Piazza della Loggia, l’ora della verità

Commemorazione della strage di Piazza della Loggia, Brescia

Piazza della Loggia non è più una strage senza colpevoli. La Corte di Cassazione ha confermato gli ergastoli di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, i terroristi neofascisti di Ordine Nuovo condannati per l’organizzazione dell’attentato nel secondo processo d’appello il 22 luglio 2015. Per il procuratore generale della Suprema Corte era arrivata “l’ora della verità” per una vicenda “che ha inciso il tessuto democratico”. Una vicenda accaduta, ormai, oltre 43 anni fa.

E’ il 1974. L’esperienza politica del centrosinistra si sta esaurendo per lasciare il posto ai governi di solidarietà nazionale e a un lento, ma inesorabile avvicinamento del Pci alle stanze del potere. Il compromesso storico fra comunisti e democristiani è dietro l’angolo. Il 12 maggio, due settimane prima della strage, gli italiani bocciano il referendum sul divorzio: la società civile sta cambiando.

Ma il 1974 è anche l’anno della resa dei conti nella destra eversiva. L’anno precedente viene sciolto Ordine Nuovo. La formazione terroristica responsabile della bomba di piazza Fontana è accusata della tentata ricostituzione del partito fascista e pertanto viene messa fuori legge. Quell’estate viene scoperto il tentativo di golpe della “Rosa dei venti”, un’ organizzazione segreta di stampo neofascista creata per impedire la salita al potere della sinistra e garantire il mantenimento dello status quo in Italia.

Il 19 maggio del ’74 Silvio Ferrari, un giovane di estrema destra, salta in aria a causa di una bomba che lui stesso stava portando nel suo motorino. Due giorni dopo arriva al Giornale di Brescia una lettera firmata dal “Partito Nazionale Fascista – sezione Silvio Ferrari” in cui si annuncia che “l’ora è giunta… le bombe e i mitra faranno sentire la loro voce”. Fra il 24 e il 25 maggio, gli ordinovisti veneti si riuniscono in un albergo ad Albano Terme e decidono di passare all’azione.

Tre giorni dopo, il 28 maggio, in Piazza della Loggia a Brescia viene organizzata una manifestazione antifascista per alzare la voce, una voce pacifica, contro le violenze del terrorismo. Ma qualcuno fa scivolare una potente carica esplosiva in un cestino dei rifiuti vicino ai portici. Poco dopo le dieci del mattino la bomba esplode. Il bilancio delle vittime è pesantissimo: 8 morti e oltre un centinaio di feriti. E’ l’ennesimo attentato al cuore dell’Italia, dopo Piazza Fontana, Gioia Tauro, Peteano e la Questura di Milano. Non sarà nemmeno l’ultimo. Nell’estate dello stesso anno ci sarà la bomba sul treno Italicus e, sei anni dopo, la strage di Bologna, la più terribile: 85 morti e 200 feriti.

L’orrore della strage negli occhi di un superstite

La strage di Brescia è diversa dalle precedenti:  le vittime sono giovani antifascisti, dare la colpa dell’attentato agli anarchici come avvenuto per piazza Fontana non è più possibile. La bomba esplosa quel giorno è quindi un chiaro colpo al cuore delle istituzioni, sferrato per rovesciare la democrazia.

Il giorno stesso della strage le autopompe di pompieri e polizia ripuliscono l’intera piazza con gli idranti, cancellando così ogni straccio di prova dal luogo dell’attentato. Ma c’è dell’altro: sui corpi di morti e feriti ci sono pezzi della bomba e tracce di esplosivo, tutto viene messo in una busta sigillata per essere analizzato. Ma la busta sparisce e indizi preziosi per l’indagine non arriveranno mai alla magistratura. I depistaggi e i passi falsi non finiscono qui. Al contrario, sono appena iniziati.

Le indagini vengono affidate ai carabinieri di Brescia, coordinati dall’allora capitano Francesco Delfino. I giudici stanno seguendo la promittente pista dei fascisti milanesi, quando il capitano Delfino offre su un piatto d’argento un colpevole bresciano: Ermanno Buzzi. Si tratta di un delinquente di bassa levatura,  frequenta gli ambienti dell’estrema destra, ma ha la fama di essere un pederasta. E per questo conduce una vita ai margini della società. Insomma, l’indiziato perfetto. E non a caso la condanna arriva già nel 1979, un verdetto rapido secondo gli standard italiani.

Ma nel 1981, quando sta per iniziare il giudizio d’appello, Buzzi viene trasferito dal carcere di Brescia a quello di Novara, dove sono rinchiusi i “duri e puri” delle formazioni di estrema destra. Due di loro, Mario Tuti e Pierluigi Concutelli, lo ammazzano strangolandolo con le stringhe delle scarpe. Nel frattempo, Ugo Bonati, membro della banda di Buzzi e testimone chiave del processo di primo grado, scompare nel nulla. Senza più accusatori ed accusati, il processo è destinato a morire e si conclude con una sentenza assolutoria.

Gli inquirenti, però, perlomeno quelli “onesti” che hanno a cuore la verità, non si arrendono. Nuovi testimoni si fanno avanti  e riportano i giudici sulla pista milanese abbandonata anni prima. Angelo Izzo e Gianni Guido, in carcere per il massacro del Circeo, dicono di conoscere i responsabili della strage e fanno i nomi, fra gli altri, degli estremisti di destra Cesare Ferri e Alessandro Stepanoff. Ma per qualcuno la verità non deve venire a galla. Come per magia, Gianni Guido fugge dal carcere e non può più testimoniare, viene riacciuffato in Argentina ma scappa nuovamente. Sarà arrestato a Panama  dieci  anni dopo, a giochi oramai conclusi.

Nel frattempo, con singolare tempismo, spunta fuori un “super-pentito”, un certo Ivano Bongiovanni, che dice di sapere tutto sulla strage, come fu organizzata, da chi fu eseguita. Proprio quando comincia a risultare attendibile, però, Bongiovanni si rimangia tutto, affermando che tanto lui quanto gli altri neofascisti che parlano dal carcere stanno tutti mentendo. Il “siluro Bongiovanni”, come lo ribattezzerà il giudice istruttore Zorzi, contribuisce a far affondare anche il secondo processo sulla strage. Arriva una nuova sentenza assolutoria per mancanza di prove.

La disillusione dei cittadini di fronte ai troppi depistaggi. Una strage impunita è una strage negata

Gli anni passano e trovare il bandolo della matassa diventa sempre più difficile. Ma nonostante tutto le indagini continuano. Nel novembre del 2008 si apre un nuovo processo: fra gli imputati vi sono Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, i neofascisti Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, ma soprattutto quel Francesco Delfino che trent’anni prima era stato il responsabile delle indagini sulla strage. L’accusatore che si trasforma in accusato.

Zorzi vive in Giappone da anni e ha ottenuto la cittadinanza giapponese: l’estradizione sarebbe impossibile. Ma non si arriva nemmeno a richiederla: un testimone, Martino Siciliano, lo scagiona completamente. Siciliano sarà accusato di favoreggiamento per aver testimoniato dopo aver ricevuto 500.000 euro dall’avvocato di Zorzi: Gaetano Pecorella, noto per essere stato il legale di Silvio Berlusconi. L’inchiesta per favoreggiamento verrà poi archiviata nel 2010.

Gli imputati vengono tutti assolti nei vari gradi di giudizio. Piazza della Loggia si avvia a diventare un’altra strage senza colpevoli. Ma nel febbraio del 2014 la Cassazione annulla con rinvio le assoluzioni di Maggi e Tramonte. Nel luglio 2015 arriva la condanna all’ergastolo dei due imputati. I giudici milanesi parlano “dell’opera sotterranea” di un “coacervo di forze  individuabili in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato”, la quale fece da contorno al terrorismo della destra eversiva ed impedì l’accertamento dell’intera rete di responsabilità.  Il 20 giugno 2017 la Cassazione ha confermato la sentenza di condanna.

Quarantatré anni di attesa prima di una condanna definitiva sono tanti. Troppi. Ma sono la diretta conseguenza del contesto politico-stragista che dominava l’Italia negli anni di piombo. La “strategia della tensione” ha sempre avuto due volti: quello del terrorismo senza nome che metteva le bombe, sparava nel mucchio e diffondeva ovunque paura e insicurezza. E quello di “pezzi deviati” delle istituzioni statali, delle gerarchie militari e dei servizi segreti che forniva protezione a chi si sporcava le mani e depistava le indagini per garantire l’impunità agli assassini.

Il fine ultimo di chi ha preso parte a questo piano eversivo era mantenere il potere ad ogni costo. E, semmai ve ne fosse stato bisogno, imprimere una svolta autoritaria all’Italia instaurando un regime di stampo neofascista. In tal modo si sarebbe impedito al Pci, il partito comunista più forte dell’Europa Occidentale, di arrivare alla guida dell’Italia. Una mossa vista sicuramente di buon occhio Oltreoceano e che avrebbe garantito agli equilibri mondiali usciti dagli accordi di Jalta di rimanere immutati.

Oggi, le ragioni per garantire impunità e protezione ai colpevoli sono cadute. Il ricordo dello stragismo è sempre più lontano, cancellato dall’indifferenza e dalla scarsa memoria di cui spesso noi italiani siamo colpevoli. Le Istituzioni sono state ripulite dalle “schegge impazzite”. Un’opera di pulizia condotta in punta di piedi, senza far rumore, al riparo dai processi e dai mass media. Numerosi terroristi sono morti e, fra coloro che sono rimasti, un Maggi ottantenne e malato ed un Tramonte non più giovane sono le pedine ideali da sacrificare.

Il “bottino” della giustizia è magro. Mancano all’appello generali, politici, spie e molti altre persone che hanno contribuito a scrivere questa terribile pagina di storia. Ma non dimentichiamoci che uno dei condannati, Maurizio Tramonte, all’epoca della strage era un informatore del Sid, il servizio segreto militare di quel tempo. E allora la collusione fra terroristi e uomini dello Stato non è più una semplice speculazione di  storici e politologi, ma diventa una verità giudiziaria, asseverata da prove e scritta nero su bianco su una sentenza dello Stato. Quella “parte buona” dello Stato che oggi si prende la sua rivincita.

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Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e di tutto ciò che accade intorno a noi.

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