Primarie all’italiana

Copiando si impara?

Da alcuni anni a questa parte in vista delle elezioni politiche, ma anche locali, è diventato di moda fare le primarie per i candidati e intorno a queste creare una sarabanda di discussioni.

Naturalmente non si tratta di un’invenzione italiana, ma di un procedimento che, come al solito, si è ritenuto opportuno copiare dall’estero, gli USA, e come al solito tralasciando gli insignificanti dettagli delle differenze politiche, culturali e civiche esistenti tra l’Italia e i gli altri paesi.

Primi sponsor di questo procedimento in Italia sono stati Romano Prodi e Arturo Parisi, che nel 2005 le hanno promosse per le regionali in Calabria e Puglia, con l’effetto di ottenere una crisi nervosa con convulsioni una volta visti i risultati, con la vittoria di Vendola nelle primarie pugliesi, giusto premio a Rifondazione Comunista per aver fatto cadere Prodi nel 1998.

Dopo averle usate per scegliere Romano Prodi come candidato premier, risultato scontato dato che tutti, tranne i leader del centro-sinistra, hanno capito che senza un candidato esterno non si vince, di questo strumento si è impossessato Walter Veltroni.

Noto per avere l’esclusiva sulle copiature dagli USA, sua l’idea del Partito Democratico e le citazioni di Kennedy usate come il prezzemolo, le usa per sanzionare la sua presa di possesso del PD e la candidatura a capo del governo. Dopo il breve segretariato di Franceschini sono usate per la scontata elezione di Bersani a segretario, il che fa sorgere un dubbio sulla loro utilità, dato che confermano quasi sempre le decisioni già prese e nei rari casi contrari si risolve il tutto con accordi spartitori tra i contendenti.

La partecipazione alle primarie è stata inizialmente aperta a tutti, inclusi stranieri con permesso di soggiorno e sedicenni, ma la novità dell’evento ha suscitato un tale entusiasmo che in molte realtà, come Napoli, ai seggi si sono presentati e hanno votato numerosi e noti esponenti del centro-destra locale. Sempre a Napoli, ma è stato denunciato in molte altre località, dentro ai seggi erano presenti scatoloni di schede precompilate e i candidati locali, sia chiaro solo per incentivare la partecipazione democratica, offrivano 20 euro a disoccupati e perdigiorno perché li votassero.

Una menzione particolare meritano le lunghe file di cinesi presenti fuori dai seggi, come documentato dal Corriere della Sera, che seppur un po’ spaesati e neppure in grado di parlare italiano, a tarda ora attendevano il loro turno fuori dai seggi. Ma tutto sommato sono giustificati, forse confusi dalle foto di Gramsci e Togliatti presenti in sezione, pensavano di votare per il segretario del Partito Comunista Cinese.

Per questa ultima tornata il PD ha imposto regole più precise, sulla cui scelta si sono scannati per settimane, imponendo dei minimi di firme per presentarsi e la preiscrizione per gli elettori, vedremo se ora che le votazioni sono state effettutate i perdenti spariranno a poco a poco, l’unica cosa sensata da copiare, oppure verranno poi sistemati in futuri governi o ruoli istituzionali.

La scoperta di questo meraviglioso e perfettamente funzionante strumento partecipativo ha contagiato anche un partito che della democraticità e partecipazione fa la sua bandiera, cioè il PDL. Con in gestione un partito ormai più squagliato di un ghiacciolo nel Sahara, il segretario Alfano ha lanciato l’idea di fare delle primarie, sperando anche di avere finalmente quella credibilità che il suo Vate gli ha smontato. Il risultato è stata la confusione più totale con una ventina di candidature proposte, inclusi Sgarbi e la Mussolini, che forse sentendo risuonare le parole della buonanima del nonno si e poi ritirata.

Stando alle dichiarazioni di Berlusconi, che in più occasioni ha esplicitamente ammesso di essere entrato in politica per salvare le sue aziende, sorge spontanea la domanda: perché le primarie non le fanno tra i dipendenti Fininvest e i calciatori del Milan?

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