Quando i francesi congelarono i fondi subprime: così iniziò la crisi globale

Dieci anni fa fu l’inizio della fine. Il 9 agosto 2007 l’istituto di credito francese Bnp Paribas decideva di congelare tre fondi di investimento a causa della loro eccessiva esposizione ai mutui subprime americani. Ai sottoscrittori dei fondi fu impedito di chiedere il rimborso dei loro investimenti per l’impossibilità di calcolare il valore degli attivi sottostanti. Scoppiava in quella torrida giornata d’agosto la bolla dei mutui subprime, i prestiti immobiliari che le banche a stelle e strisce concedevano a persone che per il loro passato di inadempienze e fallimenti non sarebbero state in grado di restituirli.

Mutui che le banche impacchettavano in titoli da far circolare sul mercato eliminando i relativi rischi dai libri contabili e guadagnando commissioni da capogiro. Ma quando i mutuatari cominciarono a non pagare le rate dei prestiti la festa finì. Prestiti considerati redditizi dalle banche diventarono quasi impossibili da rimborsare. I titoli che incorporavano i mutui si trasformarono da un giorno all’altro in carta straccia.  E le banche che avevano in pancia tali titoli registrarono pesanti perdite. Perdite che non erano in grado di fronteggiare.

La prima a cadere fu la britannica Northern Rock. La banca andò in crisi di liquidità e divenne vittima di una corsa agli sportelli senza precedenti. Quando dall’istituto si erano già volatilizzate 2 miliardi di sterline, il governo britannico decise di intervenire. Nel febbraio del 2008 la banca fu nazionalizzata.

Clienti in coda per ritirare i propri risparmi all’esterno di una filiale della Northern Rock.

I crolli più drammatici, tuttavia, si verificarono negli Stati Uniti. Nel marzo del 2008 la Bear Stearns, la più piccola ma anche la più combattiva delle cinque maggiori banche di investimento di Wall Street (le cosiddette Big Five), venne venduta ad appena 10 dollari ad azione alla concorrente JP Morgan. L’operazione fu possibile solo grazie al supporto del governo americano che si fece garante di circa 30 miliardi di dollari di perdite legate ai mutui immobiliari.

In estate lo Zio Sam fu costretto a scendere in campo per salvare i due colossi del credito Fannie Mae e Freddie Mac: le due società garantivano mutui per oltre cinquemila miliardi di dollari, circa la metà dell’intero mercato immobiliare Usa e pari ad un terzo del reddito nazionale americano. Lasciarle al loro destino avrebbe avuto conseguenze inaccettabili. Fannie&Freddie vennero ricapitalizzate con 200 miliardi di dollari dei contribuenti e di fatto nazionalizzate.

Ma il peggio doveva ancora venire. L’11 settembre 2008, a sette anni esatti di distanza dagli attentati alle Torri Gemelle, la Lehman Brothers annunciò perdite record per quasi 4 miliardi di dollari. La quarta banca di investimento americana si trovò al centro della tempesta finanziaria generata dal crollo dei subprime e pertanto prossima al collasso. Nel weekend del 13 e 14 settembre un team di banchieri fu convocato alla Federal Reserve per trovare una soluzione. I big di Wall Street accettarono di assorbire le perdite legate al settore immobiliare della banca a condizione che questa trovasse un acquirente.

Barclays e Bank of America sembrarono interessate a concludere l’affare, ma all’ultimo momento si ritirarono: la situazione di Lehman era troppo deteriorata. Il Tesoro americano rifiutò di intervenire per l’ennesimo salvataggio e condannò, di fatto, la Lehman Brothers al fallimento. Lunedì 15 settembre la banca presentò al Tribunale di New York richiesta di bancarotta ai sensi del Chapter 11 della legge fallimentare americana.

Migliaia di dipendenti rimasero senza lavoro in una bancarotta da 639 miliardi, la maggiore della storia degli Stati Uniti. In quel drammatico giorno le borse bruciarono 900 miliardi di dollari, la peggiore caduta dopo l’11 settembre 2001.

La fine di Lehman Brothers: la quarta banca di investimento del Paese crollata sotto il peso di 613 miliardi di dollari di debiti.

La crisi statunitense contagiò ben presto l’Europa. Nel Vecchio Continente, gli interventi finanziari messi in atto dai governi per frenare il tracollo del sistema bancario gonfiarono i debiti pubblici oltre il livello di guardia. Nel maggio 2010 Commissione Europea, Bce e Fmi vararono un piano di salvataggio da 110 miliardi di dollari per la Grecia, il primo di una lunga serie. Pochi mesi dopo fu il turno di Irlanda e Portogallo e nel 2012 toccò alla Spagna, costretta a chiedere 100 miliardi per salvare le sue banche.

I salvataggi comportarono un prezzo molto elevato: tagli alla spesa pubblica, aumenti delle tasse e riduzione delle pensioni. Il ciclone non risparmiò l’Italia. Il 5 agosto 2011 arrivò a Roma la famosa lettera della Bce con le raccomandazioni (leggi diktat) per il Belpaese: stretta sui conti pubblici, riforme draconiane delle pensioni e dei contratti di lavoro,  privatizzazioni su larga scala.

Nel burrascoso autunno di quell’anno l’Italia finì nell’occhio del ciclone: perdita di credibilità internazionale, crisi di fiducia degli investitori, rischio di default sovrano all’orizzonte. Lo spread sui titoli di Stato schizzò dai 200 ai 500 punti base. Arrivarono le dimissioni di Berlusconi e l’incarico di governo a Mario Monti, chiamato a scongiurare il peggio a colpi di austerity.

Da allora, la tempesta finanziaria è passata, ma non è ancora tornato il sereno. La crisi nata nei grattacieli di Wall Street e nei palazzi degli Stati si è estesa all’economia reale mettendo a dura prova il benessere e le speranze di risparmiatori e famiglie. Se l’obiettivo primario dei governi è invertire la tendenza, necessità non meno importante è impedire che crisi del genere possano di nuovo verificarsi.

Perché i giganti della finanza che hanno creato la bolla immobiliare sono ancora quasi tutti al loro posto e generano profitti più alti che mai. Certo, la Lehman Brothers non esiste più, ma il palazzo che un tempo fu suo ora ospita la sede nordamericana della Barclays. E la Barclays, dopotutto, è pur sempre una banca.

About Andrea Battistone 8 Articles
Nato nel 1991 a Milano, vivo e studio a Torino. Laureato in Giurisprudenza con il massimo dei voti, le mie più grandi passioni sono il giornalismo e il diritto. Recito da quasi dieci anni in una compagnia teatrale portando in scena commedie divertenti, ma anche spettacoli che fanno riflettere. Mi interesso di politica, cultura, spettacolo e di tutto ciò che accade intorno a noi.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: