Raccontare le donne nel cinema: un dialogo con Mario Serenellini

Una scena del film Pretty Woman, con Richard Gere e Julia Roberts

Come viene trattata la figura femminile sul grande schermo? Ne abbiamo parlato con l’esperto di cinema e giornalista Mario Serenellini, a Gorizia per la conferenza “Per forza o per amore” nel contesto del Festival Internazionale della Storia èStoria.

Una scena del film Pretty Woman, con Richard Gere e Julia Roberts

Nell’incontro di stamattina ha accennato al fatto che nel mondo del cinema è evidente una gerarchia dei sessi interiorizzata che vede la donna come costantemente “inferiore” all’uomo. Quali sono gli esempi più vistosi?

Tutti! (ride; ndr). Però penso particolarmente a due tipologie. Intanto quella di Riso Amaro di De Santis: è un film degli anni ’50 in cui assistiamo a una sorta di “schiavitù stagionale” di cui è vittima la donna. Esisteva all’epoca un prelievo di massa di manodopera esclusivamente femminile – quindi mamme, nonne, le figlie più grandi – che nel periodo della raccolta del riso nel vercellese venivano reclutate e convogliate per qualche mese in questa sorte di “prigionia” vegetale e acquatica. Riso Amaro racconta appunto di queste vicende storiche, e all’interno di questo sfondo storico si svolge una vicenda privata. Vediamo una donna, che è Silvana Mangano, succube di un rapporto amoroso con finale tragico. Questa forma di subordinazione è una micro-vicenda all’interno di una macro-vicenda di lontananza dalla famiglia, sradicamento e traumi. Questa è una tipologia che possiamo trovare anche in altri film.

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Poi, passando a situazioni più leggere e apparentemente più “rosee” nell’atteggiamento del cinema e di chi lo fa – fino a qualche tempo fa era esclusivamente un mondo maschile, da qualche tempo ci sono sempre più registe che però non cambiano particolarmente punto di vista – prendiamo ad esempio un film molto celebre: Pretty Woman. Film degli anni ’80, assistiamo alla vicenda di quella che oggi chiameremo una escort: una prostituta di lusso che già all’inizio viene “affittata” da un uomo. C’è l’idea, alla fine del film, di un riscatto sociale da parte della protagonista femminile, interpretata dalla bella Julia Roberts. In realtà non è così: intanto, tutta la parabola di questo “riscatto” è sempre vista, raccontata e vissuta come una subordinazione all’uomo che l’ha “affittata”, l’ha – tra virgolette – “salvata” e alla fine l’ha impalmata, diventando definitivamente suo oggetto. Forse era più libera prima! Vediamo come si ribadisce uno schema, una tipologia cinematografica: quella del principe azzurro, dell’uomo obbligatorio per un riscatto sociale della donna, il perno della vicenda. La materia essenziale del vivere è sempre l’uomo: se non ci fosse lui, questa poverina avrebbe continuato a fare la prostituta; invece è stata promossa socialmente, ha ottenuto dei bei vestiti… Come se la promozione sociale e i bei vestiti – che in sè rientrano in altri sterotipi delle donne – fossero una forma di vittoria e crescita da parte della donna. Si rientra in ciò di cui parlava ieri sera (il 19 Maggio, sempre ad èStoria; ndr) nel suo bellissimo spettacolo Moni Ovadia sul tema della dignità: dignità che implica l’essere riconosciuti come persone non solo giuridicamente ma umanamente.

Lei crede che il cinema e la televisione dovrebbero assumersi il compito di dare al pubblico un’immagine dignitosa, paritaria e non sterotipata della donna o rimanere solamente, come sono ora spesso, semplicemente lo specchio della società?

Inevitabilmente qualsiasi intenzione “missionaria” è anche specchio – o almeno parte dall’essere specchio. Io non posso precettare e dire come fare: della televisione so poco, la guardo quando sono in albergo, dove c’è sempre un televisore, e facendo zapping vedo cose ignominiose. Per quanto riguarda il cinema certo, un atteggiamento di consapevolezza sociale vorrebbe che ci fosse anche un impegno da parte di chiunque lo faccia – sia regista, sia attore, sia autore, sia giornalista o conduttore di una trasmissione televisiva. Mi sembra che ci sia una certa staticità: certo, c’è più apertura per quanto riguarda tematiche inerenti alle donne, agli omosessuali e via dicendo… Per quanto riguarda la TV mi sembra chi ci stiamo piuttosto inabissando verso un conformismo deprecabile.

Il regista cinematografico britannico Ken Loach.

C’è qualche regista che a suo parere sta perseguendo questo “fine pedagogico” di istruzione al rispetto nei confronti delle donne?

Mi viene in mente subito Ken Loach. Ken Loach è un regista che stimo molto e che in questi giorni è in concorso al Festival di Cannes con il suo nuovo film (I, Daniel Blake; ndr). Lui è sempre stato molto attento ai rapporti personali tra uomo e donna. Ha fatto dei film molto dialettici: è questo che occorrerebbe proporsi, un’apertura dialettica. Non tanto dei precetti quanto piuttosto un modo di affrontare seriamente dei problemi. Non di risolverli, ma di affrontarli: di far crescere e favorire i contrasti per far capire quali sono i problemi e far sì che ciascuno di noi faccia propri gli elementi di riflessione che sono insiti nella vicenda narrata nei suoi film.

Grazie.

About Viola Serena Stefanello 83 Articles
Ex siddina talvolta nostalgica di Gorizia, studia Giornalismo e Diritti Umani a Parigi dopo essersi innamorata della stampa con Sconfinare. Appassionata di troppe cose per elencarle tutte.

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