La grande illusione occidentale della pace in Corea

I due leader Kim Jong-un e Moon Jae-in si stringono la mano durante lo storico vertice di Panmunjom tenutosi lo scorso aprile. Photo: facebook.com/financialtimes

Nonostante le buone intenzioni americane, la normalizzazione dei rapporti tra USA e Corea del Nord si starebbe complicando. La presenza di attori internazionali di una certa rilevanza come il Presidente sudcoreano Moon Jae-in potrebbe non essere abbastanza per arrivare a una pace definitiva.

Sono passati già 4 mesi dallo storico vertice di Singapore a cui hanno partecipato il leader della Corea del Nord Kim Jong-Un e il Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump. Un incontro tanto cercato, quanto inaspettato. Per mesi, infatti, i due capi di Stato si sono dati battaglia: uno nel suo Paese con la martellante propaganda anti-americana, l’altro con reiterati tweet in cui si minacciava il dittatore nordcoreano, talvolta ironicamente soprannominato ‘rocket man’. 

Tuttavia, la maggior parte del lavoro diplomatico è stata portata avanti dalla controparte sudcoreana. Il Presidente della Corea del Sud Moon Jae-in, distintosi dall’inizio del suo mandato per l’atteggiamento sostanzialmente tollerante verso il Paese confinante, ha chiesto a Trump di fidarsi di lui; e alla fine è stato capace di organizzare prima il vertice di Panmunjom con Kim e poi il summit di Singapore, dov’è avvenuto il celebre incontro tra Trump e il dittatore. 

Tema principale di questi incontri, naturalmente, la denuclearizzazione della Corea del Nord. Un obiettivo ambito dagli americani già dai tempi dell’amministrazione Clinton, quando si sospettava, dopo il rifiuto delle ispezioni, la costruzione di ordigni atomici, a cui seguì nel 2003 il ritiro dall’NPT (Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons).

In quel contesto, l’America decise di mandare a Pyongyang l’ex presidente democratico Jimmy Carter a discutere con il generalissimo Kim Il-sung. L’incontro, originariamente organizzato per ottenere il rilascio da parte delle autorità nordcoreane dell’insegnante americano Aijalon Mahli Gomes, riuscì a sventare la prima crisi nucleare con la Corea del Nord. Purtroppo per gli americani, Kim Il-sung sarebbe scomparso di lì a poco e con esso la speranza di stabilizzare la penisola coreana. Il suo successore, Kim Jong-il, si è rivelato un leader stolido e meno disposto al dialogo.

L’ex presidente Jimmy Carter in visita a Pyongyang nel 1994 viene ricevuto dal primo dittatore della Corea del Nord, Kim Il-sung. Photo: facebook.com/presidentjimmycarter

Negli ultimi anni l’escalation voluta dal giovane dittatore Kim Jong-un, agevolata sia dalla politica di attesa dell’amministrazione Obama e sia dall’attitudine pugnace di Trump, sembrava essere arrivata ad un punto di non ritorno quando, all’inizio del 2018, si è accesa la polemica sul “bottone nucleare”. La svolta si è registrata nel momento in cui il presidente sudcoreano Moon, coadiuvato dal nuovo Segretario di Stato Mike Pompeo, ha aperto un dialogo con il corpo diplomatico nordcoreano. 

Lo spirito delle Olimpiadi

Gli sforzi compiuti da Moon sono stati favoriti innanzitutto dallo sport. Durante le Olimpiadi invernali di Pyeongchang dello scorso febbraio i comitati di Corea del Nord e Corea del Sud, su proposta di quest’ultima, hanno deciso di partecipare sotto la stessa bandiera, unendo gli atleti di entrambe le nazioni in una sola compagine. Addirittura la sorella di Kim Jong-un, Kim Yo-jong, si è recata personalmente alla kermesse sportiva. Si è trattata della prima visita in Corea del Sud da parte di un membro della famiglia Kim dalla fine del conflitto tra i due Paesi, avvenuta nel 1953. Per un attimo i venti di guerra si sono attenuati e il mondo ha cominciato a credere che la pace sarebbe potuta finalmente arrivare in Corea.

In risposta alla presenza ufficiale della Corea del Nord alle Olimpiadi, il Vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence e sua moglie hanno incontrato il padre di Otto Warmbier, lo studente americano morto dopo essere stato rilasciato dalle autorità nordcoreane. Photo: Wikimedia Commons

Concluse le Olimpiadi, il Presidente Moon è rimasto in contatto con la diplomazia nordcoreana, riuscendo ad ottenere altri gesti simbolici, come ad esempio la concessione di un concerto k-pop in territorio nordcoreano della rinomata band Red Velvet. Folklore a parte, il risultato più importante raggiunto da Moon è stato un colloquio con Kim. Al vertice di Panmunjom è stato ribadito, con una dichiarazione congiunta, l’impegno reciproco di porre fine formalmente alla guerra di Corea, interrotta 65 anni fa da un armistizio. Un atto storico senza precedenti, applaudito dagli Stati Uniti, ma osteggiato da Russia e Cina, legate profondamente da interessi economici che potrebbero essere minati da un’eventuale, seppur improbabile, riunificazione della Corea.

L’ingombrante presenza americana

L’entusiasmo americano dovuto alla firma del documento presentato a Singapore è altalenante. Malgrado gli ambiziosi obiettivi prefissati da quel documento (la completa denuclearizzazione della Corea del Nord, la fine dei test nucleari, l’impegno per il mantenimento della pace nella penisola coreana), Stati Uniti e Corea del Nord continuano ad incontrare difficoltà che appaiono insormontabili. Secondo una fonte citata dalla CNN, lo Stato nordcoreano potrebbe ripristinare il proprio programma nucleare, se gli Stati Uniti non dovessero abbassare le loro pretese e alleggerire le pesanti sanzioni economiche. Sanzioni che, come sappiamo, sono state applicate con il North Korea Sanctions and Policy Enhancement Act, approvato nel 2016 all’unanimità dal Congresso. 

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo durante una delle tante visite in Corea del Nord. La sua nomina al posto di Rex Tillerson si è rivelata determinante nel cambiamento delle relazioni con Pyongyang. Photo: Wikimedia Commons

L’approccio di Trump è sempre stato autoritario. L’uso del pugno duro nei confronti del regime finora è stato sistematicamente contrastato dalla diplomazia americana, più volte in grado di raggiungere un’intesa con l’entourage di Kim Jong-un, grazie ad un appeasement non dichiarato. Le riunioni segrete tra Mike Pompeo e la guida suprema della Corea del Nord hanno sempre preceduto qualcosa di positivo, ma l’opinione del Presidente, ben più rigida, sembra scontrarsi con quella dei suoi advisers.

Forse è ancora troppo prematuro definire la politica estera americana in Corea del Nord fallimentare. Eppure nessuna decisione ha prodotto risultati destinati a durare nel tempo. Né l’attendismo di Obama, né la politica di pressione promossa da Trump sono riuscite a risolvere l’annosa questione della Corea. E se la soluzione fosse proprio Moon Jae-in? Il Presidente sudcoreano sta sacrificando il proprio consenso in patria per porre fine una volta per tutte alla guerra fredda con Pyongyang e la maggior parte dei progressi fatti finora sono merito suo. Ad avere l’ultima parola, però, saranno sempre gli Stati Uniti.

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Studente della triennale al SID di Gorizia. Tra Europa e America. Aspirante giornalista. Giocatore di basket fallito.

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