Podemos: da slogan a partito

Decine di migliaia di persone manifestarono a Madrid sotto il motto: “¡Democracia Real Ya!”

Rajoy ha vinto, non si discute. Gli esponenti di Bruxelles hanno già ufficializzato i complimenti al presidente uscente “per aver conquistato il più alto numero di preferenze” facendo presente il ruolo importante che la Spagna ricopre per i partner europei e l’influenza che esercita all’interno delle politiche comunitarie. L’investitura del nuovo capo di governo, designato direttamente dal re, di norma ha luogo circa due settimane dopo la formazione del Congresso e del Senato. A detta di media locali e tv pubbliche, le date più probabili sono fra il 25 e il 29 gennaio, salvo particolari difficoltà nella costituzione della nuova maggioranza. Ecco l’inghippo: la composizione della nuova maggioranza. Su 350 seggi il PP (Partido Popular) di Mariano Rajoy ne ha ottenuti 122 (28,7%), perdendo, rispetto alla scorsa legislatura, ben 64 deputati e di conseguenza la maggioranza parlamentare. Il PSOE (Partido Socialista Obrero Español) del leader madrileno Pedro Sanchez, allo stesso modo, ha fatto registrare un pessimo risultato elettorale totalizzando appena 91 seggi (20 in meno e 22,1% delle preferenze) e sfiorando, di poco, l’umiliante sorpasso della storica rivelazione di queste elezioni: Podemos.

Grazie in particolar modo al sostegno conseguito nelle comunidades autonome della Catalogna e dei Paesi Baschi, il movimento fondato nel gennaio 2014 da Pablo Iglesias, con una rimonta ottenuta negli ultimi giorni di campagna, è uscito da queste elezioni come la terza forza politica spagnola con 69 seggi conquistati con, in più,  la consapevolezza d’essersi trasformato da outsider a solida realtà.

La storia di questo partito – nonostante la riluttanza ad utilizzare tale denominazione – è strettamente collegata a quella del Movimento 15 – M, anche conosciuto come “Movimento degli Indignados”. Siamo nel 2011, tempo di amministrative in terra iberica, El País titolava “Movimiento 15-M: los ciudadanos exigen reconstruir la política” per descrivere lo straordinario dispiegamento cittadino che il 15 maggio si riversò nelle piazze e tra le vie di più di 50 città spagnole contemporaneamente grazie al lavoro dell’organizzazione grassroots ¡Democracia Real Ya! e all’utilizzo delle più famose piattaforme social, Twitter su tutte. Un bocca a bocca digitale che permise all’epoca di raggruppare, oltre ai ni ni (ni estudia ni trabaja), persone provenienti dalle più svariate categorie sociali, accumunate dal risentimento nei confronti di un unico nemico: la casta politica.

Decine di migliaia di persone manifestarono a Madrid sotto il motto: “¡Democracia Real Ya!”

Avvocati, artigiani, impiegati, disoccupati e studenti per 30 giorni consecutivi scelsero la via della protesta per manifestare la propria contrarietà nei confronti di una classe politica che, sostenevano, non li rappresentava e le cui scelte in materia di politica interna ed economica non stavano per nulla ottenendo dei risultati soddisfacenti per uscire da una crisi economica che specialmente in Spagna si fece duramente sentire.

Basti pensare che dall’inizio dello choc economico, nel 2008, la Spagna fu severamente colpita con uno dei più alti tassi di disoccupazione in Europa, raggiungendo il record del 21,3%. Il numero dei disoccupati, a fine marzo 2011 raggiunse quota 4.910.200 e il tasso di disoccupazione giovanile salì al 43.5%, il più alto dell’Unione europea. Le misure approvate dall’allora primo ministro Zapatero (PSOE) non solo risultarono essere inefficaci, come la riforma del mercato del lavoro del 2010 che non sortì gli effetti sperati, ma addirittura scagliarono i cittadini contro i sindacati, rei d’aver acconsentito, nel gennaio 2011, ad alzare l’età pensionabile da 65 a 67 anni.

Ciò che, però, animò le organizzazioni come ¡Democracia Real Ya! fu la cosiddetta legge Sinde: legge anti-download su internet, che permise ad un ordine giudiziario di chiudere una qualsiasi pagina web che mostrasse collegamenti illegali o download illegali di contenuti protetti da copyright. Una legge, quest’ultima, che venne approvata a larghissima maggioranza e che scatenò una durissima campagna telematica chiamata #nolesvotes, lanciata con l’intento di invitare la gente a non votare per nessuno dei partiti sostenitori del provvedimento. In seguito a questi antefatti si sviluppò in rete la trama di collaborazioni tra ¡Democracia Real Ya! e diverse organizzazioni: ATTAC, Ecologisti in Azione e Giovani senza futuro (Juventus Sin Futuro).

Sull’onda di queste proteste nacque Movimento 15-M il quale negli anni manifestò la volontà di entrare prepotentemente in politica a suon di slogan tipo «No sommo marionetas en manos de políticos y banqueros». Podemos venne fondato il 27 Gennaio 2014, tre anni dopo l’inizio delle proteste in piazza. Tradizionalmente legato alla sinistra, persegue un’ideologia di stampo populista che prevede, tra le sue proposte, il controllo pubblico delle banche, l’introduzione di una Tobin tax sulle transazioni finanziarie, l’inasprimento delle pene per i reati fiscali, un tetto massimo alle rate dei mutui, un referendum obbligatorio su tutti i temi importanti, e l’introduzione del reddito di cittadinanza, tema, quest’ultimo, caro a quello che dovrebbe essere il corrispettivo italiano: il Movimento 5 Stelle.

I primi risultati elettorali, ottenuti durante le elezioni europee del maggio 2014 sorpresero un po’ tutti poiché, con l’8% dei voti, Podemos risultò essere il quarto partito spagnolo in ordine di preferenza. La storia recente del movimento di Iglesias è una progressione continua: nel marzo 2015, alle regionali in Andalusia, raggiunge il 15% dei voti (terzo partito del Paese) e alle ultime amministrative, rispettivamente a Madrid e a Barcellona, elegge le proprie candidate sindaco. In un’intervista del maggio scorso alla trasmissione Las Mañanas de Cuatro, Pablo Iglesias affermò che “a differenza di quanto si dice in giro, il partito non ha perso lo spirito della sua fondazione” e che se dovesse posizionarlo in un quadro politico tradizionale, allora, sceglierebbe “lo spazio della socialdemocrazia” poiché “ci sentiamo a nostro agio in quello spazio per difendere una maggioranza sociale contro una minoranza di privilegiati”. Uno spazio, quello socialdemocratico, secondo Iglesias ormai abbandonato da un PSOE “sbiadito dei suoi intenti democratici”.

Grazie al risultato ottenuto la scorsa domenica alle elezioni generali, Podemos è riuscito nel suo intento di metter zizzania all’interno del tradizionale bipartitismo iberico. Avendo inoltre già sottolineato la ferma decisione di non appoggiare nessun candidato appartenete ai vecchi partiti, il movimento, insieme anche all’attuale quarta forza politica della Spagna, i centristi catalani di Ciudadanos, rappresenterà l’ago della bilancia tra il ritorno alle urne e la difficile formazione di un Governo che, giocoforza, costringerebbe il PSOE ad appoggiare Rajoy per assicurare la maggioranza in Parlamento.

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Perché scrivo? Vi dico la verità? Non lo so. Probabilmente è a causa della mia memoria a breve termine. O forse perché lo ritengo l'unico modo per riordinare i miei pensieri.Troppi e troppe volte dimenticati qua e là nella mia testa. Cos'altro faccio? M'incuriosisco del Mondo, delle sue mille (o cinquanta?) sfumature. Lo analizzo, lo fotografo, lo scopro. Quasi dimenticavo, m'interesso anche di sport, letteratura, musica e fotografia. Un po' di tutto e un po' di nulla, insomma.

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