Russia, Israele e Turchia: come evolve lo scenario in Siria

Giovedì scorso il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha incontrato a Mosca il presidente russo Vladimir Putin, focalizzando Il topic del vertice sulla situazione in Siria. In particolare, il Primo ministro israeliano ha mostrato preoccupazione per la presenza dell’Iran, in quanto ostacolo per il raggiungimento della pace. Infatti, appena dopo l’incontro, Netanyahu ha dichiarato “abbiamo discusso a lungo la questione dell’Iran, i suoi obiettivi e le intenzioni in Siria, e ho chiarito che non ci può essere un accordo di pace in Siria finché l’Iran è lì e dichiara la sua intenzione di distruggere Israele”, per poi aggiungere che Israele non si oppone al raggiungimento di una soluzione per la regione, ma alla possibilità che le forze armate iraniane siano lasciate sul territorio in virtù di un accordo.

Preoccupazione alimentata dalla posizione dell’Iran, acerrimo nemico di Israele e sostenitore dell’esercito del presidente siriano Bashar al-Assad, al quale ha fornito milizie nel corso dei sei anni di guerra civile.
Nel corso degli ultimi colloqui alle Nazioni Unite a Ginevra, che non hanno portato a un punto di svolta, i leader israeliani hanno posto l’accento sulla crescente e costante influenza di Teheran nella regione durante il conflitto siriano, sia attraverso le forze della Guardia Rivoluzionaria, sia attraverso gruppi armati sciiti musulmani, in particolare Hezbollah, contro il quale Israele ha effettuato molteplici attacchi.
Infatti lo scorso anno Avi Dichter, ministro degli affari esteri e capo del comitato di difesa d’Israele, ha dichiarato che l’Iran aveva provato più volte in passato a muovere le forze verso le alture siriane del Golan, vicino al territorio occupato da Israele dalla guerra del 1967. Netanyahu ha aggiunto che Israele ha effettuato decine di attacchi preventivi per impedire il contrabbando di armi al gruppo libanese Hezbollah, sostenuto dall’Iran, attraverso la Siria. In questo scenario, la Russia, alleata del regime di Assad, è vista come detentrice dei rapporti di forza per il raggiungimento di un accordo di pace per la Siria.

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Se fino ad ora il governo israeliano è rimasto relativamente tranquillo negli sviluppi del conflitto nella vicina Siria, intervenendo militarmente solo in caso di minaccia per la propria sicurezza, l’alleanza strategica tra Russia e Iran che incoraggia il presidente siriano Bashar al-Assad e la crescente influenza di Teheran nella regione stanno causando allarme in Israele.
All’inizio del suo incontro con Putin, Netanyahu ha notato dei significativi progressi compiuti dalla Russia e dalle altre parti coinvolte nella regione nella lotta contro i gruppi militanti islamici, tra cui lo Stato islamico e Al Qaeda. Ha aggiunto, tuttavia, che “la vittoria sul terrorismo dell’ISIS non può portare all’aumento del terrorismo da parte dell’Iran e dei suoi delegati. Noi non scambiamo il terrorismo per il terrorismo”.

Sebbene la Russia non sia d’accordo con alcuni degli obiettivi strategici dell’Iran in una Siria del dopoguerra, non è chiaro fino a che punto Putin sosterrebbe l’azione di Israele per impedire all’Iran di costruire una sfera di influenza da Teheran al Libano, passando la Siria e l’Iraq. “La Siria è a un bivio in questo momento. Da un lato, vi è un cessate il fuoco che sembra stabile e Assad è riuscito a riprendere il controllo di diverse parti del paese. Israele è preoccupato che l’Iran e le sue deleghe possano diventare una presenza permanente in Siria”, ha dichiarato il senior ministro israeliano Tzachi Hanegbi, vicino a Netanyahu.

Tuttavia, il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov ha dichiarato che le autorità legittime che saranno scelte legalmente in Siria sarebbero le uniche con il diritto di chiedere il ritiro di tutte le forze straniere dal paese. Una presa di posizione ufficiale che riflette la realtà, ossia che Putin non ha né la capacità né l’intenzione di escludere l’Iran da un insediamento in Siria, almeno fino a quando il ruolo dell’Iran nel sostenere Assad non supererà di gran lunga quello della Russia, come dichiarato da Vladimir Frolov, analista di politica estera a Mosca.

Nel frattempo, la milizia sciita dell’Iraq Hezbollah al-Nujaba, alleata dell’Iran, ha annunciato di aver istituito una nuova unità, la Brigata di liberazione del Golan. “Se il governo siriano lo richiederà, siamo pronti a intraprendere azioni per liberare Golan”, riporta l’agenzia di stampa iraniana Tasnim.

Dopo qualche giorno dal vertice russo-israeliano, Putin ha ricevuto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per ristabilire la normalizzazione dei rapporti tra i due stati dopo l’incidente del 2015 in cui un aereo militare russo è stato abbattuto dalle forze aeree turche al confine con la Siria. La cooperazione tra le due parti risale allo scorso dicembre, con la dichiarazione di un cessate il fuoco che ha ridotto le violenze nel territorio siriano.
“Negli ultimi mesi, i passi che abbiamo intrapreso insieme hanno fatto sì che si sia definitivamente ridotto il gap nella normalizzazione delle relazioni bilaterali”, ha detto Erdogan. I due leader hanno inoltre firmato un nuovo piano di cooperazione economica e hanno deciso di creare un fondo di investimento fino a un miliardo di dollari. Inoltre, Erdogan ha esortato la Russia a revocare tutte le restrizioni sul commercio turco, ripristinare l’esenzione dal visto e aumentare il numero dei voli commerciali tra i due paesi.

Senza dubbio, però, la Siria è stata uno dei temi principali, come confermato dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov dopo la seduta del Consiglio di sicurezza russo a seguito del colloquio. Gli esperti ritengono che il principale problema della Siria discusso dai presidenti, e poi dal Consiglio di sicurezza russo, riguardi le relazioni della Russia con i curdi siriani, che godono di una forte rappresentanza politica, a causa dei loro stretti legami con i curdi turchi, accusati da Ankara di separatismo. Dopo i colloqui al Cremlino, Erdogan ha dichiarato che le organizzazioni curde che sono considerate terroristiche da Ankara dovrebbero cessare il loro lavoro in Russia, riferendosi all’apertura del primo ufficio di rappresentanza del mondo del Kurdistan siriano.

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Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan

Per il presidente turco, attualmente l’obiettivo è Raqqa. A questo proposito, alti funzionari militari dalla Russia, dalla Turchia e dagli Stati Uniti si sono incontrati nella città turca di Antalya in cui è emerso come il vero problema sia che gli Stati Uniti, la Russia e la Turchia hanno opinioni estremamente divergenti su quali gruppi siano terroristi. Sia la Russia che gli Stati Uniti hanno profonde riserve su Ahrar al-Sham, che per tutte le smentite di al-Qaeda è visto come molto radicale comunque.
Tuttavia, le differenze più evidenti sono relative al YPG, l’Unità di protezione della popolazione siriana curda e i suoi affiliati arabi che stanno combattendo lo Stato islamico sotto la bandiera delle Forze democratiche siriane (SDF) insieme agli Stati Uniti. La Turchia, invece, etichetta entrambi i gruppi come terroristici a causa di connessioni del YPG al Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che si batte per l’autonomia curda all’interno della Turchia. Fatto certo è che tutte le forze stanno costruendo la loro strada verso la capitale de facto del gruppo Stato Islamico, Raqqa.

All’interno di questo scenario, la sempre più stretta collaborazione sulla Siria tra la Russia e la Turchia segna una netta inversione di tendenza per le due nazioni che hanno anche coordinato le loro operazioni contro lo Stato Islamico dell’Iraq e il Levante, gruppo armato in Siria.
La Russia ha una presenza militare attiva in Siria a sostegno delle forze di Assad, mentre la Turchia, che sostiene i gruppi anti-Assad, ha lanciato un’operazione militare nel mese di agosto con lo scopo di creare una zona di sicurezza lungo il confine all’interno della Siria. Nel mese di dicembre, l’ambasciatore russo in Turchia è stato ucciso durante un incontro ad Ankara e il mese scorso, durante un raid aereo russo, sono stati uccisi accidentalmente tre soldati turchi; questi incidenti tuttavia non hanno minato il coordinamento militare tra i due paesi.

In una situazione delicata e di apparente stallo, stando ai tentativi, effimeri, di negoziati di pace portati avanti ad Astana, prima, e a Ginevra, attualmente, la Russia si inserisce ancora in maniera predominante facendo la parte del leone nello scacchiere mediorientale.

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Fonti: Al Jazeera, Al Monitor, Middle East Monitor, VOA News, Washington Post, Ynetnews, Reuters, Middle East Eye.

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