Ricordando s’impara?

 

Memorandum del 27 gennaio 2013.

Quando in Italia tredici anni fa si iniziò a celebrare la Giornata della Memoria o quando questa venne ratificata dalla risoluzione 60/7 del 2005 dalle Nazioni Unite, non penso che lo scopo che queste istituzioni si proponevano fosse semplicemente quello di ricordare lo sterminio degli ebrei di cui si sono macchiati i nazisti e l’apertura dei cancelli di Auschwitz: credo (spero) che nell’animo di tutti quegli illustri politici ci fosse anche la volontà di spingere i propri cittadini ad informarsi e perpetuare la memoria di tanti altri atti più o meno sconosciuti di questo teatro terrestre degli orrori.

Se il ‘900 è stato definito il “secolo dei genocidi” non lo si deve solo ad Hitler (per quanto sicuramente si sia impegnato a sufficienza in questo campo): ogni tanto salta fuori lo sterminio degli Armeni, giusto perché è avvenuto contemporaneamente alla prima guerra mondiale e dunque è argomento di studio, ma l’Holodomor dei contadini ucraini? Srebrenica e il massacro dei musulmani bosniaci? Hutu e Tutsi in Ruanda? I killing fields in Cambogia? Ogni volta che ricorre questo 27 gennaio rattrista un po’ accorgersi come, di fatto, la nostra memoria rimanga piuttosto limitata e non sembri sortire alcun effetto pratico, cioè suscitare un impellente desiderio di cambiare la situazione o, perlomeno, arrivare all’anno successivo sapendo che significato dare a questa giornata: si dice che sbagliando si impara, e teoricamente anche ricordare i propri sbagli dovrebbe aiutare in questo senso.

Ma se è vero che, per quanto è già successo in passato, possiamo fare ben poco, non sarebbe male riflettere su quanto sta avvenendo adesso: e quindi ci sarebbero un paio di fatti da ricordare.
Ad esempio che ora, in oltre 50 stati del mondo, si sta combattendo più o meno alla luce del sole: alcuni di questi conflitti vanno stanati nel sottobosco del narcotraffico (come in Colombia), oppure nella lotta tra esercito regolare e milizie ribelli di differenti religioni (come in India), ma anche nella civilissima Europa non si sono placate le tensioni in Cecenia, nè quelle in Irlanda del Nord o nei Paesi Baschi in Spagna per l’indipendenza.

Tanto per tenere il conto, il numero delle vittime della guerra tra Palestina e Israele ha superato la soglia delle 100.000, mentre quella civile in Siria già a novembre 2012 aveva oltrepassato la stima delle 40.000.
Vorrei ricordare che, mentre noi studenti universitari patiamo sui libri, nell’intero pianeta sono 771 milioni gli analfabeti: 2/3 di questi sono donne. Secondo il nuovo rapporto di Save the Children, 61 milioni di bambini non vanno a scuola. Quello che fa pensare è che, se tutti i bambini dei paesi a basso reddito avessero accesso all’istruzione, 171 milioni di persone non vivrebbero più in povertà.

Senza volerla buttare sul commovente, ma ogni giorno 25.000 bambini muoiono di fame: stando ad uno studio dell’Institution of Mechanical Engineers, due miliardi di tonnellate di cibo (la metà di quanto viene prodotto), anche se perfettamente commestibile, finisce direttamente tra i rifiuti, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. L’impatto ambientale è di circa 550 miliardi di metri cubi d’acqua per colture che non arriveranno mai sulle tavole di nessuno.

Dieci giorni fa, l’Italia ha concesso lo status di rifugiato politico ad un ragazzo senegalese di 26 anni perseguitato in patria per il suo orientamento sessuale: in circa 70 paesi, infatti, l’omosessualità rimane reato e può essere punita con la reclusione fino all’ergastolo, torture e in alcuni casi pena di morte. L’elenco invece degli stati che, nei loro ordinamenti, hanno forme per le unioni civili è più corto: Andorra, Brasile, Austria, Colombia, Repubblica Ceca, Ecuador, Finlandia, Francia, Germania, Groenlandia, Irlanda, Israele, Lussemburgo, Nuova Caledonia, Nuova Zelanda, Slovenia, Svizzera, Wallis e Futuna, Regno Unito, Ungheria e Uruguay (inutile far notare che il nostro Paese non c’è).

E visto che è saltata fuori, si potrebbe parlare anche del fatto che la pena di morte è tuttora in vigore in 68 paesi, anche se secondo Amnesty International solo in una ventina di questi essa si pratica effettivamente: nonostante, quindi, sia in “via di estinzione” (nell’ultimo decennio è diminuito di 1/3 il tasso dei condannati a morte), nel non tanto lontano 2011 sono state messe a morte almeno 676 persone, e almeno 18.750 erano i prigionieri in attesa dell’esecuzione. I metodi più frequenti sono la decapitazione, l’impiccagione, l’iniezione letale e la fucilazione.

Forse è già abbastanza da ricordare per oggi. Al prossimo 27 gennaio.

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