Non esistono parole di troppo (ma la forma continua a contare)

Tempi duri per i libertari e i libertini di tutto il mondo: con il diffondersi di una dialettica politica dai toni sempre più aspri, si moltiplicano ovunque le velleità censorie di legislatori e semplici cittadini, esasperati da un confronto che ricorda ormai una guerra d’attrito. Nessuno è al sicuro; e così, mentre oltreoceano cade la testa (l’espressione non è casuale) di Kathy Griffin, nota presentatrice del Capodanno CNN, rea di aver preso parte ad un servizio fotografico in vui reggeva il capo mozzato di Donald Trump, in Italia è Filippo Facci di Libero a fare le spese di questo inedito clima. Dopo aver pubblicato, poco meno di un anno fa, un articolo nel quale rivendicava (con lo stile polemico e spregiudicato che lo ha reso famoso) il diritto di “odiare l’Islam”, il controverso giornalista si è infatti visto assegnare due mesi di sospensione dall’ordine professionale, e sarà privato dello stipendio fino al termine della sanzione.

Aldilà della sentenza, che risulta francamente anomala, se non per la sua natura, quantomeno per la conformazione che si è voluto darle, sorge spontanea una domanda: esiste, o dovrebbe esistere, una linea di demarcazione tra ciò che si può dire e ciò che non si può dire? La risposta, in breve, è “no”.

Nessuno si lasci convincere del contrario: tutto, ma davvero tutto, si può dire, fare e pubblicare, non solo per principio, ma anche e soprattutto per un diritto costituzionale conclamato e preziosissimo, la cui universalità è assoluta e sacrosanta ben oltre qualsiasi allineamento ideologico. Oggi più che mai dovrebbero risuonare le parole di Voltaire, che da nemico di quella censura che era il primo strumento del potere oscurantista sentenziava lapidario: Non sono d’accordo con quello che dici, ma sono pronto a morire purché tu possa dirlo”.  È una dichiarazione d’intenti, questa, a cui nel mondo postmoderno del soggettivismo imperante risulta difficile tener fede: ma nondimeno, farlo è necessario, senza esitazioni di sorta.

Va pur detto, però, che il diritto e i princìpi difficilmente possono influenzare le reazioni concrete di un ipotetico interlocutore; in altre parole, come noi siamo liberi di esprimerci così lo sono gli altri, ed in funzione di ciò essi possono dar voce anche ad un dissenso nei confronti nostri e di quanto abbiamo da dire. Tanto più forti sono i toni, tanto più lo è il disappunto, e se si ignora questo fatto, scientemente o meno, il rischio è di finire coperti, con le proprie idee, dal segnaccio nero del censore che alberga in tutti noi.

Ancora: la mancanza di tatto, per quanto sia apparentemente in voga nel giornale d’oggi, non è solo segno di scarsa fantasia – il giornalista, come lo scrittore, dovrebbe essere in grado di usare la parola meglio dell’uomo di strada – ma è anche il modo migliore per offrire il fianco a chi, messo di fronte ad un testo composto con maggior finezza, non avrebbe argomenti da esporre in senso cotrario. Guardando al caso specifico Facci (non se la prenda se chi scrive ha la presunzione, da dilettante quale si riconosce, di dare un consiglio ad un professionista) avrebbe potuto parlare dell’Islam come di un culto violento ed illiberale, piuttosto che come di una religione addirittura più schifosa di tutte le altre”: sarebbe stato più banale, più blando, meno incisivo, ma il guadagno sarebbe stato immenso per tutti. Lui avrebbe avuto il suo stipendio, i suoi sostenitori avrebbero potuto parlare dell’articolo senza problemi, i suoi detrattori farne una critica sensata. E soprattutto, ci saremmo risparmiati il vociare confuso di quei democratici-ma-non-troppo, quelli che “i diritti degli altri finiscono dove iniziano i loro sentimenti”, e la libertà di pensiero è assoluta, ma solo quando fa comodo.

Dunque, quel che si può in definitiva trarre da questa vicenda singolare è che, se si vuol dire quello che si pensa, è lecito gettare un po’ di fumo negli occhi di chi il nostro pensiero deve recepirlo. Mai cadere nella trappola dell’affabulazione, mai ingannare chi si ha di fronte; ma forse è ora che il giornalista ricominci ad essere un artista della carta stampata, capace di nascondere nelle pieghe del testo messaggi forti e non sempre graditi all’occhio vigile del potere, politico o culturale che sia. Nell’attesa di un giorno in cui persino i titoli di Libero non diano più scandalo.

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19 anni. Laziale di nascita, friulano d'adozione. Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il Polo Universitario di Gorizia.

1 Comment on Non esistono parole di troppo (ma la forma continua a contare)

  1. Il limite è molto, molto confuso e sfuggente. Una domanda interessante è: quanto il ruolo di chi parla influenza ciò che può o non può dire, ovvero il tono che può o non può usare? come anche l’autore del post ha indicato, Facci in quanto giornalista avrebbe dovuto saper usare un tono diverso per dire le stesse cose (che, appunto, è lecito dire); e d’altro canto non ci vuole molta ricerca per trovare post “sui social” dove si dice di molto peggio in modo assai peggiore, senza che chi scrive sia oggetto di nessuna conseguenza.
    Perciò, il ruolo che ricopro nella società (giornalista/scrittore/politico/religioso) mi dovrebbe costringere a riconsiderare quello che penso e che voglio dire?

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