Chi sono i Rohingya e perché sono perseguitati

Una madre con il proprio bambino, entrambi rohingya. fuggono dalla Birmania (Credits: Rohingya Community/ facebook)

Secondo quanto ha appena riportato l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sono oltre 270.000 i Rohingya, soprattutto donne e bambini, scappati dalla Birmania in seguito a quella che ormai viene definita “pulizia etnica”. Lo stesso Alto Commissario dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, Zeid Ràad, ha infatti dichiarato: “Le operazioni militari della Birmania contro i Rohingya sembrano applicare i principi della pulizia etnica”.

Ma chi sono i Rohingya e perché sono perseguitati? Questo popolo è gruppo etnico di religione islamica, che conta circa 1,5 milioni di persone. La loro origine è alquanto discussa: secondo molti sono originari dello stato di Rakhine, in Birmania; mentre altri sostengono che essi siano immigrati mussulmani originari del Bangladesh e che, durante il dominio britannico, si siano spostati in nell’attuale Myanmar.

Con il 90 per cento della popolazione buddista, la Birmania non ha mai accettato la presenza dei Rohingya, in quanto li considera immigrati bengalesi irregolari. Tale discriminazione si è concretizzata soprattutto a partire dal 1982 quando, con l’approvazione di una legge sulla concessione della cittadinanza, il Myanmar ha vietato alla popolazione rohingya di ottenere la cittadinanza birmana. Ciò fa sì che i Rohingya siano apolidi e per questo non possono viaggiare senza un permesso ufficiale.

Stato del Rakhine (grafica de Il Sole 24 Ore)

Inoltre, essi non hanno il diritto di possedere terreni, non hanno un accesso adeguato a cure ed istruzione e sono obbligati a firmare un impegno a non avere più di due figli. Attraverso questi atti discriminatori, il governo di Naypyidaw ha cercato di limitare la libertà dei Rohingya, costringendoli a vivere in condizioni di apartheid nello stato del Rakhine.

Tuttavia, la situazione è peggiorata a partire dal 2012: in seguito allo stupro ed omicidio di una ragazza buddista i cui responsabili erano ragazzi rohingya, un gruppo di buddisti prese d’assalto un pullman con a bordo passeggeri musulmani, causando decine di morti. A quell’episodio di violenza ne seguirono tanti altri e la già difficile convivenza tra le due diverse etnie non sembrò più possibile: la situazione divenne insostenibile e il governo birmano dichiarò lo stato d’emergenza nella provincia di Rakhine. Ma la repressione fu talmente violenta che in migliaia decisero di scappare verso il Bangladesh.

Gli scontri, motivati da odio nazionale, razziale e religioso, non si placarono: nel 2015, in seguito ad una nuova ondata discriminatoria, circa 25mila rohingya cercarono di scappare via mare dalla Birmania, per dirigersi verso Malesia e Australia. La polizia e l’esercito birmano, composto principalmente da esponenti buddisti, chiedono di attaccarli in nome della difesa dell’identità nazionale al punto tale che, nell’ottobre 2016, è nato il movimento di resistenza Arakan rohingya salvation army (Arsa): costituito da giovani della minoranza che hanno imbracciato le armi, questo gruppo ha per obiettivo il riconoscimento della popolazione come etnia birmana, oltre che la fine della persecuzione stessa. Nel loro primo attacco hanno ucciso 9 poliziotti: la repressione che n’è seguita è stata aspra, ma non ha fatto altro che alimentare la resistenza.

Manifestazione contro le violenze sui Rohingya, in Indonesia (Credits: Rohingya Community/ Facebook)

Gli scontri tra le due fazioni sono ripresi nell’agosto 2017: l’esercito ha bruciato i villaggi rohingya, i militanti dell’Arsa hanno attaccato le postazioni di polizia. Di conseguenza, nelle ultime settimane il governo di Dacca ha accolto quasi 20mila rifugiati: soprattutto donne e bambini, perché gli uomini sono rimasti a combattere. Ma il Bangladesh – uno dei paesi più poveri al mondo – vuole chiudere le frontiere: i campi profughi di Kutupalong e Nayapara sono ormai al collasso.

Se fino a qualche mese fa l’emergenza umanitaria dei Rohingya era sconosciuta a molte persone, ad oggi la persecuzione a cui sono sottoposti è talmente spaventosa che comincia ad attirare l’attenzione della comunità internazionale. Ed è proprio a livello internazionale che bisognerebbe prendere una posizione decisa.

 

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