I penultimi della Classe: sei ragazzi in cerca di riscatto

Nicolas e il professor Albert durante una lezione de "La Classe". (Credits: Area12/ © Fotografia di Pierluigi Bumbaca)

Un professore “potenziato”, una Classe da salvare: vite allo sbando

Le urla di Arianna rimangono impresse nella mente, per giorni. Sovrastano qualsiasi altro ricordo della serata e si intersecano indissolubilmente con gli sguardi persi degli spettatori che, tra un atto e l’altro, cercano un barlume di tranquillità. Lo spettacolo La Classe, andato in scena martedì 5  febbraio a Gorizia, terzo appuntamento della rassegna Verdi Off, riapre cicatrici dell’anima. Si parla di giovani, di ragazzi già etichettati come ”ultimi”, che frequentano lezioni di recupero per raggiungere i crediti necessari al diploma. Rinchiusi all’interno di un’aula ammuffita, si aspettano il solito corso di quattro settimane.

Il preside é stato chiaro: visionare una serie di documentari, di diversa natura e completamente inutili dal punto di vista didattico e umano. Ma Albert non è d’accordo. È un professore che non vuole limitarsi alla sorveglianza, al controllo del foglio firme. Vuole aiutarli a recuperare i crediti, ma anche la credibilità e la fiducia in loro stessi.
Viene dalla zona del Fiume, vicino allo Zoo. Ma che cos’è lo Zoo? Effettivamente, i ragazzi non sono proprio gli ultimi. Esiste una società fantasma che vive all’interno di questo ghetto, intorno a cui vogliono costruire un muro. Sono rifugiati, pericolosi individui che importunano, rubano, appiccano fuochi. E si vede in lontananza, dalla finestra, il fumo che sale verso il cielo e porta con sé un odore nauseabondo. Allora forse è meglio non guardare.

I ragazzi leggono i risultati del concorso europeo, ne “La Classe”. (Credits: Area12/ © Fotografia di Pierluigi Bumbaca)

La miopia è il filo conduttore di questo spettacolo. Nella convinzione di bastare a se stessi e di non aver alcun bisogno di aiuto, le vite si sgretolano a poco a poco, sino quasi all’annientamento. Tutto riporta a una quiescenza surreale. Ma la realtà è esplosiva. Improvvisamente, le esistenze lacerate dei sei protagonisti si intrecciano con quelle di centinaia di persone, etichettate con dei numeri, incarcerate, torturare e uccise da qualche parte al di là del mare. L’idea nasce da Albert, che propone attraverso uno dei ragazzi un bando europeo, dal titolo: ”I ragazzi e i giovani vittime dell’Olocausto”. Talib lo scrive alla lavagna, in maiuscolo, e sottolinea agli altri quanto la vincita, divisa per i sei componenti della classe, sia cospicua.

Una storia di riscatto? Forse. La drammatica quotidianità degli ultimi è descritta perfettamente in un connubio di spietata verità e autentica bellezza. Ma il passato si ripresenta e continua a lacerare le fragili esistenze, mentre le misure di sicurezza all’intero della città si fanno sempre più stringenti. La paura attanaglia i cittadini, che non si sentono più sicuri, specialmente dopo che Arianna ha subito un’aggressione. Cosa succederà? Non lo sappiamo, ma possiamo immaginarlo. Intanto,  lo Zoo è stato sgomberato, il pericolo si è allontanato, è scomparso. La realtà è diversa, di una complessità che è di difficile descrivere. Ora, i ragazzi, non sono più penultimi, ritornano definitivamente ultimi.

È vero che non mi lascerai sola, che non mi abbandonerai?

Le contraddizioni sono lampanti, e infondono nello spettatore un senso di precarietà che in parte ricalca le emozioni che proviamo quotidianamente davanti alle sfide della vita. Come un soffio di vento fa crollare un castello di carte, così La Classe ci descrive in modo semplice, drammaticamente efficace il dolore di giovani al limite, a cui la strada sembra già segnata e scritta da altri. Non è facile alzarsi e uscire dalla sala sorridendo; non è immediato cogliere i pensieri di quelle decine di persone che si sono riversate all’entrata, in silenzio, quasi timorosi di commentare ciò che avevano appena visto e ascoltato; ma dagli occhi, talvolta lucidi, arrabbiati, pensierosi, si potevano dedurre le emozioni e i sentimenti di chi non può rimanere indifferente.

I protagonisti dello spettacolo “La Classe”. (Credits: Area12/ © Fotografia di Pierluigi Bumbaca)

La Classe di Vincenzo Manna con Claudio Casadio, Andrea Paolotti, Carmine Fabbricatore, Edoardo Frullini, Valentina Carli, Haroum Fall, Cecilia D’Amico e Giulia Paoletti è la conferma che il Teatro può divenire ancora una volta strumento di denuncia sociale, di critica e di tentativo di cambiamento. Come galline che non riescono a volare, così anche i ragazzi sono costretti a guardare solo in basso, soggiogati dalla disillusione di una società corrotta e in decadenza. Albert costruirà, insieme a loro, ali per volare in alto.

Le urla di Arianna rimangono impresse nella mente, per giorni. Le sue si immettono in un’amara sinfonia di altre grida: quelle dei bambini e dei giovani catalogati per il lavoro in classe; quelle delle famiglie della città, ormai disperate e senza aspettative per il futuro; quelle dei rifugiati dello Zoo. E il male di vivere aleggia, tra la letteratura e l’arte, cercando nuove declinazioni: La Classe è una di queste.

 

 

 

 

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Studentessa di Scienze Internazionali e Diplomatiche, sono appassionata di storia ma soprattutto di storie. Adoro leggere, specialmente in lingua originale. Mi interesso di teatro, seguo la stagione del Teatro Verdi di Gorizia.

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