Post-Brexit: nuovo splendido isolamento?

Il 23 giugno 2016, nel referendum consultivo indetto dal governo conservatore di David Cameron, i cittadini britannici votarono in (seppur lieve) maggioranza per il Leave, ovvero l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, chiamata comunemente Brexit. Il fine dichiarato dal numero 10 di Downing Street era quello di riscontrare gli umori della piazza, ma anche il pensiero dei cittadini sulla membership britannica all’interno dell’UE. Tuttavia, il risultato totalmente inaspettato , che suscitò profondo scalpore non solo dalle parti di Londra, ma anche in tutta Europa e nel resto del mondo, ha costretto Cameron alle dimissioni, aprendo un nuovo periodo di incertezza e crisi interna, culminato con la formazione di un nuovo governo Tory guidato dal ministro dell’Interno Theresa May, la quale ha da poco annunciato nuove elezioni per il prossimo 8 giugno. Il desiderio è quello di ottenere più stabilità politica e legittimità “popolare”, in modo da poter completare il processo di uscita dall’Unione Europea e avviare nuovi piani commerciali e nuovi accordi con i paesi partner, europei e non.

cartina Limes

Una nuova fase politica insomma, all’interno della quale Londra auspica un ritorno ad un ruolo solitario e indipendente, che evidentemente aveva perduto dopo il 1973 e l’adesione ai trattati dell’allora Comunità Europea. Potrebbe trattarsi di un nuovo splendido isolamento della Gran Bretagna, intenzionata a portare avanti i suoi affari senza bisogno di consulenze o direttive dettate da Bruxelles, a rafforzare l’asse atlantico con gli Stati Uniti di Donald Trump, a crearsi un nuovo ruolo in Medio Oriente, giocando più da protagonista di quanto non lo fosse prima, pur mantenendosi quasi sempre allineata alla linea dominante. È pur vero che il governo non sembra voler chiudere le porte ai Paesi membri dell’Unione, poiché l’interscambio economico è troppo forte per portare a tagliare qualsiasi ponte con il Vecchio Continente. Al di là della profonda delusione che ha spinto i cittadini inglesi a votare per il Leave – per lo più motivazioni di carattere interno legate all’immigrazione, quindi alla sempre maggiore presenza di cittadini stranieri comunitari accusati di rubare lavoro a quelli britannici, e all’”imposizione” delle politiche da Bruxelles -, vi è sicuramente una motivazione strettamente geopolitica che vedrebbe Londra puntare a divenire un attore più forte e indipendente sugli scenari mondiali, contando sulla propria influenza economica, finanziaria e culturale, rafforzando i legami con il Commonwealth ed imponendosi come protagonista mondiale. Da qui l’idea del nuovo splendido isolamento. Malgrado le enormi differenze interne e internazionali con l’epoca di Gladstone e Disraeli nell’età Vittoriana, permane nello spirito nazionale britannico quel senso di beata solitudine e serenità, elemento che tuttora spiega la volontà di rompere le “catene europee”.

Se dovessimo riavvolgere il nastro e guardare all’idea di Europa degli inglesi dopo la Seconda Guerra Mondiale, ci accorgeremmo che è  assai lontana dal sogno federalista nato dal Manifesto di Ventotene: la Gran Bretagna è un’isola, e tale connotato geografico nel corso dei secoli l’ha protetta da invasori e conquistatori, da Napoleone a Hitler, e ciò si è sempre riflesso nei rapporti con i Paesi continentali. L’ingresso nella Comunità Europea arrivò solamente nel 1973, e la mancata adesione al progetto della moneta unica, osteggiato dalla Iron Lady Margaret Thatcher, fu un ulteriore segno del desiderio di mantenere un forte grado di autonomia in Europa. Nel contesto internazionale, Londra ha sempre agito in maniera autonoma, tralasciando la sua partecipazione al percorso d’integrazione in Europa, dalla Guerra delle Falkland nel 1982 fino alla Prima Guerra del Golfo e alle Guerre in Afghanistan e Iraq.

L’UE presenta dei grossi limiti nell’agire come unico e coeso ente politico negli scenari mondiali, che si tratti di accordi economici, di partenariati militari oppure di strategie da attuare in determinate zone calde del globo, sono sempre e solo le autorità statuali a essere protagoniste, mentre gli organi europei risultano essere marginali. Lo scenario mediorientale ne fornisce una prova concreta: sul fronte iracheno e (meno) su quello siriano, si sono mosse per lo più le singole potenze nazionali, con interventi limitati e di basso profilo. Tuttavia, anche nella Guerra in Iraq del 2003, l’Unione si mantenne in disparte come in Afghanistan. L’assenza di una comunità europea per la difesa favorisce il “monopolio” NATO ed impedisce all’Europa di trovare coesione, in primis per quanto riguarda la lotta al terrorismo.

may 10 downing street

In un’ottica post-Brexit, May ha effettuato diversi viaggi e incontri con Capi di Stato e di Governo dei Paesi amici e partner della Gran Bretagna: è stata la prima ad incontrare Donald Trump dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, ribadendo il longevo e saldo rapporto che lega Londra a Washington. Non meno importante è stato l’appuntamento con il presidente turco Recep Tayyp Erdoğan – ora ancor più rafforzato dal referendum costituzionale -, con il quale il primo ministro britannico ha siglato accordi non solo economici, ma soprattutto di collaborazione a livello di sicurezza e antiterrorismo. In tale ambito, infatti, la Turchia svolge un ruolo di primo piano grazie alla sua posizione geografica estremamente strategica. May si è recata anche in India e in Cina, potenze asiatiche che rappresentano un’ulteriore sfida per Londra: con Delhi e il Primo Ministro Modi si è parlato di accoglienza di lavoratori specializzati nel Regno Unito; con Pechino, invece, l’obiettivo è il raggiungimento di un nuovo accordo economico che possa avvicinare Cina e Gran Bretagna.

Più tesi sono i rapporti con il Giappone di Shinzo Abe: le multinazionali nipponiche, le quali hanno la maggioranza delle loro sedi europee nella City, minacciano di lasciare la capitale britannica per l’Europa continentale, poiché l’uscita dal mercato unico le costringerebbe a pagare nuovi dazi per vendere i propri prodotti industriali in Europa. Abe si è detto pronto a cercare un nuovo accordo con l’Unione Europea per gli interscambi economici tra i Paesi membri e Tokyo, dunque a trasferire sedi e fabbriche nel Vecchio Continente, al di là della Manica. La Germania di Angela Merkel si è detta favorevole a questo tipo di accordo, malgrado i rapporti tra l’Unione e la Gran Bretagna si siano alquanto raffreddati dopo l’ultimo appuntamento a Londra tra Theresa May e Jean-Claude Juncker, capo della Commissione Europea. L’intenzione del governo è quella di una Hard Brexit, che comprenderebbe l’uscita dal mercato unico europeo e un probabile accordo bilaterale tra il Regno Unito e Bruxelles.

Se in Europa la strada dei negoziati sembra sempre più decisa e definitiva, sul fronte interno il governo deve fronteggiare le opposizioni della Scozia, la quale minaccia un secondo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito, e l’ipotesi per l’Ulster di unirsi alla Repubblica d’Irlanda, al fine di rimanere all’interno dell’Unione. La tornata elettorale del prossimo 8 giugno determinerà il futuro della Gran Bretagna, il suo destino interno e internazionale: una vittoria dei conservatori consegnerà forza, stabilità e legittimità al governo di Theresa May, ma una sconfitta potrebbe rendere vano il lavoro del primo ministro e optare per nuove politiche da attuare a Westminster.

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