“Ro-do-tà, Ro-do-tà”: il costituzionalista che parlava ai giovani

Tre parole sono sufficienti per riassumere l’impegno pubblico di Stefano Rodotà: Costituzione, legalità e diritti. Un giurista impegnato in politica, certamente a sinistra, per difendere un patrimonio ed uno spirito “repubblicani” che erano e sono costantemente messi a rischio: negli anni Settanta, quando comincerà la sua carriera, ed oggi, fino al 4 dicembre 2016. Saranno molti, forse non nei salotti, ma tra i cittadini “normali”, a riconoscerglielo.

Nel 1979, Stefano Rodotà (cosentino, classe 1933) entra in Parlamento come indipendente nelle file del Partito comunista. Quando questo si scioglierà, nel 1992, aderirà alla Sinistra indipendente. È proprio questa connotazione di “indipendente” che gli ha permesso di levare la sua voce, pacata ma decisa, in difesa dei diritti quando è diventato Garante per la Privacy nel 1997. In questa veste, è stato un profeta dell’avvento delle nuove tecnologie e delle scienze in evoluzione, che portavano in un limbo i diritti acquisiti. Rodotà seppe, poi, dare nuovi significati alle parole bioetica e biodiritto. La sua alta professionalità e competenza sul tema erano fuori discussione: già nel 1973 aveva pubblicato un saggio sulle connessioni tra tecnologie e diritti, Elaboratori elettronici e controllo sociale.

Nel 1992, dopo la fondazione del Partito democratico della Sinistra (PDS) da parte di Achille Occhetto, aveva accettato di divenirne Presidente del Consiglio Nazionale, la carica più importante dopo il segretario. Dopo l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale, lo scranno di presidente della Camera doveva essere suo ma, dopo quattro votazioni, Occhetto cambia cavallo e punta su Giorgio Napolitano. Uno scontro, tra i due vecchi “compagni” – anche se Rodotà non è mai stato militante di quel campo – che si ripeterà. Lui, dopo questo episodio, si dimette da tutte le cariche: i retroscenisti parlano di un patto con la DC, il segretario PDS afferma che sia stata colpa di Bettino Craxi. Fatto sta che per Rodotà si apre una fase in cui – salvo le funzioni di Garante della Privacy – non riuscirà a ricoprire alcuna carica, nonostante le meritasse tutte. Dismesso il ruolo di Grante, ritorna ad un punto di riferimento di un campo politico e civico – la sinistra – da cui i leader storici si stavano ormai sempre più discostando. Le lotte alle leggi di Berlusconi mettono Rodotà in disparte rispetto ai capi e capetti del PDS (poi DS), che pur aveva contribuito a fondare: quasi come fosse un vecchio nonno da stare a sentire più per dovere che per altro. La verità”, diceva lui, “è che mi hanno sempre considerato un corpo estraneo.

Nel 2013, infatti, nonostante sia un esponente della sinistra più pura, avviene la rottura definitiva: diventa il candidato ufficiale del Movimento 5 Stelle – sostenuto anche da Sinistra Ecologia e Libertà e da alcuni parlamentari del PD – alla presidenza della Repubblica. In realtà, Rodotà accetterà la candidatura con un certo risentimento, vista la sua disciplina morale (era pur sempre un ex militante della fazione avversa), ma con il candore etico e la convinzione che lo contraddistinguevano. Il suo competitor è il compagno-rivale Giorgio Napolitano. Il mondo della sinistra “d’élite” si schiera contro di lui – in primis, Eugenio Scalfari.

Ed, infine, come dimenticare il costante impegno a difesa della Costituzione e dei diritti? Da giurista qual era, soprattutto negli ultimi anni aveva assunto il ruolo di “divulgatore giuridico”, avvicinando la gente all’amore per la Carta fondamentale e i valori della legalità ai cittadini, venendo rispettatao e ammirato, anche per il proprio carattere umile e ironico.

Con la conquista da parte di Matteo Renzi della segreteria del PD e della guida del governo, la spaccatura con il suo mondo diventa insanabile. Appaiono le nuove battaglie: contro il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori – insieme alla FIOM –, l’Italicum e la riforma costituzionale. Proprio questa sarà la sua ultima grande lotta, affrontata in un giro per l’Italia di cui resterà l’ultimo intervento la sera del 2 dicembre. Il risultato del referendum del 4 dicembre èanche suo: una rivincita, forse?

Ai giovani, che sembravano così lontani dalla sua generazione, parlava Stefano Rodotà. E si faceva capire. E sarà forse proprio a loro che mancherà “il Presidente” che volevano quando nelle piazze o nelle sedi occupate del PD intonavano “Ro-do-tà, Ro-do-tà”. Mancherà a loro quando tenteranno di nuovo di modificare lo spirito della Costituzione invocando la “stabilità”. Mancherà a loro quando torneranno a vacillare i diritti – anzi, il diritto ad avere diritti.

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