Nuova Duma, vecchie conoscenze

“Stabilità”: con queste parole Vladimir Putin si presenta nella sede di Russia Unita. Il partito ufficialmente guidato dal Primo Ministro Dmitri Medvedev – in realtà saldamente nelle mani del nuovo zar di Russia – ha conquistato il 54% dei voti nell’elezione della Duma, la Camera bassa del parlamento. L’attaccamento alla stabilità è la volontà espressa da quel 47% di russi che si è recato alle urne: Putin ha saputo cavalcare questo sentimento nonostante la profonda crisi economica che la Russia sta attraversando – il crollo dei prezzi del petrolio e del gas sommati alle sanzioni occidentali hanno costretto molti russi a tirare la cinghia.

Il partito di Putin, dunque, conquista il 75% dei seggi parlamentari, avendo così mano libera per modificare la Costituzione. I voti non conquistati da Russia Unita, poi, sono andati ai partiti dell’opposizione sistematica che nella Duma non si mette mai troppo di traverso: i liberaldemocratici (18%), i comunisti (17%) e Russia Giusta (6%). Gli unici due partiti in grado di fare vera opposizione – i democratici di Parnas e i liberali di Yabloko – sono rimasti prevedibilmente al di sotto dello sbarramento del 5%. Insomma, tutto è andato secondo un copione già scritto che si ripete da numerosi anni – tutto eccetto una cosa: per la prima volta si parla apertamente di brogli elettorali, anche se limitati e non influenti. A vigilare era Ella Pamfilova, stimata figura difensore dei diritti umani, nominata da Putin a capo della commissione elettorale: ha denunciato i brogli, confermando anche la loro ininfluenza nel risultato finale. Gli osservatori internazionali dell’Osce e i 90 parlamentari dei Paesi Osce hanno confermato che queste elezioni, in linea generale, sono state oneste. Come dire: in questa Russia sarebbe potuto andare peggio.

C’è poi un altro dato da analizzare, partendo dagli esiti delle elezioni della Duma di cinque anni fa. Sì perché nel 2011 Russia Unita conquistò “solamente” il 49%, sicché oggi il partito di Putin è riuscito a portare a casa circa 6 punti percentuali in più. Considerando la crisi economica e le sanzioni, ci si può chiedere come Putin sia riuscito in questa impresa. Lo si capisce anzitutto partendo dall’affluenza, calata dell’oltre il 13% dal 2011: insomma, la metà di chi si è recato alle urne ha votato per Putin e l’altra metà per l’opposizione che Putin tollera al fine di garantire una parvenza di democraticità. Ma lo si capisce soprattutto dall’indice di gradimento per l’ex agente del KGB, attestato sull’80% e destinato decisamente a salire. L’estate che si sta concludendo è stata una delle più proficue per l’inquilino del Cremlino: ha reso la Russia indispensabile in Siria, in modo tale da concordare le azioni militari contro l’Isis direttamente con gli Stati Uniti; le tensioni con la Turchia sono rientrate; i rapporti economici tra Unione Europea e Stati Uniti sono ad un punto morto dopo il fallimento del TTIP (non che Putin sia antieuropeo, è solo meglio se gli europei sono divisi – sicché anche Brexit è un buon risultato); i candidati alla Casa Bianca discutono più sulle presunte intercettazioni di hacker russi che su quanto faranno una volta insediati, e gli indici di impopolarità di entrambi lacerano il Paese e indeboliscono il futuro Presidente prima ancora di entrare alla Casa Bianca. L’unica nota negativa sono le sanzioni: con una sorprendente coesione, l’Unione Europea ha provocato non pochi fastidi al Cremlino, ma poco dopo la stessa Europa ha fallito in una prova di maturità nel post-Brexit – il vertice di Bratislava è stato un fallimento e l’Unione senza Londra si è dimostrata più divisa che l’Unione a 28.

Nel 2011 ci sono state le più grandi manifestazioni popolari dell’era Putin, ma dopo essere stato rieletto per la terza volta nel 2012 ha messo mano alla cosa con chiusure (maggiori controlli sui media, meno libertà alle ONG finanziate dall’estero…) ed aperture (governatori eletti e non più nominati, partiti di opposizione liberi di partecipare…). Ma soprattutto il nuovo sistema elettorale (con cui si è votato per la prima volta domenica scorsa). È un sistema misto: metà dei deputati sono eletti con il proporzionale in liste bloccate (niente preferenze e liste decise dai partiti), l’altra metà a maggioranza semplice in collegi uninominali (in cui viene eletto il candidato che riceve più voti). Proprio in questa metà avrebbero dovuto trovare facilmente posto gli oppositori, tra i quali anche i 18 candidati che vengono ufficialmente finanziati da Mikhail Khodorkovskij, nemico giurato di Putin, arrestato nel 2003, processato e condannato nel 2005, incarcerato e infine graziato nel 2013. Eppure i risultati di queste elezioni consegnano per l’ennesima volta il Paese a Putin.

Mettendo insieme tutte queste informazioni (elezioni più democratiche con pochi brogli non influenti; affluenza bassa; vittoria schiacciante del partito di Putin; successi nella diplomazia internazionale; capacità di incanalare lo scontento nei confronti dell’Europa), sorge questa domanda: che forse ai russi Putin piaccia davvero?

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