Proteggere la foresta Amazzonica dalla minaccia dell’oro nero

Yasuni: un progetto contro lo sfruttamento delle risorse naturali dell’Ecuador

L’Ecuador è un paese ricchissimo dal punto di vista delle risorse naturali, possiede molte miniere di oro, argento, zinco, rame, carbone ed alluminio. Nonostante non se ne parli molto questo paese occupa una posizione rilevante sul piano internazionale dal punto di vista petrolifero ed ambientale, tanto che i suoi giacimenti sono tra i maggiori di tutto il Sud America e viene considerato, grazie alla foresta Amazzonica, parte del “Polmone del Mondo”. Una delle riserve naturali più importanti in questo Stato è il parco nazionale Yasumi, e paradossalmente è anche uno dei più grandi giacimenti di petrolio dell’America meridionale. Come accennato nel precedente articolo riguardante l’Ecuador, il presidente Correa nel corso del suo mandato presidenziale ha avviato una politica di forte sviluppo, la quale si è sempre posta in primo piano la protezione degli interessi economici, anche a scapito delle popolazioni indigene e dell’ambiente.

Tuttavia sembra che le cose stiano lentamente cambiando per quest’ultimo. Nonostante le concessioni per lo sfruttamento del greggio siano aumentate, e il governo abbia stipulato nuovi contratti che facilitano l’espropriazione dei terreni petroliferi alle multinazionali, è stato ripreso un progetto varato nel 2007. Esso prende il nome dal parco nazionale sovra citato e dalle tre piattaforme petrolifere ( ishpingo, tambococha e tiputini) più importanti. Si chiama ”Yasuni-ITT”ed ha l’intento di captare denaro dalla comunità internazionale al fine di evitare lo sfruttamento di circa 846 milioni di barili di greggio pesante, nettamente più inquinante del cosiddetto greggio leggero. Non si tratta di denaro che verrà versato nelle casse ecuadoriane, ma convertito in opere a sostegno, della salvaguardia ambientale.  In settembre il nostro Paese ha dichiarato di voler stanziare 35 milioni di dollari a sostegno di questa politica  contraria all’estrazione di petrolio in un’area della foresta amazzonica  particolarmente interessante sotto il profilo della biodiversità. Questo è un segnale importante, che però rappresenta solo una minima parte di quello che L’Ecuador spera e vorrebbe raccogliere. All’appello, per proteggere questo pezzo d’Amazzonia, mancano ancora 3.600 milioni di dollari. La Germania, capofila del piccolo gruppo di paesi (tra cui Svezia, Spagna, Francia, Italia e Svizzera) che hanno accettato di sostenere la proposta, si è impegnata a versare 50 milioni di dollari l’anno per 13 anni. Lo sfruttamento dell’oro nero viene associato a devastanti danni ambientali e violazioni dei diritti delle comunità indigene che ancora oggi vivono in isolamento volontario, come i Tagaeri e i Taromenane.

Questa iniziativa, senz’altro innovatrice, è stata ridimensionata dallo stesso Rafael Correa, il quale ha dichiarato un certo scetticismo sul suo probabile successo ed un inversione di rotta nel caso in cui non riuscisse ad ottenere dagli Stati la cifra prefissata entro il luglio 2011. Chiedere oggi l’istituzione di “territori liberi dall’estrazione del petrolio” significa proteggere i diritti delle  popolazioni locali e tutelare una delle ricchezze più grandi dell’umanità, nel caso dell’Ecuador la foresta Amazzonica. Per la prima volta nella storia del mondo industrializzato un paese ha deciso di lasciare una parte del petrolio estraibile sotto terra, questo può essere il primo passo verso un cambiamento nell’approccio delle risorse e della natura. Nonostante ancora non sappiamo come si concluderà questa vicenda e se il governo ecuatoriano rispetterà gli accordi stipulati, possiamo affermare che uno sviluppo eco compatibile per i paesi non industrializzati è possibile.

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