Petit tour de la Normandie: tra medioevo, modernità e paesaggi mozzafiato

Foto di: Sabrina Certomà

In Francia questo è il periodo delle cosiddette “vacances de printemps”, ragion per cui, da vera e intraprendente ragazza erasmus, ho deciso di partire all’avventura dalla mia cittadina di Nantes (nei Paesi della Loira), con un borsone e un amico, per visitare la Normandia.

Questa regione si trova a nord-ovest della Francia, affacciata sul Canale della Manica, è suddivisa in Alta e Bassa Normandia dal 1956.
Oltremodo conosciuta per le sue origini celtiche, mistificate da leggende riguardanti i suoi innumerevoli paesaggi costituiti da foreste verdissime, fiumi e coste a strapiombo sul mare, offre il perfetto connubio tra storia e natura. Oltre ai suddetti celti, a Guglielmo il Conquistatore e ai tentativi di dominio inglesi, la regione è impregnata degli avvenimenti più recenti: nel 1944, le spiagge normanne vengono scelte come luogo per dare inizio all’operazione “Overlord”, auspicante la liberazione della Francia e dell’Europa dai nazisti tramite lo sbarco di soldati americani, inglesi e canadesi in quest’area (operazione “Neptune”). Molte delle principali città sono state, di conseguenza, pesantemente bombardate, alcune totalmente rase al suolo e ricostruite solo nel dopoguerra.

Il nostro viaggio prevede sette tappe: Caen, Bayeux, Juno Beach, Honfleur, Le Havre, Etretat e Rouen, divise su 5 giorni. È tutto a misura di studente economicamente: i trasporti sono flixbus, autobus di linea e un paio di treni; ma la particolarità più interessante riguarda l’alloggio: attraverso il sito di couchsurfing, che permette di farsi ospitare gratuitamente in qualsiasi paese del mondo da locali, siamo riusciti a trovare differenti hosts normanni.

Foto di: Sabrina Certomà

Il primo giorno, dopo 4 ore di flixbus, scendiamo indolenziti alla gare routière di Caen, cittadina capoluogo del dipartimento del Calvados.
L’architettura razionale che ci appare è mescolata con resti di antiche vestigia medievali, creando un contrasto pungente tra antico e moderno. Questo risultato atipico deriva, purtroppo, dal secondo conflitto mondiale: più di ¾ delle sue costruzioni sono state distrutte dai bombardamenti del 1944, a causa dell’importanza strategica della zona dal momento dello sbarco degli alleati sulle coste normanne. La ricostruzione della città è avvenuta tra il 1948 e il 1962: ampie strade diritte sono state affiancate da palazzi di svariati piani, in pietra detta proprio “di Caen” (una pietra bianca utilizzata anche in Inghilterra), dettaglio che dona grande unità all’architettura della città. I tetti spioventi alla parigina concludono il quadro.

Fu Guglielmo il Conquistatore a costruire il castello, ancora in parte presente, assieme alle due abbazie principali situate ai lati opposti della città: l’abbazia degli uomini, attuale municipio della città (uno dei primi e più alti esempi di architettura normanna, ospitante la tomba dello stesso condottiero) e l’abbazia delle donne.

Dopo un breve giro della città saliamo al “Memoriale de Caen”, il museo riguardante il Novecento in Europa. Da fuori, tale costruzione assomiglia a un enorme mausoleo squadrato e serioso, in stile architetturale del periodo fascista; all’interno lo spazio è utilizzato in modo davvero sorprendente. Tra immagini d’impatto, video, testimonianze scritte, oggetti e documenti d’epoca, linee del tempo e un’utile audioguida che accompagna lungo tutto il percorso ecco che la storia del secolo breve prende vita e scorre completa in questo spazio di memorie. Con un particolare focus sugli eventi della Seconda Guerra Mondiale e dello sbarco in Normandia, anche l’inizio del Novecento, il primo conflitto mondiale e la guerra fredda sono superbamente illustrati: un troneggiante Mussolini appare sulla parete che ne narra l’ascesa, mentre proseguendo, i video del ghetto di Varsavia rapiscono i più sensibili e una televisione d’epoca manda in onda il discorso di Kennedy alla nazione per l’inizio della crisi di Cuba.

Facciamo particolare attenzione all’area dedicata allo sbarco del 6 giugno 1944, dal momento che il giorno seguente il piano prevede la visita di Juno Beach (scelta dagli alleati canadesi), e, in totale, valutiamo che sia impossibile restare meno di 3 o 4 ore all’interno di questo vero e proprio paradiso per gli amanti della storia.

Foto di: Sabrina Certomà

Il secondo giorno, la nostra prima meta è Bayeux, piccola città medievale famosa per il suo arazzo: una striscia di lino ricamato con fili di lana colorati in Normandia o Inghilterra nella seconda metà dell’XI secolo, lungo circa 68 metri. Le immagini descrivono gli avvenimenti chiave relativi alla conquista normanna dell’Inghilterra nel 1066, culminanti con la battaglia di Hastings. L’accuratezza nella rappresentazione dei dettagli appare davvero sorprendente, le singole espressioni dei piccoli volti dei personaggi sono chiaramente visibili e le stesse loro azioni sono indici delle violente emozioni da cui sono assaliti e contribuiscono alla realisticità delle scene. I colori sono ancora brillanti e i personaggi sembrano vivi: dopo 1000 anni la potenza narrativa non è diminuita. La narrazione principale funge da pretesto per raccontare la vita quotidiana dell’anno 1000, gli abiti, le navi, gli animali, i costumi di vita e le tecniche di battaglia.
L’arazzo, che ora si trova nel Musée de la Tapisserie, era inizialmente stato cucito per essere esposto nella splendida Cathédrale de Notre-Dame, in gotico normanno e fiammeggiante, costruita a partire dal 1077 per circa due secoli (testimone il cambiamento di stile architettonico). Mentre all’esterno pinnacoli, guglie, archi rampanti e gargoyles sembrano formare un’intricata foresta di pietra, l’interno è molto luminoso per una chiesa gotica, questo grazie alle splendide vetrate istoriate dai mille colori. La piccola cripta affrescata nel XIII secolo conclude la visita.

Bayeux per la sua posizione geografica è anche punto di partenza strategico per la visita dei luoghi dello sbarco nel D-Day avvenuto il 6 giugno 1944. È stata la prima città ad essere liberata dai nazisti il 16 giugno 1944, il Generale De Gaulle fece il suo primo discorso sul suolo francese libero proprio qui, dove, a testimonianza di tali accadimenti vi sono un piccolo museo e un cimitero militare inglese.

Foto di: Sabrina Certomà

Omaha Beach è la spiaggia principale sulla quale l’operazione overlord è iniziata, ma è, purtroppo, difficile da raggiungere durante questi giorni di vacanza scolastica, perciò optiamo per la più semplice Juno Beach. Occupata da truppe canadesi, questa fu teatro di forti scontri con la resistenza tedesca, tanto che nella prima ora dello sbarco le perdite furono circa il 50% delle forze impiegate.
Il 6 giugno sbarcarono a Juno Beach un totale di 21 000 canadesi. Inaspettatamente, il numero di vittime fu molto ridotto: 340 canadesi persero la vita, 574 furono feriti e 47 furono fatti prigionieri. Oggi un memoriale di fronte al mare ricorda quell’inferno, incombente come fosse la croce di un enorme tomba sul cimitero sassoso di quella spiaggia.

Foto di: Sabrina Certomà

Il terzo giorno ci spostiamo sulla costa, fino ad Honfleur. Questo paesino sull’estuario della Senna, fiorito grazie al commercio marittimo, è davvero sorprendente per i suoi colori: il vieux bassin (l’antico porto) è contornato da incantevoli edifici neri, rossi, beige, gialli. Ancora visibile è la lieutenance, la casa del luogotenente del re di Francia, che ha risieduto ad Honfleur a partire dal XVII secolo.
Risparmiata dai bombardamenti alleati durante la guerra, le casette di muri a travi e mattoni crudi sono ancora caratterizzanti per i viottoli del centro. L’église Saint Catherine è una delle architetture più particolari della zona: la più grande chiesa di Francia costruita interamente in legno. Risale alla seconda metà del XV secolo e deriva dalle conoscenze navali più che architettoniche della popolazione: il materiale di costruzione e la forma delle navate a doppio scafo rovesciato ne sono testimonianza. Di fronte alla chiesa si staglia il campanile distaccato, anch’esso totalmente in legno.
Dopo esserci persi per gli affascinanti vicoli di Honfleur, scopriamo un percorso che porta al di sopra della città, su una ripida collina confinante, il Mont Jolie, da cui si godrà di una vista incredibile: oltre alla città, l’estuario della Senna e il ponte di Normandia si distinguono nella vallata. Quest’ultimo, un gigante bianco nel blu del fiume, fu edificato nel 1995 per collegare l’Alta e la Bassa Normandia, ed è il più grande ponte d’Europa. Proseguendo la camminata panoramica si arriva ad un altro spiazzo nel quale si può visitare la Chapelle Notre-Dame de Grace, costruita nel XVII secolo e tappezzata di placche votive, immagini e modellini di navi, offerti dai marinai come voto in cambio della benevolenza divina, un insieme commovente. Oltre alla chiesa nella quale si è sposato l’ultimo re di Francia, da questo spiazzo si possono vedere l’estuario e Le Havre, sull’altra sponda, nostra prossima destinazione.

Foto di: Sabrina Certomà

Attraversando il ponte arriviamo a Le Havre, affacciata sulla Manica. È il secondo porto di Francia dopo Marsiglia e questo si nota subito dal numero dei cantieri navali e dall’ampiezza dell’area industriale della città. L’UNESCO, il 15 luglio 2005, ha inserito il centro della città nella lista dei patrimoni mondiali dell’umanità. L’area rappresenta “[..] un esempio eccezionale d’architettura e d’urbanistica del dopo guerra” ed è uno dei rari casi di siti contemporanei inscritti in Europa.
Nonostante ciò, non è una città definibile come “bella”, rende, però, veramente l’idea di ciò che la Seconda Guerra Mondiale ha rappresentato per questa parte della Francia. Dopo essere stata completamente distrutta da 132 bombardamenti, la sua ricostruzione, avvenuta dal 1945 e continuata per una quindicina d’anni, è stata opera di un unico architetto, Auguste Perret (morto poi nel 1954). Questo è il motivo per cui l’intero anello di Perret è diventato patrimonio dell’umanità. Il suo progetto è stato anche molto criticato a causa delle forme geometriche, squadrate, precise, e dell’architettura totalmente regolatrice.
L’architetto ha curato personalmente la costruzione del municipio e della chiesa di Saint-Joseph, sperimentando la prefabbricazione in cemento armato. Quest’ultima, terminata nel 1959, appare fredda e monumentale dall’esterno, sobria come il resto della città. Il campanile, altissimo verso il cielo, fa parte del corpo centrale. Tuttavia, una volta varcata la soglia, sembra di entrare in una dimensione alternativa, quasi dentro una navicella spaziale: enormi colonne in cemento si innalzano nel buio, la poca luce presente penetra da un’infinità di vetrate colorate che ricoprono interamente le pareti. Il campanile all’interno è vuoto, si può scorgerne da sotto l’apice, un cilindro di colori. I simbolismi si trovano ovunque in questo spazio, nei materiali, nelle forme, qualsiasi cosa è pensata per rappresentarne un’altra e l’insieme che ne risulta è davvero inquietante.

La ricostruzione ha cambiato ogni linea, facciata, monumento di Le Havre. Quanto vi era prima è rimasto presente, però, in non pochi quadri impressionisti (presenti al Museo cittadino di Belle arti). Monet vi dipinse numerose opere ispirato dalla selva degli onnipresenti cantieri navali, o affacciato sul “Bassin du commerce”. Lo stesso quadro che dette il nome al movimento, il celeberrimo “Impression, soleil levant”, fu dipinto qui, raffigurante uno scorcio oggi totalmente cambiato. Il contrasto tra la città che Le Havre è stata e che ora non è più è tangibile e toccante.

Foto di: Sabrina Certomà

Il penultimo giorno di viaggio abbiamo previsto un’escursione a Etretat, un piccolo comune sulla Manica, parte della Costa d’alabastro. Inizialmente qui non vi era altro che un piccolo villaggio di pescatori, diventato oggi uno dei luoghi più visitati della Francia grazie alle falesie di calcare che si stagliano sul mare verdazzurro. Meta di pellegrinaggio per numerosi artisti, tra cui i pittori Eugène BoudinGustave Courbet e Claude Monet, le falesie di Etretat sono state immortalate anche da scrittori come Maurice Leblanc (che vi ha ambientato un racconto di Arsenio Lupin), Gustave Flaubert Guy de Maupassant.

Foto di: Sabrina Certomà

La natura appare fragile e allo stesso tempo selvaggia: il vento smuove il mare in un modo quasi poetico nella baia incorniciata dalle falesie, contro cui le onde si infrangono bianche e violente. Due sentieri partono dalla spiaggia e salgono ripidi fino sull’orlo delle scogliere. Si respira libertà osservando i gabbiani che si fanno portare dalle raffiche di vento e si accucciano, ignari dello spettacolo che hanno davanti, a riposare. La vista è davvero impagabile: falesie a destra e a sinistra a perdita d’occhio, l’azzurro infinito davanti, dove l’oceano si confonde col cielo e il verde acceso delle colline normanne dietro. Non ci si mette molto a comprendere perché Monet amasse dipingere questi scorci dai colori incredibili.
Percorriamo la falaise d’Aval e la falaise d’Amont, mettendoci il quadruplo del tempo previsto: restiamo rapiti da ogni sfumatura data dalla luce, soffio di vento, onda o gabbiano come dei bambini e proviamo anche un po’ di vertigine (non vi sono barriere di protezione sull’orlo delle falesie). Scendiamo poi al paese e, dato un ultimo, intenso sguardo alle falesie perché ci restino impresse nella mente ce le lasciamo alle spalle. In serata ci spostiamo in treno, da Le Havre a Rouen, per l’ultima tappa del nostro viaggio.

Foto di: Sabrina Certomà

Il capoluogo della Normandia si trova sulle rive della Senna, a un’ora da Parigi. È una delle più importanti città d’arte del Paese, tanto da meritarsi l’appellativo di Ville Musée oltre che la legion d’onore. Conserva, infatti, un elevato numero di monumenti, soprattutto gotici, e un centro storico ancora ricco di antiche case a graticci costituenti un importante esempio di complesso medievale nord-europeo. Tutti i punti di interesse sono costruiti su una linea retta parallela al fiume, su cui per prima si innalza maestosa la Cattedrale di Notre-Dame de Rouen. Costruita a partire dal 1030, si trova nella città vecchia, a poca distanza dalla piazza del Vieux Marché, dove Giovanna d’Arco fu arsa viva il 30 maggio 1431. È una delle più grandi e sfarzose chiese gotiche della Francia ed è stato l’edificio più alto del mondo fra il 1876 e il 1880. Dal portale in gotico fiammeggiante, e dalla sua imponenza si può presupporre l’aspetto dell’interno. Una selva di colonne bianche si apre sotto lo sguardo attonito del pellegrino appena entrato. Al suo interno vi sono anche alcuni monumenti come la tomba di Riccardo Cuor di Leone (morto nel 1199), re d’Inghilterra, nella quale solo il cuore del sovrano è conservato. La facciata ovest della cattedrale è il soggetto della famosissima serie di più di 30 dipinti opera di Monet (eseguiti tra il 1892 e il 1894), che l’ha rappresentata in diversi momenti della giornata, sottolineandone le sfumature al cambiare della luce.

A poca distanza si trova la più modesta (ma altrettanto bella) chiesa di St. Maclou, contornata da case a graticcio. Nei pressi, nascosto alla vista, vi è anche l’Aitre St. Maclou, un antico cimitero-ossario dove venivano sepolti gli appestati. Risale alla peste nera del 1348 e costituisce uno dei più rari esempi di ossari di questo genere sussistenti in Europa.

Foto di: Sabrina Certomà

Proseguendo sulla linea, troviamo l’hotel de ville e lAbbatiale Saint-Ouen, una delle più importanti e potenti abbazie benedettine di Normandia, fondata nel 553. Distrutta durante la Guerra dei Cent’anni, la chiesa fu ricostruita nel 1318 in gotico fiammeggiante. Più avanti camminiamo sotto al Gros Horloge (un orologio astronomico del 1389 che sovrasta la via principale), fino ad arrivare alla Place du Vieux Marché. Un enorme croce memoriale si innalza nel punto dove la pulzella d’Orleans venne martirizzata, circondata da storiche case a graticcio. A completamento, una chiesa dedicata a Giovanna è stata costruita qui nel 1979.

Più si cammina per le vie di Rouen più sembra di tornare indietro nel tempo: il medioevo è ovunque, nelle case “di pastiera”, nella cattedrale dall’immenso portale ricamato, nelle vie di ciottoli e nelle piazze folkloristiche.

Sulla via del ritorno non possiamo che ripercorrere questi cinque giorni incredibili: tra le città e i paesaggi naturali abbiamo percorso 60 km a piedi e ogni metro ha contribuito a rendere questo viaggio indimenticabile, nonostante la fatica. Abbiamo conosciuto delle persone stupende tramite le quali siamo venuti a contatto con l’affascinante cultura normanna. Proprio ripensando alle crêpes al caramello al burro salato, al sidro caldo, al Neufchâtel e al Camembert, salutiamo con lo sguardo i pascoli verdi a perdita d’occhio, le immancabili mucche e la classica pioggia che quasi mai abbandona la selvaggia Normandia.

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