Repubblica Centrafricana, salta l’accordo di pace appena firmato e tornano gli scontri

Militare della Repubblica Centrafricana, 2007 (Credits: © UNICEF, Pierre Holtz/ Flickr)

Appena questo martedì è stato firmato un accordo, da molti ritenuto storico, che prevedeva un immediato cessate il fuoco nella Repubblica Centrafricana. Due giorni dopo il Paese è ripiombato di nuovo nell’orrore della guerra civile, con oltre cento morti e decine di feriti nella città di Bria, secondo quanto riportato da Radio Vaticana: è solo l’ennesimo capitolo di un conflitto che dura dal 2012, quando il gruppo ribelle Séleka, composto in prevalenza da musulmani e mercenari provenienti da Stati limitrofi, sconfisse le truppe dell’allora Presidente Bozizé e occupò il nord del Paese. Da allora nemmeno la presenza dei Caschi Blu dell’ONU ha potuto migliorare la situazione.

Per trovare un accordo che ponesse fine allo spargimento di sangue si è attivata anche la Sante Sede, attraverso la Comunità di Sant’Egidio che nel Continente Nero vanta una lunga tradizione di diplomazia. Proprio l’organizzazione fondata dall’ex Ministro degli Esteri Riccardi era riuscita a far sedere attorno ad un unico tavolo, all’inizio di questa settimana, i rappresentanti dei numerosi gruppi politico-militari coinvolti nel conflitto e gli inviati del Presidente Faustin-Archange Touadéra: per tre giorni hanno discusso insieme per trovare un testo accettabile per tutti, secondo quanto riferisce la stessa Comunità, firmandolo quindi a Roma alla presenza di osservatori della comunità internazionale, dell’inviato dell’Onu Parfait Onanga-Anyanga, dell’Unione Europea e del governo italiano.

Come già anticipato, il primo punto dell’accordo era un immediato cessate-il-fuoco in tutta la nazione, primo passo essenziale per iniziare il processo che necessita Bangui per trovare una propria stabilità. Ciò che veniva deciso in Italia non rispecchiava però gli umori in Africa, dove la tregua è subito apparsa fragile: “Non è una grande sorpresa, – ha dichiarato Aurelio Gazzera, missionario nel Paese, a RV – purtroppo era attesa; la tensione sta esplodendo e non c’è nessun serio programma di fermare gli atti ribelli”. Sul piatto ci sarebbero solo vaghe promesse, mentre tutti i vari schieramenti non avrebbero mai tolto i blocchi stradali, segnale che tutti si aspettassero una nuova escalation di violenze. In Europa, però, l’eco della notizia è arrivato molto debole, come per tutto il resto che riguarda questa zona a sud del Sahara.

Circa un anno fa, infatti, a Bangassou erano scoppiati violenti scontri che hanno costretto circa 250 persone a rifugiarsi in una moschea, dove un team di Medici Senza Frontiere ha potuto contare “25 feriti e ha fornito primo soccorso a 10 di loro, prima che colpi di arma da fuoco costringessero l’équipe a lasciare l’area. Cinque feriti necessitavano di un intervento chirurgico”, come riportato da La Repubblica. “La città di Bangassou è irriconoscibile, – aveva riferito Rene Colgo, vice capo missione di MSF – è diventata un campo di battaglia: uomini armati che sparano, elicotteri che volano sopra le nostre teste. Temiamo il peggio se non verranno messe subito in atto misure efficaci e a lungo termine per assicurare la protezione dei civili”. In tutto ciò, non bastano i 10mila militari che operano sotto l’egida delle Nazioni Unite da ormai 3 anni. Anzi.

La presenza di forze internazionali è sempre meno ben vista dalla popolazione locale, per colpa delle accuse di stupro verso i loro militari: nell’estate 2015 furono accusati tre caschi blu di volenze verso due donne e una ragazza minorenne, mentre  qualche mese prima furono dei soldati francesi a finire nell’occhi del ciclone per sfruttamento sessuale di bambine. Le accuse spinsero Parigi a terminare a ottobre 2016 la propria missione Salgaris nella loro ex colonia, attiva dal 2013, anche se comunque il Consiglio Europeo aveva già autorizzato il dispiegamento del comando Eufor Rca a Bangui, con circa 750 soldati tra cui anche un distaccamento dell’8° Reggimento genio guastatori della brigata paracadutisti “Folgore”.

Alla luce degli ultimi avvenimenti, sembra quindi che i gruppi in lotta non siano così propensi alla pace come si sperava. Per ora, le parole espresse da Papa Fracesco, salutando i firmatari dell’accordo poi disatteso, – “Porto nel cuore la visita che ho fatto nel novembre 2015 in quel Paese e auspico che, con l’aiuto di Dio e la buona volontà di tutti, sia pienamente rilanciato e rafforzato il processo di pace, condizione necessaria per lo sviluppo” – appaiono come il desiderio per qualcosa di ancora molto lontano.

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Studente al SID di Gorizia, sono stato caporedattore di Sconfinare tra il 2017 e il 2018. Friulano, sono appassionato di frontiere, soprattutto quelle del Corno d'Africa. Dicono che sono sempre impegnato, ma non ho mai avuto tempo per rispondere che è vero.

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