PeSCo: primi passi verso una difesa europea

Signature PESCO (13/11/17, Bruxelles). From left to right: Mr Timo SOINI, Finnish Minister for Foreign Affairs; Mr Peter HULTQVIST, Swedish Minister for Defence; Ms Margot WALLSTROM, Swedish Minister for Foreign Affairs; Ms Federica MOGHERINI, High Representative of the EU for Foreign Affairs and Security Policy; Mr Didier REYNDERS, Belgian Federal Minister for Foreign, External Trade and European Affairs; Mr Steven VANDEPUT, Belgian Minister of Defence; Ms Ekaterina ZAHARIEVA, Bulgarian Minister for Foreign Affairs. Copyright: European Union

di Davide Donati e Lorenzo Soncin

A più di 60 anni dal fallimento della Comunità europea di difesa (CED), gli stati membri dell’Unione Europea stanno muovendo piccoli passi sulla strada dell’integrazione nell’ambito della difesa. Il 13 novembre, infatti, i ministri della difesa di 23 dei 28 membri dell’Unione hanno firmato l’accordo sulla cooperazione strutturata permanente (PeSCo), che stabilisce la messa in comune delle risorse militari per migliorare la cooperazione in materia di sicurezza. Il patto si inserisce in un più ampio tentativo di svincolare l’UE dalla dipendenza degli aiuti militari Americani e di dimostrare lo spirito di solidarietà fra i paesi del post Brexit. Esso inoltre si propone di eliminare l’inutile spreco di denaro conseguente allo sviluppo in solitaria di mezzi e armamenti. In un periodo in cui le riforme finanziarie e istituzionali suscitano controversie, la difesa potrebbe essere una delle poche aree in cui la maggior parte degli Stati membri dell’UE camminino di comune accordo.

Dopotutto negli ultimi vent’anni la maggior parte dei paesi europei hanno ridotto le proprie spese militari al punto che solo una manciata di questi (Grecia, Regno Unito, Estonia e Polonia) hanno raggiunto l’obiettivo NATO di destinare il 2% del PIL al comparto difesa.  Per questo la messa in comune di risorse potrebbe essere un’opzione allettante per molti stati membri. Inoltre, la decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione Europea ha fatto sì che i restanti stati membri guardassero alla cooperazione militare come ad una dimostrazione della solidità del blocco. Si tratta, per usare le parole dell’Alto rappresentante Ue per la Politica estera e di sicurezza comune Federica Mogherini, di un “giorno storico per la difesa europea” aggiungendo che “23 Stati membri che si impegnino per sviluppare potenzialità e capacità operative è qualcosa di assolutamente grande”. Il processo, ha specificato, sarà formalizzato nel prossimo Consiglio esteri, ma ci sono già “oltre 50 progetti concreti” sottoscritti nell’ambito delle forze di difesa e nelle operazioni militari.

Fonte: Commissione Europea, DEFENDING EUROPE. The case for greater EU cooperation on security and defence.

D’altra parte, perseguire un progetto di cooperazione più ampia non significa che l’Unione Europea disporrà di un proprio esercito. Gli obiettivi del PeSCo sono, infatti, di coordinare le spese per la difesa, mettere al servizio delle operazioni UE unità nazionali, svilupparecapacità operative comuni e rafforzare l’industria europea della difesa. Di certo, allo stato attuale, gli stati membri avranno il pieno controllo delle proprie forze armate che ancora considerano connaturate al principio della sovranità nazionale. Da questo punto di vista PeSCo è un’iniziativa più modesta della CED, mostrandosi invece più vicino a quel comando congiunto fra marine militari di Belgio e Olanda noto, a partire dal 1948, come “Amiral Benelux”. Si tratta certo di un passo importante nella cooperazione militare, anche se non è il primo quest’anno. Il 7 giugno la Commissione Europea aveva lanciato l’European Defense Fund, un fondo comune appunto proposto e valutato già l’anno scorso dal Consiglio Europeo. Scopo di questo progetto è quello di ottimizzare la spesa per il settore difesa, in particolare dal punto di vista della ricerca e sviluppo di nuove tecnologie in seno a progetti comuni.

“Ottimizzazione” è diventata la parola chiave per comprendere al meglio le linee guida della politica di sicurezza comune. Uno studio condotto dal Parlamento Europeo con la collaborazione del Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) e con l’European Defense Agency (EDA) afferma che circa l’80% delle risorse destinate alla difesa vengono gestite a livello statale. Tutto ciò, secondo lo stesso studio, porta a sprechi, inefficienze e mancanza di competitività per un ammontare tra 25 e 100 miliardi di euro. A partire dal 2020, gli Stati aderenti si impegnano a mettere a disposizione un totale di 500 milioni di euro l’anno per la ricerca nel settore e 1 miliardo per lo sviluppo di progetti comuni ed equipaggiamenti. Questo si configura come il fulcro degli accordi. Auspicabilmente ciò porterà a un maggiore dialogo fra stati e industrie per una migliore sinergia tra esigenze comuni e richieste di risorse per far fronte ai progetti comuni attuali e futuri. Le alte cariche dell’Unione hanno colto l’occasione per ribadire ancora una volta che i progetti di integrazione della difesa e cooperazione europea vanno visti come complementari alla NATO, non in contrasto o competizione. La stessa Federica Mogherini ha sottolineato la compatibilità con i comuni obiettivi NATO, soprattutto a livelli di hybrid warfare.

L’ accordo è stato salutato con favore anche dal ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel che lo ha definito come “un grande passo verso l’autosufficienza ed il rafforzamento della sicurezza comune dell’Unione Europea. Una pietra miliare dello sviluppo europeo”. D’altra parte, l’accordo è frutto di un compromesso tra Francia e Germania, le quali volontà politiche prevedevano diverse strutture. La Francia propendeva per un accordo ristretto, fra pochi stati che però potesse essere più incisivo fino a prevedere interventi all’estero. La Germania, al contrario, voleva un accordo ampio con mire più modeste. La versione finale sembra molto più vicina alle aspettative tedesche poiché solo pochi stati (Danimarca, Malta, Irlanda, Portogallo e la Gran Bretagna) non ne hanno preso parte. Cosa verrà dopo questo accordo sarà da determinare, quel che è certo è che dal punto di vista legale si è delineata una cornice entro la quale progettare nuovi aspetti della cooperazione in materia di difesa.

 

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