#NiUnaMenos: le donne sudamericane e lo spettro del machismo

#NiUnaMenos. Non una di meno.

È molto diretto ed incisivo il nome della nuova protesta femminista scoppiata in America Latina nei giorni scorsi dopo il brutale omicidio di Lucia Perez, una 16enne assassinata barbaramente a Mar del Plata, in Argentina. Drogata, stuprata, torturata ed infine uccisa, Lucia è soltanto l’ultima delle migliaia di donne vittime di violenza nel continente – molte delle quali non raggiungono gli “onori” della ribalta mediatica che sono stati “concessi” a lei.

Così, il collettivo Ni Una Menos, nato in Argentina già nel 2013 ed estesosi poi in altri paesi vicini, ha organizzato insieme ad altre decine di associazioni della regione una protesta internazionale contro la piaga del machismo generalizzato, che in America Latina si fa particolarmente sentire. Se ne era già parlato fin troppo pochi mesi fa, a fine maggio, dopo un caso simile, avvenuto però in Brasile – dove nel solo 2014 sono stati denunciati 47.640 stupri. Quella volta si trattava di una sedicenne brasiliana violentata in una favela di Rio de Janeiro da 33 uomini, che avevano pure deciso di postare sui social network foto e video della violenza, umiliando ulteriormente la ragazza. Anche quella volta un hashtag virale (#EstuproNuncaMais) aveva fatto il giro del mondo e si erano organizzate marcie e proteste per denunciare la cosa. Ed eccoci ancora qui, mesi dopo, a protestare contro quella stessa “cultura dello stupro” che porta a biasimare le vittime per ciò che è stato loro fatto.

Parlare di “cultura dello stupro” non è un azzardo, in questo caso. In Brasile lo dimostrava un sondaggio dell’IPEA, un’agenzia statistica, secondo il quale il 26% dei brasiliani ritiene che le donne che indossano abiti che lasciano alcune parti del corpo scoperte meritino di essere aggredite e il 65,1% crede che una donna che subisce violenze domestiche e nonostante ciò non lasci il compagno “ami essere picchiata”. La pagina ufficiale del collettivo Ni Una Menos riporta dati secondo i quali in Argentina, ogni 30 ore, una donna viene uccisa per il solo motivo di essere donna. Secondo un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, benchè ci siano variazioni tra i vari paesi presi in esame, è ancora altissima la percentuale di donne latino-americane che ritengono che la moglie in certi casi meriti di essere picchiata dal marito.

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Secondo il documento “Violencia sexual en Latinoamérica y el Caribe: Análisis de datos secundarios“, sempre pubblicato dalla sezione regionale per l’America Latina e i Caraibi dell’OMS, in Nicaragua il 26% delle donne ha dichiarato di essere stata sessualmente molestata almeno una volta nella vita da uno sconosciuto. I dati che riguardano però le violenze sessuali subite dal partner o da un membro della propria famiglia sono drammaticamente più elevati. 

Come in tantissime altre parti del mondo, comunque, il numero di stupri che vengono annualmente denunciati alla polizia non corrispondono minimamente con il numero di donne che affermano di essere state violentate. I problemi socio-culturali che ogni donna che voglia denunciare ciò che le è successo affronta sono molteplici e condivisi nei vari Paesi dell’America Latina: primo tra tutti lo stigma che circonda lo stupro, la violenza e la discriminazione che ne seguono e la possibilità di essere escluse dalla propria comunità. Nei casi di violenza da parte di persone conosciute, poi, si aggiunge il timore di ripercussione da parte del perpetuatore, che spesso è il partner o un parente con il quale si è a stretto contatto e che potrebbe vendicarsi della denuncia subita. Spesso si aggiunge la mancanza di fiducia nei confronti delle autorità che dovrebbero proteggerle – il che riflette, appunto, una cultura del machismo generalizzata ad ogni livello della società, che tende a svalutare la testimonianza e l’esperienza femminile e ad incolpare la vittima.

Se così stanno i fatti, allora, quali sono le principali cause sociali che portano a conseguenze tanto gravi per la sicurezza personale? Sempre attenendosi alle considerazioni dell’OMS, il primo fattore sono le norme di genere radicate in profondità nella mentalità locale – soprattutto nelle realtà rurali. Basate in gran parte sull’ampia influenza del cattolicesimo tradizionale che ha una grande presa sulla regione, queste norme pongono il genere maschile ad un livello nettamente superiore a quello femminile, ritenendo di conseguenza che gli uomini abbiano il diritto di controllare la sessualità femminile: questo giustifica diversi morbi sociali quali la legittimazione della violenza all’interno delle dinamiche di coppia – considerando il sesso come un diritto dello sposo a prescindere dalla volontà della moglie, ad esempio.

La celebre artista Frida Kahlo rappresentata con la scritta "#NonUnaDiMeno: anche il doppio standard è violenza", contro la percezione diversa della sessualità maschile e femminile
La celebre artista Frida Kahlo rappresentata con la scritta “#NonUnaDiMeno: anche il doppio standard è violenza”, contro la percezione diversa della sessualità maschile e femminile.

C’è poi la cara vecchia storia della ragazza che “se la cerca”. Secondo uno studio peruviano (Cáceres, 2005), gran parte dei giovani del Paese ritengono che la colpa degli stupri sia da attribuire al fatto che le ragazze “se la tirano” o “negano prestazioni sessuali ingiustamente”. Amnesty International nel 2007 ha pubblicato un sondaggio in cui viene affermato che il 66% degli uomini e il 49% delle donne in Jamaica sono d’accordo con l’affermazione che “La maggior parte delle volte, le ragazze o le donne che vengono stuprate se l’erano andate a cercare”. Peggiore ancora è la possibilità, denunciata da UNICEF, che queste convinzioni nocive vengano tramandate di generazione in generazione, supportate da uno studio condotto in Guyana che rivela come una grande percentuale di bambini e bambine in giovane età creda già che le ragazze vengano stuprate perchè “indossano vestiti che mostrano troppo”. Tutto ciò si lega ad un’altra convinzione profondamente condivisa da parte consistente della società: quella secondo la quale lo stupro è causato dai bisogni sessuali inerenti all’essere uomini e, di conseguenza, naturale e socialmente legittimo. Perchè, si sa, le donne invece sono angeli del focolare privi di ormoni che non posseggono istinti sessuali.  Allo stesso tempo, però, i media e il mondo della pubblicità nella regione contribuiscono pesantemente a comunicare l’immagine della donna come mero oggetto sessuale il cui principale scopo è quello di rendere felice l’uomo.

Altro fattore macroscopico che abbraccia l’America Latina in virtù dell’ampia condivisione della morale cattolica è il culto della verginità femminile. Se le ragazze che arrivano vergini al matrimonio vengono glorificate – salvo poi subire ogni minima volontà del marito senza potersi sottrarre -, quelle che per un motivo o per l’altro perdono la verginità al di fuori di questa sacra unione non solo vengono profondamente stigmatizzate e discriminate, ma diventano di conseguenza prede perfette per sfogare qualsiasi istinto. In uno studio realizzato da Hstings nelle zone rurali del Guatemala del 2002, ad esempio, è stato dimostrato come la penetrazione forzata venga riconosciuta come violenza sussuale soltanto se commessa su una donna vergine (e soltanto se non promessa in sposa allo stupratore in questione), ma non contro donne divorziate o vedove, considerate sessualmente disponibili. Nel suo studio in Perù del 2005, Cáceres ha scoperto che tra i giovani non venivano condannati gli stupri nei confronti di donne non vergini, in quanto “non era possibile assicurarsi che fosse davvero sesso non consenziente”. Per fortuna, almeno in questo caso, sono stati registrati dei cambiamenti positivi in materia: in Brasile, ad esempio, è stato dimostrato che le generazioni più giovani dimostrano una tolleranza molto inferiore alle persone più anziane nei confronti degli stupri, a prescindere dal contesto in cui questi siano avvenuti.

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Certo, nel continente più violento al mondo – secondo i dati della ONG messicana Consejo Ciudadano para la seguridad pùblica y justicia penal, 41 delle 50 città più pericolose del mondo sono latinoamericane – non ci si aspetta che lo Stato sia capace di garantire la sicurezza delle proprie cittadine, e le persone si comportano di conseguenza. Un così alto tasso di violenza contro le donne è da mettere in relazione a una situazione sociale che in molte città è fuori controllo. È per questo, però, che l’azione di collettivi e associazioni come Ni Una Menos sono tanto importanti: perchè non si accontentano dello status quo, perchè non credono che la battaglia sia persa. Ed è per questo che la notizia del mercoledì nero – il primo sciopero nazionale delle donne in Argentina, tenutosi la settimana scorsa in diverse città del paese per ribadire il diritto alla vita di ogni bambina, ragazza, donna – è una buona notizia, nonostante tutto.

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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