Prima guerra anglo-afgana – Parte seconda

Le prime avvisaglie dell’imminente catastrofe si ebbero la sera del 1° novembre del 1841, quando Burnes fu avvertito che quella notte si sarebbe attentato alla sua vita: molti ritenevano, infatti, che avesse fatto il doppio gioco, fingendo solamente la propria amicizia con Dost Mohammed. Burnes, insieme con i suoi ufficiali, rifiutò di trasferirsi dalla casa in cui alloggiava, nella parte vecchia della città, negli acquartieramenti inglesi, poco distanti e ben più sicuri. Neppure quando si formò un nutrito gruppo di dimostranti inferociti nel cortile della casa, l’inglese volle dare l’ordine ai suoi uomini di sparare, contando di poter disperdere la folla con le parole e con qualche pezzo d’oro per i “caporioni” della rivolta.

Nel frattempo, Macnaghten ed il Generale Elphinstone erano indecisi sul da farsi: nessuno dei due voleva ammettere che la situazione stava precipitando velocemente, ed entrambi erano troppo preoccupati per eventuali ripercussioni politiche in seguito all’uso di forze militari contro la folla, piuttosto che per la vita di Burnes. E, infatti, ciò che seguì fu la logica conseguenza del tentennamento inglese. Presto giunse la notizia che la casa di Burnes era stata data alle fiamme, che gli ufficiali erano stati trucidati e che Burnes stesso, insieme a suo fratello, era caduto vittima dei temibili coltelli afghani. Il tutto a pochi kilometri di distanza dall’esercito inglese. Ora, la folla stava dando vita ad una vera e propria rivolta, riversandosi per le strade e uccidendo tutti i soldati di Shujah inviati a fermarli, impadronendosi anche dei suoi cannoni. Contemporaneamente, in tutto l’Afghanistan stavano insorgendo nuove ribellioni contro gli Inglesi.

Il monarca afghano, intanto, aveva fatto sbarrare le porte della propria fortezza, ed era ridotto in “uno stato pietoso di avvilimento e paura”, come riporta Kaye. Anche Macnaghten, negli acquartieramenti inglesi poco fuori la città, non aveva idea di come reagire. Probabilmente se avesse agito subito, insieme ad Elphinstone, inviando le truppe contro i ribelli ancora male organizzati, la vittoria sarebbe stata immediata. Invece, si diede l’ordine di prepararsi ad un assedio, anche se sprovvisti di cibo, acqua, e in una posizione sfavorevole rispetto alla regione circostante.

Accampamenti inglesi
Accampamenti inglesi

La paura di Macnaghten aumentò quando seppe che era giunto dal Turkestan, per guidare i ribelli, Mohammed Akbar Khan, figlio prediletto di Dost Mohammed, il quale era intenzionato a riportare sul trono il padre. Per questo motivo, il principe afghano offrì una tregua alle autorità britanniche, le quali accettarono di buon cuore. Si cominciò a discutere delle trattative, e si decise che gli Inglesi si sarebbero ritirati dall’Afghanistan incolumi, insieme a Shujah, protetti dalle truppe di Akbar, e che avrebbero reinsediato sul trono Dost Mohammed.

Ma Macnaghten, volendo fino all’ultimo salvare la propria carriera e scrollarsi di dosso la responsabilità della capitolazione, arrecò ulteriore sciagura all’accampamento inglese. Sicuro delle divisioni all’interno del campo afghano, cominciò a comprare capi tribù e generali di Akbar, cercando così di seminare zizzania nell’esercito nemico. Apparentemente, la sua iniziativa fu un successo. La sera del 22 dicembre emissari afghani proponevano un nuovo trattato di pace, vantaggioso per gli Inglesi, e chiedevano un incontro tra Macnaghten e Akbar, su di una collina poco distante dai due schieramenti.

L’odore del tradimento non era difficile da percepire, e molti ufficiali inglesi se ne rendevano conto. Macnaghten, tuttavia, era convinto di essere riuscito a mettere nel sacco gli afghani. In realtà, a dispetto dei sorrisi e della cordialità dimostrata da Akbar e dai suoi comandanti al momento dell’incontro, l’ambizioso politico inglese non poteva sapere che il principe era venuto a conoscenza dei suoi raggiri, e che era stato attirato lì solo per essere catturato e rinsaldare così la fedeltà dei capi afghani per Akbar. Ad un segnale convenuto, i comandanti lì riuniti catturarono Macnaghten e i suoi uomini della scorta, li disarmarono e li portarono nell’accampamento afghano. Sebbene Akbar avesse dato l’ordine di mantenerli vivi, qualcosa andò storto: non si sa se si chiuse un occhio sulla faccenda o se effettivamente il principe non sia riuscito a trattenere la brama di vendetta dei suoi uomini, resta il fatto che vennero tutti uccisi. Non si seppe mai come andarono le cose. Certo è invece che, ancora una volta, l’incompetenza e la codardia prevalsero dalla parte inglese, in quanto Elphinstone, presagendo che qualcosa non stava andando come previsto, non inviò alcuna truppa in salvataggio del collega.

Ciò che avvenne in seguito fu un tragico epilogo in sintonia con i tristi avvenimenti precedenti. Il Generale Elphinstone, desideroso di andarsene dalla regione e di incassare la propria agognata pensione, accettò tutte le ulteriori ed umilianti imposizioni nemiche, come consegnare l’ottima artiglieria britannica e diversi ostaggi, compresi mogli e figli degli ufficiali.

La ritirata inglese
La ritirata inglese

Il 1° gennaio 1842 venne firmato l’accordo, secondo cui Akbar si impegnava a scortare gli Inglesi attraverso i passi innevati che fungevano da via per il Punjab, così da difenderli dalle tribù ostili. Ma all’ultimo, Akbar non inviò né le truppe né i viveri promessi, e l’Armata dell’Indo dovette arrangiarsi da sola nel rigido inverno afghano. Tra il 6 gennaio, giorno della partenza, e il 13 dello stesso mese si consumò una vera e propria strage sui passi. Le tribù locali sparavano dai loro rifugi sulle alture contro le colonne britanniche, mietendo centinaia di vittime, mentre Akbar adduceva scuse per non sopraggiungere in loro difesa. Non solo, ma il principe afghano continuava a chiedere nuovi ostaggi come garanzia del ritorno del padre, tra cui, alla fine, lo stesso Elphinstone, il quale morì pochi mesi dopo come prigioniero in Afghanistan. Una triste fine per l’incompetente generale. Un solo uomo, il Dr. William Brydon, riuscì a raggiungere la guarnigione di Jalalabad: l’unico di 16.500 persone, tra militari e civili.

Dr. William Brydon
Dr. William Brydon

Finiva così l’ingloriosa invasione inglese dell’Afghanistan, la prima di una serie di conflitti che si protraggono fino ad oggi, in quanto sono ancora presenti truppe straniere inviate per mantenere la stabilità della regione.

Eppure, l’Afghanistan non è servito come esempio per gli errori simili commessi in altri teatri di guerra. Vi sono altri Paesi, lacerati da controversie interne, deboli ed instabili, dove un attore esterno è intervenuto per imporre la propria autorità, vuoi per un fantomatico “Bene superiore”, vuoi perché mosso da interessi più meschini. Stati come l’Iraq, la Libia e la Siria, che versano in condizioni terribili poiché si è intervenuti senza una pianificazione metodica e senza una conoscenza effettiva della regione e dei suoi equilibri.

Ancora oggi, rimane inascoltato e disatteso il monito lanciato da Sir Claude Wade, uno dei protagonisti del “Grande Gioco” in Asia, il quale affermava “There is nothing more to be dreaded of or guarded against, I think, than the overweening confidence with which we are too often accustomed to regard the excellence of our own institutions, and the anxiety that we display to introduce them in new and untried soils. Such interference will always lead to acrimonious disputes, if not violent reaction..

About Riccardo Valle 20 Articles
Studente di Scienze Internazionali e Diplomatiche.

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