnologiche: grandi nomi come Spotify, Netflix, Facebook, Dropbox, Twitter, Microsoft e Google – che ha invitato i suoi clienti a far sentire la loro voce sull’argomento.

Queste aziende dovrebbero pagare agli ISP una quota di accesso alla rete più veloce, cioè pagare per avere priorità su altri dati. Ciò si tradurrebbe a sua volta in un aumento della bolletta del consumatore. Ad esempio, se si volesse vedere Netflix senza caricamenti infiniti e buffering che spuntano ad ogni cambio di inquadratura, bisognerebbe aggiungere al costo base dell’offerta altri 5$ (o 8$ o 10$ o quanti saranno).

Probabilmente ci sarebbero pacchetti di diverso tipo, quello dell’intrattenimento (Netflix, Hulu, Youtube+), dei social (Facebook, Twitter, Instagram), di mail e cloud (Google Drive, ICloud, Gmail, ecc.) e molti altri. E tutti usufruibili a velocità elevata dietro pagamento. Tuttavia, se non si paga per un certo contenuto, la velocità dei dati viene rallentata e il servizio diventa inutilizzabile. Con ogni probabilità, in uno scenario senza net neutrality, queste compagnie vedrebbero ridursi di molto i loro utenti, incapaci di pagare per tutti i pacchetti disponibili.

Dall’altro lato della barricata ci sono gli stessi ISP, compagnie come AT&T, Verizon, Comcast, Century Link e molte altre. Nel lungo periodo, potrebbero vedere il controllo federale sui servizi da loro offerti ridursi drasticamente e la possibilità di intervento dell’autorità di sorveglianza quasi sparire. Facendo ancora riferimento alle parole di Tom Wheeler, «non è possibile trovare nulla di favorevole al consumatore nell’agenzia incaricata delle telecomunicazioni che si allontana dalle proprie responsabilità e le affida ad un’altra agenzia, che non ha nessuna competenza o autorità in materia.» (la FTC n.d.a.).

Nel nuovo scenario, gli ISP avrebbero la possibilità di guadagnare ancora più di oggi, facendo pagare ai produttori di contenuti l’accesso a reti veloci che, ovviamente, favoriscono la fruizione del contenuto stesso. Chi di noi, dovendo scegliere fra un video su Youtube che si blocca ogni cinque secondi e un fluidissimo film su Netflix, opterebbe per il primo solo per principio?

Tuttavia, non sono solo i consumatori ad essere in pericolo. I critici della riforma di Pai, infatti, sostengono che verrebbero danneggiate anche le start-up e i piccoli produttori e compagnie. Infatti, un’azienda emergente non avrebbe il capitale necessario per pagare l’accesso ad una rete veloce, in competizione con grandi compagnie come Amazon o Google. Ad esempio, un piccolo sviluppatore indie di videogiochi come potrebbe mai contendersi l’accesso ad una fast lane con una compagnia come Activision?

Possibile schermata senza net neutrality (Credits: Wikipedia Commons)

Pai si è trincerato dietro ad un molto americano «attendo con ansia il ritorno alla debole (lett. light-touched) regolamentazione che scatenò la rivoluzione digitale e beneficiò i consumatori americani e di tutto il mondo». Però, come già detto, la riforma proposta non farà altro che andare a vantaggio dei provider e favorire le compagnie già grandi e affermate, che potranno permettersi di pagare per le nuove tariffe di accesso alla rete.

Inoltre, il principio della libera concorrenza non si afferma pienamente nemmeno ora, perché, ad esempio, alcune zone, specie rurali o meno densamente popolate, sono spesso servite da una sola compagnia, in un regime fattuale di monopolio. Di certo la nuova proposta non cambierebbe le cose, anzi.

Da ultimo, non è corretto dire, come ha fatto il presidente dell’FCC nella sua dichiarazione, che la legge in vigore dal 2015 danneggi gli investimenti di ampliamento della rete. La classificazione degli ISP come common carrier li ha sottoposti alla disciplina del Titolo II del Communication Act del 1934 e al Settore 706 del Telecommunication Act del 1996. Questo vuol dire che, agli occhi della legge, sono passate dall’essere compagnie che fornivano servizi di informazione a compagnie che forniscono un servizio pubblico, con una differente disciplina legale.

I critici della net neutrality obiettano che questa regolamentazione sia troppo rigida e segua eccessivamente il modello delle “utenze” e che la legislazione in materia vada troppo nello specifico, scoraggiando gli investimenti. Ma più di un report degli ISP ai propri investitori nel periodo 2015/16, ovvero dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, non evidenziava alcuna diminuzione negli investimenti e assicurava che i vari piani di sviluppo non sarebbero stati toccati dalla disciplina del Titolo II. Va notato che le aziende sono per legge obbligate a fornire dati reali agli investitori.

Per quanto riguarda la normativa europea, la legge in vigore è stata emanata nel 2015 ed è contenuta nel regolamento 2015/2120. Afferma l’uguaglianza di tutti i dati e vieta ogni ingiusta discriminazione, ricalcando quella che è la definizione di net neutrality enunciata sopra. Prevede i termini dei contratti, le condizioni di trasparenza richieste ai provider,  come far rispettare il regolamento, la multe previste e altro.

Sembra essere molto specifica e protettiva della net neutrality, ma è stata comunque criticata. I detrattori lamentano la presenza di scappatoie, che alcuni proposti emendamenti, non passati, avrebbero potuto eliminare. Una di queste sarebbe la previsione di poter dare la priorità a “servizi specializzati”: si teme, cioè, che sfruttando questa dicitura alcuni siti potrebbero essere privilegiati rispetto ad altri.

Parlamento Europeo in seduta comune (Credits: Wikipedia under CC)

Un altro punto critico è il cosiddetto “zero-rating”, la pratica per cui alcuni siti o applicazioni non consumano i dati che si hanno a disposizione per mese secondo contratto. Come dire, un gestore può garantire al cliente una determinata quantità di dati mobili al mese (mettiamo 3GB); se si utilizza una certa app, indicata dalla compagnia, per guardare film e serie tv, i 3GB a disposizione non vengono consumati e i dati che uso per quell’app sono – per me, cliente – gratis. Questo però nasconde il fatto che così i consumatori siano spinti ad utilizzare un certo servizio (app o sito che sia), inconsciamente.

La normativa europea del 2015 lascia ai singoli Paesi la responsabilità di legiferare in materia. Tuttavia la BEUC (Bureau Européen des Unions de Consommateurs o Organizzazione Europea dei Consumatori) ha affermato che la pratica deve essere presa in esame e modificata. Lo zero-rating viene anche considerato un’ostacolo alle start-up, che chiaramente non verrebbero favorite dai grandi provider.

Insomma, in America abbiamo le affermazioni di Pai e la sua proposta di modifica della legge del 2015, sostenuta dai critici della net neutrality e in Europa abbiamo una normativa, sempre del 2015, criticata dai sostenitori della net neutrality.

Le parole del presidente dell’FCC sono quanto meno ingannevoli: sicuramente la riforma non andrà a beneficio dei consumatori né della competitività. Ma da spettatori oltreoceano non possiamo fare altro che attendere il voto di dicembre e la conclusione della vicenda e chiederci se la net neutrality sopravviverà a questa crisi o, sennò, se e come la situazione americana influenzerà la nostra legge ed il nostro modo di vivere l’internet.

Gli attori coinvolti sono:

  • La FCC è un organo di controllo e legislativo in materia di telecomunicazioni fondato dal Congresso nel 1934.
    • Il direttivo è composto da 5 commissari, tra cui il presidente, che dal 23 gennaio 2017 è Ajit Pai. Al massimo tre commissari possono appartenere allo stesso partito nello stesso momento. Attualmente ci sono tre repubblicani e due democratici. Il mandato è di 5 anni, rinnovabile. Nessuno dei membri può avere interessi economici in alcun affare collegato o soggetto ai compiti della commissione. I commissari sono nominati dal Presidente degli USA e confermati dal Senato.
    • L’FCC è la principale autorità federale ad occuparsi di regolamentazione, legiferazione e innovazione tecnologica nel campo delle telecomunicazioni. Deve tutelare i consumatori e regolamentare le aziende del settore. La sua autorità copre i 50 Stati federali, il District of Columbia e tutti i territori statunitensi.
  • Ajit Varadaraj Pai, classe 1973, ha lavorato come consulente legale per Verizon, una multinazionale americana attiva nel campo delle telecomunicazioni e, incidentalmente, anche uno dei maggiori ISP statunitensi. Repubblicano, è diventato commissario dell’FCC nel 2012 sotto Obama ed è stato riconfermato dal presidente Trump, che lo ha inoltre nominato presidente della Commissione stessa.

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