“O Capitano, mio Capitano!”

La morte di Seneca rappresentata da Manuel Domínguez Sánchez, "Il suicidio di Seneca"

Alcuni uomini toccano le corde più profonde del nostro animo e ci lasciano con la consapevolezza che, in un modo o nell’altro, porteremo inscritti all’interno delle nostre coscienze i loro insegnamenti, lezioni che forse essi stessi ignorano di averci trasmesso. Alcuni di loro non li vedi da anni, eppure ti accompagnano costantemente nel tuo percorso: puoi avvertire la loro mano leggendo una poesia, ascoltando una melodia, ritrovandoti di fronte ad un concetto familiare, ad un oggetto già conosciuto, ma fino a quel momento mai concretamente osservato e toccato o, come nel caso della persona di cui scrivo, quando ti ritrovi a riordinare i libri di testo del liceo e ti capita di sfogliare le pagine ingiallite del dizionario di latino.

Il mio è un “IL” degli anni settanta. La sua carta spessa e le alte quantità di lignina e cellulosa presenti in essa, contenute soltanto nei libri di una volta, gli donano le sembianze di uno scrigno del sapere universale e quel caratteristico odore che non può che essere l’aroma della conoscenza. I caratteri monocromatici e l’impaginatura, in procinto di cedere da ormai un decennio, ma che invece resiste tenacemente, un tempo mi portavano curiosamente ad associare quel volume monumentale ad un noioso e inutile tomo, simile a quelli che potrebbero essere stati contenuti nelle biblioteche di qualche monastero medioevale disperso tra le montagne: nessuno lo avrebbe rimosso dal luogo in cui si trovava; quando invece adesso lo sfoglio avverto un’indelebile nostalgia.

La mattina di due giorni fa mi trovavo alle prese con la solita frenetica routine quotidiana: oscillando tra l’androne di casa e un appuntamento con il consulente bancario di famiglia, facevo fatica a coordinare tra di loro le varie commissioni. Mentre scendevo le scale mi arriva il messaggio di un mio ex compagno di classe: “E’ morto il Pesi”. Un fulmine a ciel sereno mi colpisce e liquida ogni mio pensiero per un momento. Rinviato l’incontro, salgo nuovamente in casa. Uno sconosciuto e ancestrale richiamo mi ha attratto di fronte agli scaffali sui quali conservo i libri di testo liceali, come se questi fossero portatori di un inesauribile segreto. La consueta nostalgia si è questa volta trasformata in un pianto catartico e liberatorio.  

Il professor Guglielmo Pesi combatteva da anni contro una grave malattia. Lucidamente consapevole delle drammatiche prospettive, che non lasciavano spazio a concrete speranze, anziché gettarsi in una vorticosa quanto inutile ricerca di soluzioni, ha preferito concentrarsi sul senso profondo dell’esistenza, iniziando un percorso interiore di avvicinamento al “grande passo”. Credo che, in procinto di compierlo, egli abbia per un’ultima volta messo pienamente in pratica l’eredità culturale che è stato magnificamente in grado di trasmettere ai suoi alunni. La prospettiva dell’oblio atterrisce l’essere umano, genere fragile che facilmente esalta in vita la propria condizione illudendosi di poter sopraffare la natura, forza implacabile di fronte a cui egli è mercede, ma che in fine ritorna inesorabilmente a ciò che è nulla in sé e che riduce tutto al nulla.

Il saggio, e penso a figure del passato come Epicuro, Lucrezio, Seneca, è proprio colui che è in grado di accettare stoicamente la propria sorte, con lucidità e coraggio. Non possono che essere le parole con cui Seneca tenta di rincuorare Marcia per la perdita del figlio nella “Consolatio ad Marciam”, a rimbombare nella mia testa in questo momento:

“Cogita nullis defunctum malis affici, illa quae nobis inferos faciunt terribiles fabulam esse, nullas imminere mortuis tenebras, nec carcerem, nec flumina igne flagrantia, nec Oblivionem amnem, nec tribunalia et reos et in illa libertate tam laxa ullos iterum tyrannos: luserunt ista poetae et vanis nos agitavere terroribus. Mors dolorum omnium exsolutio est et finis ultra quem mala nostra non exeunt; quae nos in illam tranquillitatem, in qua antequam nasceremur iacuimus, reponit. Si mortuorum aliquis miseretur, et non natorum misereatur. Mors nec bonum nec malum est. ”

Ovvero, per chi non avesse molta dimestichezza con il latino:

“Pensa che il morto non prova alcun male, che sono solo leggende quelle che ci rendono terribile l’aldilà; nessuna tenebra circonda i morti, nessun carcere, nessun fiume di fuoco, nessun fiume dell’Oblio, e non ci sono tribunali, e accusati, e tiranni in quella libertà così completa: sono i poeti che hanno inventato tutto questo e ci hanno spaventato con paure senza senso. La morte è la liberazione da tutti i dolori, il termine oltre il quale i nostri mali non possono andare; essa ci riporta alla tranquillità, in cui eravamo prima di nascere. Se si ha compassione dei morti si deve aver compassione anche di chi non è nato. La morte non è né un bene né un male.”

“La scuola di Atene”, Raffaello Sanzio

Scrivendo queste righe ritorno intanto addietro con la memoria a qualche anno fa, precisamente al primo giorno di terza liceo. Sembra passato un secolo. I miei compagni affollavano le fila dei banchi in preda ad una frenetica agitazione e temendo l’esito del loro primo incontro frontale con il nuovo docente, sul cui rigore glaciale, che nel nostro immaginario lo avvicinava alla figura stereotipata dell’arido professore di lettere antiche che trarrebbe godimento dai pessimi voti dei suoi studenti, erano già stati particolarmente eloquenti i “rumores” che si diffondono da anni nei corridoi dell’istituto e che avevano preceduto di gran lunga la sua effettiva comparsa.

“Il Pesi” era in realtà figura sensibile e profondamente umana, doti talvolta celate da un distacco soltanto apparente. La razionalità e l’onestà intellettuale, fulcro di ogni sua argomentazione, non si esaurivano in un approccio cinico e apatico verso l’esistenza, ma si traducevano in un’accesa sensibilità che, talvolta, sembrava lasciare spazio ad uno scorcio di speranza, una speranza contraddittoriamente nascosta al di sotto di una maschera di disillusione, dalla quale però traspariva uno sguardo fiero, avvolto da un diafano e tuttavia impenetrabile scintillio carico di un significato che rimarrà forse per sempre indecifrabile ai nostri occhi.  Essa non era più rivolta alla sua condizione, ormai eccessivamente stanca e fiaccata, ma indirizzata verso generazioni di giovani ciclicamente in rinnovo, ingenui, energici puri, e quindi sicuramente i migliori e i più naturali interpreti dei valori e delle passioni che il professore celebrava.

L’amore frizzante e giovanile espresso nei carmi catulliani, i palliativi che Lucrezio propone nel “De rerum natura” al fine di lenire i dolori ontologicamente legati alla condizione umana, l’ambiguità dei sentimenti di Cesare nel “De bello Gallico”, a cavallo tra apologia e autocelebrazione. Tutte queste opere divenivano incredibilmente vivide e attuali alla luce dei nostri inconsapevoli occhi, perché corrente e immutevole è la cifra comune delle aspirazioni, delle angosce e delle insicurezze umane, sentimenti indigesti e distanti se estrapolati meccanicamente dalle pagine dei sempre più anonimi manuali scolastici di oggi, ma tangibili e struggenti se a introdurli è un insegnate appassionato.

La cultura può e deve fornire gli strumenti attraverso i quali leggere la realtà, non esaurirsi in una raffigurazione fine a se stessa: non siamo sterili catalizzatori di concetti destinati a rimanere repressi nelle fredde mura della nostra abitazione. Parafrasando Kant, per produrre conoscenza vera è necessaria tanto l’intuizione, cieca senza concetto, che il concetto, vuoto senza intuizione, un vuoto che può essere riempito soltanto vivendo fino in fondo Eros e Thanatos, bellezza e tragicità della nostra condizione.

Il Pesi questo lo aveva capito, e per questo motivo si sforzava ogni giorno nel tentativo di fornire una rotta dettagliata ai suoi alunni, barche erranti che solcano gli oceani dell’indecisione, senza timone ne capitano, destinate altrimenti ad un naufragio sicuro.

Emblematica per i suoi studenti è sempre stata una frase, scolpita nella mia memoria: “Ma che cosa ve ne può fregare a voi, ragazzi di 16/17 anni del latino”; la pronunciava sospirando al termine di lezioni che non avrebbero non potuto convertire alla fede letteraria neppure il più blasfemo e incallito dei superficiali. Tutta la sua grandezza e il suo coraggio si riassumono nel paradigma di questa battaglia, un conflitto che non decreta né vincitori né vinti, ma che inevitabilmente logora chi se ne fa carico.

Non è un caso che due secoli or sono la stessa sorte toccò ad un tanto spregiudicato quanto tremendamente attuale Leopardi, che tentava di parlare al suo “secol superbo è sciocco”. Non è un caso che il professor Pesi coltivasse una smisurata ammirazione per quel poeta. Non è un caso che, anche questa volta, sia la Ginestra la perfetta allegoria per descrivere la condizione di entrambi:

E tu, lenta Ginestra

che di selve odorate

queste campagne dispogliate adorni,

anche tu presto alla crudel possanza

soccomberai del sotterraneo foco,

che ritornando al loco

giá noto, stenderà l’avaro lembo

tue molli foreste. E piegherai

sotto il fascio mortal non renitente

il tuo capo innocente:

ma non piegato insino allora indarno

codardamente supplicando innanzi

al futuro oppressor; ma non eretto

con forsennato orgoglio inver le stelle,

né sul deserto, dove

e la sede e i natali

non per voler ma per fortuna avesti;

ma piú saggia, ma tanto

meno inferma dell’uom, quanto le frali

tue stirpi non credesti

o dal fato o da te fatte immortali.

Fiore che abbellisce i luoghi più aridi e desolati con cespugli profumati, la Ginestra se sopraffatta dalla furia della natura piegherà il proprio capo senza opporre resistenza, accettando con umiltà e dignità il proprio destino; ma è proprio una tal nobile semplicità a conferirle una grandezza tanto quieta quanto insensata è quella vuota e velleitaria dell’uomo che, colto da un borioso delirio di onnipotenza, codardamente rifugge il trionfo della forte.

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