Pena capitale: dove, come, quando e, soprattutto, perché

I numeri non piacciono a tutti, ma aiutano a fare chiarezza. Stando ai dati più recenti forniti da Amnesty International, nel 2015 sono state messe a morte almeno 1.634 persone, 573 in più rispetto al precedente anno. Almeno 1.634, perché dati precisi non esistono. Dal 2009, infatti, Amnesty ha smesso di pubblicare le stime sull’uso della pena di morte in Cina, in quanto i dati che è in grado di confermare sono sensibilmente inferiori a quelli effettivi a causa delle restrizioni  sulle informazioni in merito. Tuttavia, ogni anno viene rinnovata la “sfida” a rendere pubblici i dati sull’uso della pena di morte, ma le autorità cinesi si rifiutano di divulgare dati. Sempre a causa delle restrizioni governative o dei conflitti armati in corso, poche o nulle sono le informazioni pervenute da Paesi quali Corea del Nord, Laos, Malesia, Siria e Yemen. Inoltre, in Bielorussia e Vietnam i dati sulla pena capitale sono classificati come segreto di stato.

L’89% delle esecuzioni registrate nel 2015 è avvenuto in tre Paesi: Arabia Saudita, Iran e Pakistan. Negli ultimi due stati, in particolare, diverse condanne a morte sono state inflitte nei confronti di individui minorenni al momento del reato. Contravvenendo al diritto internazionale, condanne a morte sono state imposte a seguito di procedimenti penali che non hanno rispettato gli standard richiesti a livello internazionale e per reati che non raggiungono la soglia di “reati più gravi”, i soli a cui la pena capitale deve essere ristretta, come corruzione, rapina a mano armata, stupro, adulterio, rapimento.

Se da un lato il 2015 registra il maggior numero di esecuzioni dal 1989, escludendo la Cina, dall’altro si verifica una crescente sensibilizzazione dei governi, tanto che quattro Paesi, Repubblica del Congo, Fiji, Madagascar e Suriname, hanno abolito la pena di morte per qualsiasi reato, aumentando così il numero dei paesi abolizionisti a 102. La Mongolia ha approvato, a dicembre, un nuovo codice penale che entrerà in vigore nel corso del 2016 che prevede l’abolizione totale della pena capitale; Burkina Faso, Corea del Sud, Guinea e Kenya hanno preso in esame leggi per l’abolizione; gli stessi Cina e Vietnam hanno ridotto il numero dei crimini punibili con la condanna a morte. Sembrerebbe quindi che la strada verso l’abolizionismo sia aperta e ben vista dalle autorità governative, ma il mondo non gira sempre allo stesso modo per tutti e Paesi quali Oman  e Ciad hanno rimesso in moto, nel 2015, la macchina delle esecuzioni capitali. Stessa situazione si registra in India, Bangladesh, Indonesia e Sudan del Sud, dove nessuna esecuzione era stata riportata nel corso del 2014.

I metodi utilizzati sono molteplici: dalla decapitazione in Arabia Saudita, all’impiccagione in molti Paesi (Afghanistan, Bangladesh, Egitto, Giappone, Giordania, India, Iran, Iraq,  Malesia, Pakistan, Singapore, Sudan del Sud, Sudan), passando per iniezione letale (Cina, Stati Uniti d’America, Vietnam) e fucilazione (Arabia Saudita, Ciad, Cina, Corea del Nord, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Somalia, Taiwan, Yemen).
L’iniezione prevede la somministrazione di tre farmaci: barbiturico per rendere incosciente il condannato, bromuro di pancuronio per paralizzare diaframma e polmoni e, infine, cloruro di potassio per l’arresto cardiaco.
La fucilazione è il metodo di esecuzione più utilizzato a giorno d’oggi e può essere eseguito per mano di una singola persona o da più individui.
L’impiccagione prevede il posizionamento di un cappio intorno al collo del condannato, l’apertura di una botola e la caduta del prigioniero con la conseguente rottura della terza o quarta vertebra cervicale o l’asfissia.
Non mancano casi di esecuzioni avvenute per colpo alla nuca, decapitazione, lapidazione e caduta nel vuoto.


Come si arriva nel braccio della morte? È una delle questioni più controverse e dibattute. Nella maggior parte dei paesi, la pena capitale è stata sentenziata dopo procedimenti giudiziari non in linea con gli standard internazionali sul giusto processo. Particolare preoccupazione si ha nei confronti delle procedure giudiziarie adottate in Arabia Saudita, Bangladesh, Bielorussia, Cina, Corea del Nord, Egitto, Iran, Iraq, Libia, Pakistan e Vietnam. Allo stesso modo, in diversi paesi le condanne derivano da confessioni, probabilmente estorte con la tortura o maltrattamenti di altro tipo.  
Un aspetto interessante e, senza dubbio, rilevante, è che in tutte le regioni del mondo la pena di morte è da sempre utilizzata come potente strumento per contrastare le minacce, reali o percepite, alla pubblica sicurezza e allo stato, rappresentate principalmente dal terrorismo, dalla criminalità o dall’instabilità interna.
Tirando le somme, al 31 Dicembre 2015 la situazione è più o meno questa: 102 paesi hanno abolito la morte per qualsiasi reato; 6 paesi l’hanno abolita, salvo che per reati eccezionali; 32 paesi sono de facto abolizionisti perché non vi si registrano esecuzioni da almeno dieci anni o perché hanno assunto a livello internazionale un impegno a non eseguire condanne a morte; 140 paesi hanno abolito la pena di morte nella prassi o nella legge e 58 sono i paesi che, ancora, la mantengono in vigore.

L’origine dell’uso della pena capitale si perde nella notte dei tempi. Presente in tutti gli ordinamenti antichi, la condanna a morte venne limitata, nel corso della storia, da diversi imperatori cinesi, dall’imperatore romano Tito e una breve abolizione avvenne in Russia con la zarina Elisabetta I, nel 1753. Il primo stato abolizionista “di fatto” fu la Repubblica di San Marino, la cui ultima esecuzione risale al 1468, mentre fu il Granducato di Toscana con l’emanazione del nuovo codice penale toscano, nel 1786, ad abolire legalmente la pena di morte. Tra i pensatori che influenzarono la via dell’abolizionismo, una citazione d’obbligo è per l’illuminista Cesare Beccaria ( 1738-1794) con il suo pamphlet “Dei delitti e delle pene”, un’analisi giuridica e politica contro la pena di morte e la tortura. L’Italia la abolì definitivamente nel 1948.
“Qual  può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Non certamente quello da cui  risulta  la  sovranità  e  le  leggi.  Esse  non  sono che  una  somma  di  minime  porzioni  della  privata libertà di ciascuno; esse rappresentano la volontà generale, che è l’aggregato delle particolari. Chi è mai colui  che  abbia  voluto  lasciare  ad  altri  uomini l’arbitrio  di  ucciderlo?  Come  mai  nel  minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita? E se ciò fu fatto, come si accorda un tal principio coll’altro, che l’uomo non è padrone di uccidersi, e doveva esserlo se ha potuto dare altrui questo diritto o alla società intera? ” (cap.28, “della pena di morte”)
Per Beccaria, dunque, la pena di morte non è un diritto, bensì una “guerra della nazione con il cittadino”, in quanto pregiudica la natura dell’individuo portandolo alla distruzione. E, riguardo alla pratica della tortura per ottenere confessioni, così dichiara “Una  crudeltà  consacrata  dall’uso  nella  maggior  parte  delle  nazioni  è  la  tortura  del  reo mentre si forma il processo, o per costringerlo a confessare un delitto, o per le contraddizioni nelle quali  incorre,  o  per  la  scoperta  dei  complici,  o  per  non  so  quale  metafisica  ed  incomprensibile purgazione  d’infamia,  o  finalmente  per  altri  delitti  di  cui  potrebbe  esser  reo,  ma  dei  quali  non  è accusato.  Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione, se non quando sia deciso ch’egli abbia violati i patti coi quali le fu accordata. Quale è dunque quel diritto, se non quello della forza, che dia la podestà ad un giudice di dare una pena  ad un  cittadino,  mentre  si  dubita  se  sia  reo  o innocente?” (cap. 16, “della tortura”).

Se è difficile, se non impossibile, rispondere alla domanda “perché alcuni paesi, ancora oggi, ricorrono a questo metodo estremo?”, lo è di meno riflettere sul perché debba essere abolita. Innanzitutto, viola il diritto alla vita, riconoscimento sostenuto dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite; ergo, la pena di morte non rispetta i valori dell’umanità, riconosciuti come indivisibili, universali, inalienabili. Non è, inoltre, mai stato dimostrato il suo valore deterrente: spesso gli omicidi avvengono in condizioni psicofisiche alterate o in presenza di malattie e/o ritardi mentali. Nessuno studio ha dimostrato che la pena di morte sia un deterrente più efficace di altri. Anche lo stato fa la sua parte: la pena di morte è sintomo di un cultura di violenza, non un soluzione. Uno stato che permette la condanna a morte, commette omicidio premeditato. Secondo i dati disponibili, la pena di morte è usata soprattutto nei confronti di persone economicamente e socialmente più svantaggiate, configurandosi come sinonimo di discriminazione razziale, religiosa, etnica. Nei regimi autoritari è, inoltre, utilizzata come strumento di minaccia e repressione con il fine di ridurre al silenzio gli oppositori politici, le figure “scomode”.

Ultima riflessione, non meno importante, sposta l’attenzione su tutti i detenuti nel braccio della morte, condannati alla pena capitale, ma innocenti. Una difesa legale inadeguata, la tortura, un processo inadeguato, le false testimonianze e le irregolarità perpetrate dalla polizia e dall’accusa risultano tra i principali fattori che determinano l’ingiusta condanna di un innocente. È il caso di Kirk Bloodsworth, condannato a morte nel 1993 per stupro e omicidio nei confronti di una bambina di nove anni: è stato liberato grazie al test del DNA, nonostante la pressione della polizia lo avesse costretto a confessare un crimine mai commesso. O il caso di John Edward Smith, accusato di omicidio, che rimase nel braccio della morte per ben 19 anni, finché il testimone che lo aveva inchiodato non ritirò le accuse, sostenendo di essere stato spinto a dire il falso. O, ancora, il caso di Carlos De Luna, il condannato ideale: ispanico, con una moltitudine di precedenti penali, giovane. Nel 1989 venne accusato e condannato a morte per l’omicidio di una benzinaio in Texas, episodio risalente a sei anni prima. Dopo vent’anni e approfondite ricerche venne stabilita la sua innocenza, a esecuzione già avvenuta.

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