Referendum costituzionale: la Turchia ha detto “evet”

Domenica 16 aprile i cittadini turchi sono stati chiamati alle urne per votare un referendum costituzionale per trasformare la Turchia da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale. Il testo referendario era formato da 18 emendamenti, tra cui: l’abolizione del ruolo del Primo Ministro, l’aumento del numero dei parlamentari a 600, la possibilità del presidente di nominare quattro giudici su tredici dell’alta corte, la fine della neutralità del presidente, la possibilità del presidente di emanare decreti presidenziali senza la necessità di un controllo parlamentare, quella di nominare i vertici dell’esercito, dei servizi segreti, i rettori universitari e i dirigenti nella pubblica amministrazione.

Un testo referendario a dir poco preoccupante per una nazione come la Turchia che, dal tentato colpo di Stato dell’agosto scorso, vive in uno stato d’emergenza ed è costretta ad assistere di continuo a teatri che oscillano tra le smanie di potere di Erdoğan, l’arresto di chiunque sembri lottare per un’opinione diversa e i continui attentati di matrice curda o islamica.

Tra i sostenitori del Sì – Evet – c’è stato lo stesso partito di Erdoğan, l’AKP – Adalet ve Kalkınma Partisi, ovvero il partito conservatore turco che attualmente detiene la maggioranza e l’MHP – Milliyetçi Hareket Partisi, ovvero il partito del movimento nazionalista. Essi sostengono che con questa riforma, un potere centralizzato contribuirebbe a rendere la Turchia “forte e compatta” contro ogni minaccia terroristica interna ed esterna.
Tra i sostenitori del No, invece, ci sono stati i due partiti d’opposizione in parlamento, CHP – Cumhuriyet Halk Partisi, il partito popolare repubblicano e HDP – Halkların Demokratik Partisi, il partito democratico dei popoli, di natura curda. Essi sostengono che accentrare il potere nelle mani di un solo uomo metterebbe a repentaglio i valori della democrazia e che questo referendum non farebbe altro che rendere legali le politiche autoritarie di Erdogan. Inoltre, alcuni parlamentari di questi due partiti hanno anche denunciato come durante la campagna, gli schieramenti del Sì siano stati avvantaggiati dal fatto che molti intellettuali e giornalisti favorevoli al No siano stati arrestati.

I risultati ufficiali del referendum riportano una vittoria, non molto schiacciante, del Sì con il 51.4% contro un 48.6% del No. Secondo i dati pubblicati dalle principali testate turche, Istanbul, Ankara e Smirne hanno votato per il No, contro un Sì che ha vinto nelle zone rurali del Paese. Per i turchi all’estero invece, il Sì ha vinto in Germania, Austria e Olanda, mentre il No ha vinto in Canada, Inghilterra e Arabia Saudita. Erdoğan ha dichiarato che le altre nazioni devono rispettare il risultato del referendum e che adesso ci sarà molto da fare e che bisognerà anzi velocizzare i cambiamenti nel paese.

L’opposizione, intanto, protesta per le modalità di svolgimento del conteggio delle schede: il comitato elettorale turco ha infatti deciso di considerare validi i voti espressi sulle schede non timbrate, generando non poche proteste. Il partito CHP ha dichiarato che farà ricorso su circa il 37% dei voti, così come il partito curdo. L’OSCE, Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, ha dichiarato che il referendum deve essere annullato perché le modalità non hanno rispettato gli standard internazionali.

EDIT091210_referendum_01

Cosa ne pensano, però, i turchi? Di seguito le testimonianze e le ragioni di due giovani ragazzi turchi, entrambi di 23 anni, che hanno votato per per i due schieramenti.

İbrahim, 23 anni, ha votato Evet, cioè Sì. “Ho votato Sì al referendum per l’importanza dei 18 emendamenti. Il referendum non riguarda Erdoğan, Erdoğan va e viene ma la cosa importante è il sistema politico della Nuova Turchia. Questo referendum non riguarda la presidenza di Erdoğan nel 2019, ci saranno delle elezioni e il leader eletto sarà presidente. Può anche essere un membro di un partito dell’opposizione. Il numero dei parlamentari aumenterà e aumenterà quindi la rappresentatività della Repubblica turca. Un altro punto riguarda i giudici militari che verranno rimossi e diventeranno imparziali. Il Presidente adesso può essere giudicato per ogni crimine con maggioranza assoluta, mentre prima poteva essere giudicato solo per tradimento alla nazione. Il nuovo sistema politico darà più potere al Presidente, che ne ha bisogno vista la posizione geopolitica della Turchia. Ho votato Sì per avere un leader pieno di potere e una nazione con un’economia sostenibile. Ho votato Sì non per i politici, perché come ho già detto vanno e vengono, ma perché il sistema politico resta”.

Yiğit, 23 anni, invece ha votato Hayır, cioè No. “Ho votato No al referendum perché troppo potere nelle mani di un solo uomo non porterà nulla di buono. Fa paura, è terrificante che un solo uomo, chiunque sia, possa avere più potere della legge stessa. Questo testo referendario è un chiaro attacco a chi ha combattuto per la libertà, la democrazia e la repubblica in Turchia ed è soprattutto un insulto diretto a Mustafa Kemal e alla sua guerra d’indipendenza: io e tante altre persone non possiamo accettarlo. Avere più poteri significherà usarli contro chi non accetta che le cose vadano come è imposto ed è chiaro che queste politiche siano già state ampiamente usate da Erdoğan, soprattutto dopo il colpo di stato, a mio avviso una montatura del governo da usare come pretesto per giustificare ogni azione autoritaria, dagli arresti alle denunce e alle politiche repressive, facendo diventare Erdoğan più forte e i suoi sostenitori più fanatici e pericolosi.  È facile pensare che chi abbia votato Sì sia stato spinto a farlo dalla paura e sia anche poco acculturato, tanto da rifiutare la democrazia e la libertà in questo modo. Adesso, chi prima era autoritario, sarà legittimato dalla legge ad esserlo. Le prospettive future non mi sembrano buone, c’è chi parla già di rivolte e guerra civile in nome della democrazia che molti vogliono. Pagheremo il prezzo dell’esito di questo referendum e ci accorgeremo del nostro errore”.

Cosa succederà ora? La Turchia avrà un sultano? Una dittatura si celerà sotto la forma di repubblica presidenziale? È difficile fare delle previsioni che non siano affrettate, scontate o banali. L’unica cosa da fare adesso è lasciare che il tempo faccia il suo corso, lasciando da parte le nostre manie occidentali che ci portano a pensare che tutto ciò che è diverso da noi e dal nostro sistema, sia sbagliato.
Per quanto la democrazia sia essenziale e sia uno dei valori più importanti di uno Stato, questa forse è solo una visione occidentale: alcuni preferiscono sostituirla con valori come la sicurezza, la serenità e il controllo, per quanto assurdo possa sembrarci. D’altro canto però, l’opposizione, così come tutti coloro che credono fortemente in una Turchia libera e democratica, non starà di certo a guardare e tenterà in ogni modo di portare avanti le ragioni di chi non vuole cedere a questo nuovo sistema che forse, a prima vista, non odora tanto di sicurezza e potenza, quanto di autoritarismo e repressione. Staremo a vedere.

Ti potrebbero interessare anche:
About Federica Nestola 24 Articles
"A ship is safe in the harbor, but that's not what ships are made for"

Be the first to comment

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: