RUSSIA – Paladini della democrazia nella terra di Putin

L’osservazione elettorale nella microstoria della Grande Russia

Nel giorno delle elezioni presidenziali russe pubblichiamo, un articolo scritto alcune settimane fa sulle elezioni parlamentari del 4 dicembre scorso. Inauguriamo così VOSTOK, la nuova rubrica di sconfinare.net di voci da Russia, CSI, Europa centrale e Balcani.

La testa di Lenin spunta dalla piazza di Neftekamsk

La strada e il cielo sono bianchi e bui, mentre scivoliamo verso il primo seggio cullati dalla Toyota di Valerij. L’italiano, l’inglese e la loro interprete russa si preparano al giorno più lungo della Missione. Il nostro compito è quello di osservare le elezioni della Duma di Stato, insieme alle altre 198 paia di occhi internazionali distribuiti dall’OSCE su tutto il territorio della Federazione Russa.

Ci troviamo nella cittadina di Neftekamsk, costruita da zero in epoca sovietica attorno ad una raffineria, nella Repubblica (semi)autonoma del Bashkortostan, adagiata sugli Urali meridionali alle porte della Siberia. La maggiore attrazione di questa città prefabbricata è la testa di Lenin che spunta dalla piazza centrale, fra palazzone del comune e “Biznes Centr”.

Il mio risveglio è stato brusco, disturbato dal caffè in polvere e dal vento gelato sulla faccia.

Quello della presidente di seggio che abbiamo incontrato alle sette e trenta, mezz’ora prima dell’inizio del voto, non dev’essere stato migliore. Questo donnone alto e biondo non poteva immaginare che due inostrantsy si sarebbero spinti fino al cuore della Russia profonda per turbare la sua mattinata. Ci accoglie con un sorriso teso, tiratissimo, e si protegge recitando sicura una sfilza di regole procedurali. La musica dell’inno sovietico (russo) apre le danze di decine di elettori che da subito affollano il seggio.

Il senso di soggezione che il nostro formulario infonde negli scrutatori russi suscita un’involontaria scintilla di piacere, quel tipo di godimento, talvolta irreprensibile ma mai del tutto casto, provato da vigili, burocrati, controllori e altri piccoli detentori di potere. L’euforia della giornata elettorale e la mole di lavoro non lasciano il tempo, però, per introspezioni di questo genere.

Inviamo via fax i risultati delle nostre osservazioni al “cervellone” OSCE impiantato a Mosca. Seguiamo le urne mobili a casa di vecchietti incapaci di recarsi ai seggi, eccitati all’idea che il rito del voto sia santificato dalla presenza di due europei. Osserviamo il conteggio in un villaggio sul fiume Kama, qui l’atmosfera è più rilassata e paesana, i rapporti di potere fra presidente, scrutatori e rappresentanti di partito sono addolciti dalle relazioni interpersonali tipiche delle piccole realtà. A tarda notte, seguiamo il “protocollo” coi risultati del seggio fino alla commissione territoriale, dove delegazioni di scrutatori fanno registrare i loro dati su un cartellone appeso alle pareti.

Un cittadino bashkiro, di fede musulmana, prega davanti alla tomba del milite ignoto di Ufa, capitale della Repubblica autonoma del Bashkortostan

Tornato a casa, il rapido blitz russo riaffiora alla mente fra mille contraddizioni. Leggo il rapporto pubblicato dall’OSCE. In fase di conteggio si sono registrate irregolarità nel 30% dei seggi osservati. Indipendentemente dai brogli compiuti il giorno del voto, le elezioni in Russia non sono democratiche. La televisione – tutta governativa – ha dedicato l’1% del suo tempo alla campagna elettorale, utilizzandone la quasi totalità per parlare – positivamente – del presidente, del primo ministro o del loro partito. Falcidiato da nuove norme burocratiche, l’arco costituzionale si è ristretto negli ultimi 8 anni da 46 a 7 partiti registrati, ammessi dunque alle elezioni; solo 4 di questi hanno superato lo sbarramento del 7%: oggi alla Duma siedono il partito di governo Russia Unita, il Partito Comunista – unico partito d’opposizione vera, ma con un programma chiaramente anacronistico, e altri due partiti sostanzialmente filogovernativi.

Il rapporto è inflessibile. Poso il documento e penso ai benefici e al progresso stimolato dalla public diplomacy delle organizzazioni internazionali, attive nella diffusione di buone pratiche e nell’invitare i suoi membri a tener fede agli impegni che hanno sottoscritto.

Accendo la televisione. Nonostante tutte le irregolarità, il partito presidenziale Russia Unita non è arrivato al 50%. Alle scorse elezioni, aveva ottenuto il 64,3%. Smentendo la loro proverbiale apatia, in due diverse occasioni quasi centomila russi sfidano il freddo e protestano pacificamente contro i brogli a due passi dal Cremlino, senza nessuna tensione con le forze dell’ordine. A sfilare sono giovani della generazione di internet e rari rappresentanti della classe media che vedono solo stagnazione nella stabilità putiniana. I media nostrani si meravigliano della “sconfitta” di Putin e Medvedev e delle manifestazioni e già parlano di “primavera russa”. Si respira aria di rivoluzione.

Ecco allora che nell’anima del piccolo paladino della democrazia si fa strada il piccolo senso di colpa del furfante che lancia il sasso e scappa. Non è forse un gioco pericoloso quello praticato da una manciata di osservatori internazionali, inviati per sette giorni in un Paese esotico di cui conoscono poco o nulla a dare punteggi di democraticità? Chi sono per giudicare se la “democrazia” – temuta dai russi, che l’associano all’anarchia dei tragici anni Novanta – sia meglio della stabilità attuale, auspicata da tutti e apprezzata da molti?

Fortunatamente, la realtà non segue il filo dei miei ragionamenti. Non sono certo una conferenza stampa dell’OSCE o una parola ardita della Clinton a poter rovesciare Putin. Il governo, allertato dalle proteste, cerca di tamponare la ferita: il presidente ha promesso webcam (!) in tutti i seggi per sventare i brogli alle presidenziali di marzo; Vladislav Surkov, ideologo e artefice della “democrazia sovrana” (leggi: democrazia limitata), è stato allontanato dal Cremlino. Medvedev ha annunciato riforme per la metà di febbraio, ma intanto ha nominato due putiniani di ferro in posti chiave dell’amministrazione presidenziale, l’ex KGB Sergej Ivanov e il bellicoso Dmitrij Rogozhin. La maggioranza dei russi vive la sua vita, sopravvive come può alla crisi, non si fa troppe illusioni sul futuro e guarda con apprensione la nuova avanguardia di giovani e internauti che vogliono cambiare la Russia. La piccola OSCE, intanto, ha promosso elezioni free and fair e seminato un chicco di autentica democrazia.

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Sono nato il 25 maggio 1988 a Ferrara, mi sono laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche di Gorizia, trampolino formidabile e sgangherato per partire alla scoperta del mondo. Affascinato dalla Francia, ho trascorso un anno di Erasmus a Sciences Po di Parigi. Un breve scambio universitario e uno stage all'Ambasciata d'Italia a Mosca mi hanno fatto innamorare della Russia, del suo popolo sensibile, della sua cultura e della sua lingua armoniosa. Per un errore di giovinezza, conosco in modo tediosamente approfondito il diritto dei mari ghiacciati e sogno di calpestare il Polo Nord. Mi piacciono i giornali di carta, la fotografia, De Andrè, la musica balcanica e i libri, solitamente quelli brevi e noiosi. Alterno fasi di spiccato ottimismo a momenti di realismo spietato. Sono patriota.

3 Comments on RUSSIA – Paladini della democrazia nella terra di Putin

  1. Caro Francesco, allora. Dopo aver riletto il tuo articolo, sono più d’accordo con il suo contenuto rispetto alla prima volta. Insomma, mi fa piacere sapere che tu veda la Russia senza il solito preconcetto occidentale. Solo vorrei fare una piccola precisione.

    Secondo me, il regime di Putin non è una cosa assolutamente contraria rispetto alla democrazia. Vedi, il punto della partenza sta nel capire che, siccome alcun paese è uguale all’altro, una versione universale della democrazia non esiste. Nella fattispecie, una grande libertà non significherebbe niente di bene per la Russia, visto che le condizioni geopolitiche in cui essa si trova da sempre non favoriscono ad alcun regime liberale. Ma quello che c’è qui dentro è comunque una versione della democrazia, direi, “alla russa”. E’ abbastanza diversa da ciò che si intende per la democrazia negli altri paesi europei, però è ben spiegabile per chi conosce fino in fondo la nostra storia. E, come hai notato tu, il più grande sbaglio di molti osservatori consiste nel mettere sullo stesso piano la Russia ed altri paesi in quanto si tratta della libertà, su questo punto concordo pienamente.

    Un abbraccio, Sasha

    • Ciao Sasha! Sono assolutamente d’accordo sul fatto che giudicare la Russia, la sua storia e le sue prospettive future secondo i parametri delle democrazie occidentali (le quali sono esse per prime imperfette) sia sbagliato… Nel caso specifico, le valutazioni dell’OSCE/ODIHR sono utilizzate da alcuni paesi come discrimine per separare i “buoni” dai “cattivi” allievi di democrazia, ottenendo l’obiettivo di irrigidire – anziché ammorbidire – i russi sui temi di democrazia e diritti umani.
      Ciononostante, mi sembra pericoloso affermare che la Russia, “vista la sua storia e l’estensione del suo territorio”, non è fatta per essere governata da istituzioni più democratiche di quelle che già possiede. Nel corso della storia, questo argomento è stato utilizzato paternalisticamente dal potere per giustificare i suoi abusi.
      I parametri di valutazione dell’OSCE sono comunque abbastanza oggettivi nel loro diagnosticare lo stato della democrazia in Russia, indipendentemente dall’uso che viene fatto di quel monitoraggio. La critica centrale che viene mossa dall’OSCE è l’assenza di una reale competizione, il giorno delle elezioni, fra candidati e partiti che stanno più o meno tutti dalla stessa parte. Io credo che se il sistema politico fosse più permeabile a nuovi leader e a nuove idee, la Russia nel suo insieme potrebbe beneficiarne. Ovviamente per arrivarci bisogna compiere un percorso tortuoso; la “primavera russa” o le scorciatoie alla Naval’nyj – tanto applaudite dagli USA – non credo possano migliorare la situazione. Servirebbe piuttosto un riformismo moderato e progressivo.

  2. Sì, sono d’accordo! Va ricordato, però, che i pretesti “democratici” potrebbero altrettanto bene essere utilizzati per “giustificare” abusi ed anzi – ci ricordiamo a questo punto degli Stati Uniti – agressioni nei confronti di altri paesi. Come viene detto in Russia, con tal salsa si può servire un piatto qualunque. La democrazia comunque non va assolutizzata (come nient’altro, credo), anche qui da noi, perché da assoluto, qualsiasi cosa si rende pericilosa. Andrebbe cercato un compromesso equilibrato e ragionevole fra democrazia e tradizioni storiche – per mezzo del riformismo moderato e progressivo, hai ragione tu!

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