Reato di tortura, un’anomalia italiana

un articolo di Marta Pacor

«…Il termine ‘tortura’ designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche … qualora tale dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito»

Il 10 dicembre 1984 l’assemblea generale dell’ONU adottava la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti. «Nessuna circostanza eccezionale, qualunque essa sia, si tratti di stato di guerra o di minaccia di guerra, d’instabilità politica interna o di qualsiasi altro stato eccezionale, può essere invocata in giustificazione della tortura», recita l’articolo 2. Il testo attribuisce a questo reato una gravità tale da renderlo imprescrittibile, come i crimini contro l’umanità.

La Convenzione – sottoscritta anche dall’Italia – impone l’obbligo per gli Stati di legiferare affinché il reato di tortura sia espressamente contemplato nel diritto penale interno. L’Italia non l’ha mai fatto. Pochi mesi fa la Commissione di Giustizia del Senato ha messo all’ordine del giorno parlamentare un ddl sull’introduzione del reato di tortura nel diritto italiano. Qualche giorno dopo l’iter è stato bloccato in Parlamento.

Perché tanta resistenza, da parte di un paese che si definisce democratico, nell’approvare una legge di diritto elementare come quella contro la tortura?

«Democrazia vuol dire rendere trasparente lo Stato e il comportamento dei suoi servitori, controllare e monitorare che non prevalga quell’autodifesa dei comportamenti istituzionali che scarica sui singoli cittadini le brutalità e le nefandezze commesse da chi dovrebbe operare in loro difesa. È il controllo della società sullo Stato e sull’operato dei suoi a permettere che i principi fondamentali della comune convivenza vengano messi al primo posto del bene comune.» (Marcello Flores)

L’irruzione alla caserma Diaz all’indomani del vertice dei G8 a Genova, con l’inusitata violenza esercitata dalla polizia su cittadini inermi (definita dalla sentenza di Cassazione «un massacro che ha screditato l’Italia agli occhi del mondo») ha mostrato chiaramente, in fase di giudizio, quanto grave sia il vuoto legislativo. La Procura generale di Genova aveva avanzato la richiesta di colmare tale vuoto, sottolineando come anche la Corte Europea abbia stabilito che trattamenti inumani e degradanti come la tortura siano reati imprescrittibili.

L’Italia repubblicana conta una lunga serie di vittime di violenza da parte della polizia, casi che non sono mai stati giudicati adeguatamente anche a causa di questo deficit legale, che negli anni ha permesso allo Stato di continuare ad auto assolversi. Spesso gli artefici di questi episodi di violenza sono stati giudicati per “lesioni personali”, reato per il quale il nostro ordinamento prevede un termine di prescrizione di cinque anni. Le prove che dimostrano l’avvenuta tortura c’erano (ed erano inequivocabili) ma per le vittime e le loro famiglie è stato, ed è tuttora, impossibile avere fino in fondo giustizia.

Luciano Rapotez, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Franco Mastrogiovanni, Riccardo Rasman, Michele Ferrulli, Aldo Bianzino, Stefano Gugliotta, Luciano Isidro Diaz, Paolo Scaroni, sono solo alcuni dei nomi delle vittime di violenza da parte dello Stato. O per lo meno, sono alcuni dei casi che sono arrivati all’opinione pubblica, spesso grazie al coraggio e all’ostinazione dei loro familiari. Quanti siano nella realtà è impossibile saperlo, giacché è facile immaginare che per i soggetti più deboli, come gli stranieri detenuti, sia davvero difficile che si arrivi a denuncia.

Scrive Stefano Rodotà: “La violazione drammatica e sistematica di diritti fondamentali non rivela la vanità del riconoscimento di questi diritti, ma la loro radicale necessità” (Il diritto di avere diritti – ed. Laterza).

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