Il nuovo governo francese: dopo la sinistra, Macron rompe il guado a destra

 

Il neopresidente francese Emmanuel Macron ha nominato lunedì 15 maggio il Primo ministro che lo affiancherà per i prossimi cinque anni alla presidenza della Repubblica, salvo sorprese. È il sindaco di Le Havre, il deputato dei Républicains Édouard Philippe, esponente dell’ala liberal-moderata del partito gaullista, facente capo al suo mentore politico Alain Juppé.

Solamente mercoledì 17 è stata annunciata la composizione del nuovo governo dopo che, come scrive l’Eliseo, tutti i futuri ministri sono stati oggetto di una “verifica della loro situazione fiscale, anche se la legge prevede che questa verifica si svolga solo dopo la loro nomina” e che “non si trovino in situazione di conflitto d’interesse, come predispone l’Alta Autorità per la trasparenza nella vita pubblica”. Per di più, i membri del nuovo governo Macron-Philippe, hanno dovuto “firmare un impegno sull’onore di integrità e di moralità nel quale specificano che non sono soggetti in attività contrarie alla legge o alla correttezza morale”.

I nomi che più spiccano nell’esecutivo sono: l’eurodeputata centrista Sylvie Goulard, ministra della Difesa già collaboratrice di Romano Prodi alla Commissione europea – ; Jean-Yves Le Drian ministro degli Esteri e dell’Europa (già responsabile della Difesa con François Hollande); Gérard Collomb ministro dell’Interno (socialista, seguace di Macron sin dalla prima ora), il leader del partito centrista alleato di “En Marche !” Mouvement mocrate François Bayrou, ministro della Giustizia; Richard Ferrand (segretario generale di “En Marche !”, ex socialista) alla Coesione territoriale; un altro républicain-juppéiste, Bruno Le Maire, all’Economia; il giornalista e documentarista Nicolas Hulot all’Ecologia.

L’offensiva Macron frattura la destra”, titola mercoledì 17 Le Monde. Con la scelta di Philippe, il capo dell’Eliseo ha sbaragliato le carte anche nel centrodestra francese, proprio nel periodo in cui i neogaullisti devono rinserrare i ranghi dopo la sconfitta bruciante alle presidenziali in vista delle elezioni legislative – 11 e 18 giugno – e nel giorno in cui il loro ex candidato François Fillon è stato riconvocato davanti ai giudici per rispondere dell’Affaire Pénélope. La vittoria alle primarie dei Repubblicani da parte di un sovranista come Fillon ha fatto venire il “mal di pancia” a molti juppéistes come lo stesso Philippe, i deputati Bruno Le Maire (fresco neoministro dell’Economia) e Benoist Apparu, il sindaco di Nizza Christian Estrosi ed altri che prima auspicavano e ora attueranno il progetto di “lavorare con Macron in una maggioranza di governo”.

Ed è proprio di una solida maggioranza nell’Assemblea nazionale che il presidente della Repubblica ha bisogno per attuare quelle coraggiose riforme che ha promesso ai Francesi. Così, i Républicains sono diventati la nuova ‘vittima’ del fondatore di “En Marche !” nell’obiettivo di conquistarsi la vittoria alle legislative sconquassando al loro interno (e tra gli elettori) i due principali partiti francesi, scomparsi, com’è noto, dal secondo turno delle presidenziali.

Il Partito Socialista, invece, era stato la prima vittima di Macron: un partito letteralmente frammentatosi in almeno tre tronconi, sia fra gli elettori che fra i dirigenti, in meno di un anno. Il 6 aprile 2016, quando Emmanuel Macron fondava “En Marche!”, subito una pattuglia di circa venti deputati socialisti, pur rimanendo nel partito, hanno deciso di seguire l’allora ministro dell’Economia nel nuovo movimento, trampolino di lancio verso le presidenziali. Tra questi primi marcheurs, il segretario generale di EM! – fedelissimo del neopresidente – Richard Ferrand, neoministro della Coesione Territoriale e Gérard Collomb, neoministro dell’Interno.

Alle primarie socialiste del 22 e 29 gennaio 2017 aveva vinto Benoît Hamon – esponente della sinistra del PS ed ex ministro dell’istruzione, dimessosi in polemica quando Valls e Macron sono diventati capo del governo e ministro dell’Economia – proprio contro lo stesso Valls; questi si è schierato poi, assieme a tutta la corrente “centrista” social-liberale del partito (ad oggi circa quaranta deputati uscenti) con Macron, prim’ancora del primo turno delle presidenziali che avrebbe visto il tracollo del partito che esprimeva il presidente della Repubblica in carica (6,36% dei voti). Nel mentre, gli elettori più gauchistes del PS hanno traslocato tra le braccia accoglienti di Jean-Luc Mélenchon e della sua France Insoumise.

Dopo il risultato – scontato – del secondo turno con la vittoria al 66,1% di Emmanuel Macron, Valls ha dichiarato che “il Partito Socialista [il suo partito, nda] è morto e che vorrebbe “entrare nella nuova maggioranza presidenziale”, ovverosia candidarsi con “En Marche !”. Dal quartier generale del movimento di “En Marche !” gli è stato risposto che “non rispecchia i requisiti per la candidatura” (non aver svolto più di due mandati da parlamentare) e che se proprio ci teneva doveva “presentare il questionario online come tutti gli altri aspiranti”, siano essi deputati uscenti o semplici cittadini. Vedremo come andrà a finire. In effetti, “En Marche !” ha già presentato buona parte della lista dei candidati all’Assemblea nazionale, con la metà di questi che in passato non hanno mai fatto politica; nell’altra metà figurano, tra l’altro, anche alcuni esponenti gaullisti.

Emmanuel Macron, il più giovane presidente della storia di Francia, è riuscito a scombussolare letteralmente lo scacchiere politico, con i due partiti tradizionali – Socialisti e Repubblicani – spaccati al loro interno sul sostegno al nuovo presidente della Repubblica. Macron è approdato all’Eliseo con una strategia ben chiara: frammentare il più possibile la vecchia classe politica in un grande “Partito della Nazione”, assorbendo nel macronismo ogni sfumatura centrista o meglio, non-estremista della politica d’Oltralpe. Un partito della nazione, “La République En Marche !”, abbastanza solido nel futuro parlamento e nel Paese. Un parlamento che sarà largamente rinnovato, dato che l’“onda Macron” ha fatto sì che il 35% dei deputati uscenti non si ripresenti più alle legislative di giugno.

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