PLAY STRINDBERG: storia della disgregazione di una famiglia

Alice (Maria Paiato), Edgar (Franco Castellano) e Kurt (Maurizio Donadoni) durante lo spettacolo Play Strindberg al teatro Verdi di Gorizia. (Credits:AREA12)

Due poltrone, un divano, un tavolo con delle sedie, un pianoforte e un telegrafo: questo è il salotto-ring di Play Strindberg dove si trascina la vita coniugale di Alice (Maria Paiato) ed Edgar (Franco Castellano), una coppia sposata da venticinque anni e in piena crisi. I due, dopo aver cercato di mantenere salda la famiglia e rifiutando il divorzio, si ritrovano irrimediabilmente a fare i conti con la loro infelice esistenza, tentando dapprima di rinsaldare il loro legame, poi solamente separandosi in casa, per paura delle dicerie della gente in paese.

Lei, attrice, moglie insoddisfatta e leggermente diavolesca,  ha lasciato il palcoscenico dopo essersi sposata con Edgar, scrittore di cose militari. Lui, marito stanco e militare nostalgico, è burbero e incapace di accorgersi del suo isolamento rispetto al resto del mondo, che gli fa paura e con cui non riesce a mettersi in relazione. Il confronto coniugale inizia dopo che Alice sente risuonare da lontano le note delle canzoni della sua gioventù, interpretate dalla banda del paese che si sta esibendo a casa del medico. Inizia lo scontro, fatto di rimproveri e di cattiveria, che si acuisce con l’arrivo di Kurt (Maurizio Donadoni), cugino di Alice e sua vecchia fiamma. Il salotto si trasforma in un vero e proprio ring di accuse reciproche, insulti, violenza, riportando alla luce le divergenze più profonde e gli istinti più reconditi, come il tentativo di Edgar di annegare la moglie.

La presenza del cugino destabilizza ancora di più l’equilibrio, ormai precario, della coppia: Alice decide di vendicarsi del marito proprio con Kurt, con cui passa una notte insieme. Il  marito, chiuso in se stesso, è preda di continui mancamenti che ne pregiudicano la salute: momenti di cui sua moglie approfitta per confessare tutto quello che pensa e che fa’ di nascosto, rimproverandogli di aver pregiudicato la sua carriera artistica e di averla rinchiusa in una torre. Poi lo aiuta a rimettersi, sperando almeno nel pensionamento di invalidità che chiede direttamente -telegrafandogli- al diretto superiore di Edgar.

Alice e Edgar si scontrano in Play Strindberg al Teatro Verdi di Gorizia (Credits: Facebook)

Ma amore non è sempre sinonimo di felicità: il cugino Kurt, che si vanta di aver viaggiato per il mondo dopo il suo divorzio, è in realtà un truffatore che ha rubato cinquantamila dollari ad una banca americana. Il vero motivo per cui è tornato da Alice, infatti, è per potersi nascondere e scappare dalle sue responsabilità. In cambio del suo silenzio, Edgar gli chiede una parte del bottino, che si fa consegnare sotto forma di assegno. Dopodiché Kurt se ne va, congedandosi da Alice, suonando insieme la loro canzone preferita: tu sei mio, tu sei mio, io lo promisi un dì.

Play Strindberg è emblema del dualismo della vita: salute-malattia, uomo-donna, ricchezza-povertà, libertà-prigionia, odio-amore, vita-morte si scontrano e si incontrano nel ring dell’esistenza. Il testo, tratto dall’omonimo lavoro di Friedrich Dürrenmatt, vede l’alternarsi del comico e del grottesco, del sarcasmo e della violenza nel nucleo fondamentale della società: la famiglia. Il dramma, tradotto da Luciano Codignola e con la regia di Franco Però, porta in Italia il capolavoro durrenmattiano.

Gli undici round che si susseguono intervallati dal gong non risultano però uniformi, con una velocizzazione finale che sembra voler far terminare bruscamente l’opera, che contrasta con una calma iniziale che diminuisce l’attenzione dello spettatore. La forza di Alice, contrapposta alla fragilità del marito, fa di lei la vera protagonista dell’opera; ma così ne traspare anche la feroce cattiveria: quella di una donna dall’animo inaridito che vuole prendersi la rivincita venticinque anni troppo tardi, che ha scelto e si è pentita, ma che vuole ancora ottenere quei pochi privilegi di moglie e madre.

 

 

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