Razzismo “di Stato”: quando gli italiani non erano “brava gente”

Italiani brava gente” era un detto di qualche decennio fa, oltre ad essere un film del 1965 di Giuseppe De Santis. Nella pellicola si ricordano le atroci sofferenze patite dal nostro esercito durante la Seconda Guerra Mondiale in Russia, teatro di una strage umana nata dalla follia del regime di Mussolini, e si riprende nel titolo quell’assenza di cattiveria, quella bonarietà che si sentono dentro un po’ tutti gli italiani.

“In fondo noi non siamo mai stati razzisti” è il pensiero di molti, ricordando i nefasti anni del ventennio fascista. Perché in fondo ad avercela con gli ebrei erano i tedeschi, le leggi antisemitiche le fecero loro e fu Hitler a parlare di razza ariana, non il Duce. Ma in verità anche il nostro Paese deve fare i conti con il proprio razzismo, come sostiene la prof.ssa Tullia Catalan, docente di Storia contemporanea all’Università di Trieste.

Sono tre le tipologie di razzismo individuabili nella nostra penisola, fino al 1945: l’antisemitismo, l’antislavismo (soprattutto in un territorio di confine come Trieste) e quello di matrice coloniale. Se della prima tipologia si parla in continuazione, in occasione soprattutto dell’annuale giornata della Memoria, molto meno famose sono le altre due. Nacquero entrambe da una forte voglia di potere: la prima “dentro casa”, la seconda “fuori” nelle colonie appena conquistate.

Mussolini

La prof.ssa Catalan spiega che l’antislavismo era un sentimento che nel capoluogo giuliana esisteva già da tempo, ma in forma molto blanda. Dopotutto, per secoli lì si era vissuti tutti in pace (italiani, austriaci, sloveni, croati) sotto l’impero Asburgico, crollato dopo la Grande Guerra con il conseguente passaggio della Venezia Giulia sotto il regno dei Savoia.

Con l’avvicinarsi del fascismo, però, il sentimento nazionalista aumentò sempre di più fino al 1920: la Casa della Cultura slovena di Trieste (oggi scuola per interpreti) fu data alle fiamme. Nel ’22 ci sarà la marcia su Roma.

Il confine orientale italiano fu immediatamente centrale nella politica locale fascista. Furono imposte leggi che impedivano di parlare lo sloveno, così come a pubblicare giornali e a insegnare l’idioma nelle scuole, fino a costringere gli stranieri a italianizzare i propri cognomi! Fu l’abbandono, quindi, da parte di un intero popolo delle sue tradizioni per restare vivo, in un accanimento che vedrà i frutti con le foibe, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

La seconda forma di razzismo descritta dalla prof.ssa Catalan è quella legata alle colonie dell’ “impero” italiano. Perché anche il nostro Paese partecipò al saccheggio dell’Africa, seppur con esiti veramente miseri, e il trattamento riservato dai colonizzatori ai popoli sottomessi fu negato per anni.

Risale al ’37 la legge che impediva rapporti sessuali, tra italiani e neri. Questi erano infatti visti per lo più  come schiavi sessuali e occasioni d’incesto non furono rare: addirittura Indro Montanelli, colonna portante del nostro giornalismo, quando era al seguito della spedizione d’Africa comprò una sposa-bambina! Chi però si sposava laggiù, e aveva avuto pure figli con un nero, veniva punito secondo una legge del 1939.

Oltre al considerare i neri come inferiori e bestie, trattamento analogo a quello riservato agli slavi in periodi senza rapporti con Hitler, la propaganda anti-africani era infarcita di copertine di quaderni dell’epoca, raffiguranti la supremazia bianca (italiani altissimi e schiavi nani, quando invece era il contrario!) e l’uso dei gas come arma giusta per ucciderli, come accadde in Eritrea.

Campo di concentramento/ Simona Costanzo/ Flickr
Campo di concentramento/ Simona Costanzo/ Flickr

Alla fine di questa “carrellata di stupidità” nostrana, uno spazio c’è stato anche per gli ebrei. Perché anche Mussolini decise di emanare, nel 1938, le leggi razziali sullo stampo di quelle di Norimberga, nonostante la perplessità di molti esponenti del partito.

Volute o no, tutta la stampa dell’epoca si allineò alla decisione del Duce, favorendo la propaganda subliminale del regime. In alcuni punti, queste norme erano addirittura più severe di quelle tedesche!

Il detto con cui per tantissimo tempo gli italiani si sono identificati, rifiutando l’idea di essere stati parte attiva nei moti razzisti del Novecento, alla fine si è rivelato soltanto un qualcosa per pulirsi le mani da un passato storico. Ma ciò che deve fare uno storico contemporaneo, come sostiene la Catalan, è farsi continue domande, andando avanti e indietro nel tempo: solo così potremo capire realmente chi eravamo noi italiani un tempo, per decidere chi saremo domani.

Pubblicato originariamente su Oubliette Magazine

About Timothy Dissegna 93 Articles
Studente classe '95 della Triennale al SID, udinese, arbitro di calcio. Amo leggere, ascoltare, il teatro. Cerco storie che parlino di persone e di frontiere dietro casa. Un futuro prossimo remoto nel giornalismo, collaboro con il Messaggero Veneto e Mangiatori di cervello. Se poi mi avanza tempo salverò il mondo, ma con calma.

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: