Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria

(Credits: pmgimg.com)

Storia del processo al giornalista Ahmet Altan che non ha intenzione di smettere di dire la verità

La libertà d’espressione ha ricevuto l’ennesima pugnalata in Turchia. Lo scorso 2 dicembre è arrivata la conferma della condanna a 3 ergastoli rivolta ad Ahmet e Mehmet Altan e ad altri sei intellettuali turchi critici nei confronti del governo. Nello specifico, Ahmet Altan, giornalista e direttore con esperienza quarantennale, fu accusato a seguito del fallito golpe militare del 15 luglio 2016 di “aver cercato di rovesciare l’ordine costituzionale, il parlamento e il governo della repubblica turca”. Il processo è stato rocambolesco: espulsioni di avvocati difensori dall’aula, impropria precedenza di espressione al pubblico ministero, limitazioni date dal vigente stato di emergenza. Le argomentazioni dell’accusa, labili e logicamente deboli, si sono sviluppate su due binari principali: le testimonianze di tre uomini, non tutti noti, e le parole dello stesso giornalista in due articoli uniti a un’apparizione televisiva.

L’elemento con la più forte potenza comunicativa è il “Ritratto dell’atto di accusa come pornografia giudiziaria”, pamphlet scritto per l’occasione dall’imputato stesso, che in un immaginario dialogo con il giudice smonta e contraccusa in modo puntuale il pubblico ministero. Sempre lucido, Altan alterna argomentazioni stringenti a domande incalzanti, ricalcando le orme ciceroniane per l’abilità nella scelta retorica e di registro. Contrattacca la parte avversa sottolineandone non solo i vizi contenutistici, ma anche formali; ne critica più volte il turco sgrammaticato e la scelta dei passaggi messi in evidenza in quanto “prove” della sua colpevolezza. A tratti quasi canzonatorio, lo scrittore logora e consuma causticamente ogni parola del pubblico ministero, restituendo ai significanti la potenza comunicativa che spetta loro.

Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, accusato da Altan. (Credits: Wikipedia)

Alla luce della sua esposizione lineare, puntigliosa, ma ancora dinamica, nasce spontaneo il paragone tra l’accusa ad Altan e la tecnica difensiva usata abitualmente dall’ateniese del quinto secolo a.C. Lisia. Sia la stesura del pubblico ministero che quella “per l’Invalido” (403 a.C. circa) si fondano su apparenze ed impressioni personali, senza presentare alcuna prova fattuale a sostegno della tesi; si fondano su quello che è verosimile, almeno seguendo il loro ragionamento. La differenza sostanziale è che la giustizia turca non dovrebbe seguire delle semplici opinioni individuali. In un altro aspetto, anche la difesa di Altan somiglia all’orazione dell’antico greco: la controparte viene discreditata, presentata come malvagia e stolta, i giudici tirati in causa frequentemente. L’ex direttore di Taraf (2007-2012) si erige a difensore dello Stato di diritto, rivendicando la proprietà intellettuale delle dichiarazioni per cui si trova a processo.

L’accusa sembra sbriciolarsi tra le sue parole lapidarie, mentre vengono tirati i fili che conducono al vero motivo per cui si trova in tribunale. Tra alcuni punti smentiti e altri confermati perché non costituiscono reato, quello a cui Altan non rinuncia mai sono le posizioni prese nei propri articoli e nelle proprie dichiarazioni, su cui non è disposto a cedere di un millimetro. Neanche per amor di libertà, o forse proprio per amore di libertà. Conferma ogni opinione politica, dimostrando coerentemente lo stesso coraggio che lo ha contraddistinto per tutto il corso della carriera – basti pensare che ha subìto oltre 300 processi. Attraverso una serie di anafore e domande incalzanti, il giornalista conduce il lettore e il giudice di passo in passo verso conclusioni che non possono che apparire necessarie, fino a concludere con la ribadita presa di posizione nei confronti del governo di Recep Tayyip Erdoğan. In un primo momento presenta alcuni fatti riguardanti gli interessi dell’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) nel fallito golpe e l’evoluzione del partito stesso da paladino della democrazia a copia carbone della tutela militare. In seguito non si tira indietro dal dire esplicitamente “[…] ho criticato Erdoğan, e per questo motivo devo finire in prigione. […] Io lo critico, e voi mi sbattete in prigione. […] E’ uno stato di diritto de facto, in linea con un presidenzialismo de facto”, accusando così lo stesso presidente di incostituzionalità sempre sulla base di una prova concreta – fu egli stesso a dichiarare di essere diventato presidente de facto.

Ahmet Altan. (Credits: Flickr)

Altan è consapevole del pericolo che il suo pensiero, critico, democratico e liberamente espresso, può rappresentare per la pseudo-dittatura, perché “per loro le parole sono uguali alle bombe”. Ciò che nella sua immaginaria difesa offre più spunti di riflessione è però l’ultimissima parte. Ahmet Altan, nonostante palesi durante tutta la stesura la speranza del risveglio della giustizia, con l’amara consapevolezza e la rassegnazione di chi non ha intenzione di vendere propria integrità, si rivolge al giudice e dice “non ho fiducia nel nostro attuale sistema giudiziario […]. Perciò non ho neppure richieste da presentare. La sua sentenza non avrà niente a che fare con me. […]Tutti i giudici vengono giudicati in base alle loro decisioni. Anche lei verrà giudicato in base alle sue. Pensi come vorrà essere giudicato, a quale tipo di verdetto si augurerebbe di ricevere, a come vorrà essere ricordato, e poi giudichi di conseguenza”.

Il verdetto è ormai noto e, salvo colpi di scena, definitivo. Eppure il giornalista e romanziere turco sa di aver lasciato il segno ed avere ancora innumerevoli cose da dire. Nel suo ultimo romanzo, “Non rivedrò più il mondo” (Solferino Editore, 2018), racconta il durissimo carcere di Silivri. Lì lui spartisce la vita con molti altri intellettuali scomodi, tra cui il fratello Mehmet e la veterana del giornalismo turco Nazlı Ilıcak. In effetti, come lo stesso Ahmet scrive, lo scopo di chi lo ha rinchiuso è tenerlo in prigione, ma le parole scritte di chi si oppone passano oltre le pareti. La libera manifestazione di pensiero degli uomini e delle donne che si oppongono al governo è anche più pericolosa di un golpe armato; destabilizzano, minano e smascherano le fragilità del potere assoluto, ma non hanno bisogno di spargere sangue per essere letali. Così come conclude Altan, le leggi dello scrittore non seguono quelle della fisica, un giornalista può essere messo in carcere ma non tenuto in carcere: “dovunque mi rinchiudiate, io viaggerò per il mondo sulle ali infinite della mia mente”.

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