Tra Panama e il Paradiso: quando gli affari offshore vengono a galla

Credits: Facebook, pagina dell'ICIJ

Il tragitto tra Panama e il Paradiso è molto breve, e la durata di tale percorso è di circa un anno. Poco più di un anno fa, infatti, irrompevano con tutta la loro forza i report sui Panama Papers: documenti su documenti a tema riciclaggio di denaro ed evasione fiscale cominciavano ad essere sotto gli occhi del grande pubblico; il lavoro del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) e del Süddeutsche Zeitung nell’aprile 2016 è stato determinante per scagliare la prima pietra.

All’inizio di novembre 2017 altri fascicoli fanno la loro comparsa, ma la location stavolta è differente, ed è il paradiso (ovviamente, fiscale). L’insieme di documenti rinominato Paradise Papers getta luce su ulteriori investimenti in società offshore, e i nomi che trapelano da questi 13.7 milioni di file sono di un certo spessore.  La regina Elisabetta II, Madonna, Bono, George Soros, il cofondatore di Microsoft: tutti i personaggi citati conducono affari in paradisi fiscali come l’isola di Man, le isole Cook o l’isola di Jersey.

In breve, i dati sull’inchiesta dei Paradise Papers (Credits: Facebook, pagina dell’ICIJ)

La documentazione che testimonia come i file dei Panama Papers fossero solo la punta dell’iceberg proviene da due studi legali internazionali che gestiscono società in paradisi fiscali. Il primo è chiamato Appleby e nasce a Bermuda; ad oggi conta 10 uffici in altrettante location offshore, tra cui le Mauritius e le isole Cayman. La maggior parte delle sue attività viene svolta in Nord America, il suo fatturato annuo ammonta a 100 milioni di dollari ed è vincitrice di numerosi premi finanziari. Nonostante sia “ranked as one of the world’s largest providers of offshore legal services”, il silenzio è stata la risposta alle richieste di informazioni dell’ICIJ; inoltre, a causa dei suoi rapporti con “paradisi” caratterizzati da controlli antiriciclaggio non in regola, essa è stata multata dalle autorità di controllo finanziario di Bermuda.

Il secondo studio si chiama Asiaciti Trust e ha sede a Singapore. I documenti provenienti da questo “international trust and corporate services provider” sono meno numerosi di quelli di Appleby (che ammontano a 7 milioni), eppure sono 600.000: una quantità di dati considerevole. Infine, altri sei milioni di dati provengono da registri commerciali fino ad oggi inaccessibili gestiti dai governi dei principali paradisi fiscali, in cui compaiono paesi europei come Malta.

I freddi numeri non sono però sufficienti a spiegare l’ampiezza della portata di tali “leak”. L’esempio pratico più adatto per illustrarne gli effetti è dato dal “caso Vitrociset”. L’inchiesta dell’Espresso, in prima linea tra le testate che compongono l’ICIJ, testimonia come i Paradise Papers svelino la storia dietro ad uno dei grandi scandali della Prima Repubblica: lo scandalo Lockheed.

Foto della intestazione della Relazione della Commissione Inquirente sullo Scandalo Lockheed del 1977 (Credits: Wikipedia)

La società privata Vitrociset ha ottenuto per anni sostanziosi contratti per l’elaborazione di tecnologie e infrastrutture strategiche per la difesa dello stato; il suo primo leader è stato Camillo Crociani, vecchio esponente democristiano il cui nome è comparso anche ai vertici di Finmeccanica. Il primo scossone alla stabilità della Vitrociset avviene nel 1976, quando Crociani è accusato di avere intascato una tangente da 140 milioni di lire per l’acquisto di aerei militari; la sentenza della corte costituzionale è di due anni, ma Crociani resta libero e riesce a vendere la sua società al proprio uomo di fiducia, Girolamo Cartia.

Il secondo colpo alla storica “immunità” di Vitrociset avviene nel settembre 2017 grazie ad una causa civile tra le eredi di Crociani a Jersey, paradiso fiscale inglese. Da una fessura si apre una vera e propria falla, dalla quale sgorga una pesante verità: la Vetrociset appartiene ad una società con sede in un paradiso fiscale caraibico con azionisti anonimi. La pesante spada di Damocle che incombe sullo stato italiano è rappresentata proprio da questi ultimi, che potrebbero vendere la società beffandosi dei controlli statali.

I nuovi standard di scambio di informazioni fiscali promossi dall’OCSE e il programma “Fiscalis 2020” istituito da un regolamento europeo sono ottimi strumenti di controllo e contrasto ai paradisi fiscali, ma riusciranno a costruire una dogana tra Panama e il Paradiso?

About Francesco Lizzi 7 Articles
Studente della triennale al SID e archivista nel tempo libero, con passato da linguista. "Scrivo perchè mi piace" parrebbe banale, ma in effetti è così: cavalco l'ispirazione e mi aggrappo alle mie staffe preferite: temi storici e di attualità internazionale. Primarepubblicano nel cuore, mi interesso anche di sport, politica ed elezioni anticipate.

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