Ruanda 1994

Il fenomeno del razzismo è ampiamente diffuso fin dai tempi più antichi e ha visto coinvolte svariate etnie, con un frequente denominatore comune: la popolazione di pelle bianca. Gli occidentali hanno sempre imposto la propria supremazia, che puntualmente si concretizzava in una dichiarazione di superiorità razziale, sui popoli conquistati e sottomessi, imponendo i propri costumi e i propri ideali. In molti casi l’impronta lasciata in questi paesi è stata talmente importante da trasformare le mentalità degli autoctoni, fino a ricreare il fenomeno della discriminazione e della segregazione anche all’interno dei popoli dominati, che l’hanno portato avanti perfino successivamente alla fine del dominio occidentale.

Il razzismo in Ruanda è un evidente strascico del colonialismo europeo: quando l’Impero coloniale tedesco venne smembrato all’indomani della Prima Guerra Mondiale, fu il Belgio ad assumere il controllo dello stato africano per conto delle Nazioni Unite. In precedenza, all’interno dei confini nazionali, la popolazione si divideva e si riconosceva in due gruppi, gli Hutu e i Tutsi, le cui differenze erano limitate al ruolo economico-sociale ricoperto: i primi, la maggioranza, erano contadini, i secondi, minoranza, erano allevatori e proprietari terrieri. I rapporti tra Hutu e Tutsi erano però pacifici e di reciproca collaborazione, i matrimoni misti erano frequenti ed era possibile, nel corso della vita, spostarsi da una classe all’altra.

Una volta al governo, il Belgio diede il potere alla minoranza dei Tutsi, relegando gli Hutu a una condizione di subalternità. La società venne dunque divisa in caste chiuse, sulla base di una dichiarata differenza etnica tra Tutsi e Hutu: i primi, più alti e dalla pelle più chiara, erano ritenuti più simili ai bianchi e di conseguenza superiori. Questa condizione perdurò per alcuni decenni, fino al 1959, quando gli Hutu iniziarono la rivoluzione contro il governo Tutsi che portò, nel 1962, all’indipendenza e all’inversione di ruoli tra Hutu e Tutsi. Seguirono quindi anni di lotte, veri e propri massacri ed emigrazioni nei paesi confinanti. Il 6 aprile 1994 l’aereo dell’allora presidente Hutu Juvénal Habyarimana venne abbattuto, dando inizio alla vera e propria guerra civile e al genocidio.

Juvénal Habyarimana, presidente del Ruanda dal 1973 al 1994 (Credits: Wikpedia)

Molti, in Europa, non sono a conoscenza dei fatti, tanti ancora credono a quella che era stata la  versione raccontata dai media: uno scoppio di violenza imprevedibile e quasi primitivo, operato con armi di fortuna e machete. L’assurdità di questo racconto risulta però evidente per svariate ragioni, la prima, nonché la più immediata, è la presenza dell’ONU in territorio ruandese già dal 1993, con l’obiettivo di portare avanti l’UNAMIR (United Nations Assistance Mission for Ruanda) la missione che aveva come scopo placare le tensioni tra Hutu e Tutsi. In secondo luogo, il Ruanda era, al tempo, uno dei più importanti importatori d’armi di tutta l’Africa: perfino i machete, di cui tanto si è parlato, erano importati dalla Cina. L’ONU, e quindi l’Occidente, era a conoscenza di quanto avveniva in Ruanda, ma non operò come avrebbe dovuto per evitare che il peggio si verificasse. Anzi, rispose alla crisi ritirando le proprie truppe e, a causa del veto degli USA, evitando anche di dichiarare l’entità di “genocidio” al resto del mondo.

Un uomo solo, il comandante militare dell’UNAMIR Romeo Dellaire, denunciò l’imminente carneficina restando però completamente ignorato. L’opinione pubblica, i governanti occidentali, rimasero indifferenti di fronte a uno degli eccidi peggiori dei nostri tempi, non riconoscendo o dichiarando le proprie colpe dirette, da ricercare nella compravendita delle armi e quindi nella strumentalizzazione economica del conflitto. Né diedero rilevanza alla sua causa prima: la devastazione lasciata dall’Occidente nei paesi che aveva il compito di “governare” per indirizzarne lo sviluppo, nascondendo in realtà una nuova forma di colonialismo pari per danni causati a quello dei tempi più remoti.

Teschi al memoriale di Nyamata (Credits: Wikipedia)

Quasi un milione di morti in poco più di tre mesi, questo il bilancio del genocidio in Ruanda nel 1994. Tra i morti erano presenti sia Tutsi sia Hutu cosiddetti “moderati”, quindi non abbastanza concordi con la dittatura. A distanza di ventiquattro anni il genocidio ruandese non riceve ancora la stessa considerazione data invece a due esempi non dissimili per efferatezza: lo sterminio degli Ebrei operato dalla Germania nazista e il genocidio degli Armeni avvenuto all’inizio del XX secolo. I fatti del 1994 rappresentano il più grande fallimento dell’ONU – che sarebbe stato in grado di operare sul campo con largo anticipo –  e sono l’esempio eclatante del disinteresse umano operato dall’Occidente, che comunque chiama se stesso paladino di pace e di civilizzazione in tutto il mondo.

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